
Era una sera di gennaio e stavo dirigendomi, come mio solito, a vedere uno spettacolo al Teatro Bellini di Napoli. Non uno spettacolo qualsiasi: quella sera c’era in scena Toni Servillo con il suo monologo tratto dal libro “Tre modi per non morire” di Giuseppe Montesano. Quella sera è stata la prima volta che ho ascoltato un testo di Montesano, il mio primo approccio al suo lavoro. Una cura all’analfabetismo emotivo dei nostri giorni: è così che mi piace definirlo. E da lì, passo dopo passo, ho letto, approfondito e amato ogni suo scritto.
Solo qualche mese più tardi, ho avuto il piacere di essere accolta in casa del Professore Montesano e di poter scambiare quattro chiacchiere con lui. Finalista al Premio Strega, vincitore del Premio Napoli, del Premio Viareggio e del Premio Campiello, Professore di filosofia al Liceo Renato Cartesio di Villaricca, Giuseppe Montesano è attualmente tra gli scrittori e filosofi più importanti del panorama letterario italiano. Una filosofia che attraversa e scava l’anima del lettore, trovando nella letteratura il senso più pieno della vita, attraverso la potenza delle emozioni.
«Chi parla così non conosce affatto i ragazzi. Ma proprio per niente. Quello che vedo io è un bisogno spasmodico di sentimenti, una vera e propria fame di passioni che diano un senso alla vita. Il fatto è che i ragazzi non sono ancora corrotti interiormente o venduti ai poteri o rassegnati al peggio come gli adulti, e quindi vorrebbero sentimenti “sinceri”, forti, profondi: che non trovano o che trovano solo falsificati. E così reagiscono fingendosi cinici.
Ma non sono cinici o privi di sentimenti, sono delusi. Sono delusi dagli adulti e da ciò che gli viene proposto come modello di vita. Essendo ancora aperti al nuovo, almeno fino ai vent’anni, trovano malato il modo di vivere che gli propone questa realtà. E spesso reagiscono, purtroppo, chiudendosi, cioè non combattendo più. Il modo di lavorare e di amare che gli propone la realtà attuale li disgusta, e li disgusta proprio perché riescono ancora a sentire, proprio sulla pelle e nella carne, quanto valgono quei sentimenti che il sistema di vita attuale calpesta fingendo di esaltarli».
«Napoli è una città contraddittoria, buio e luce, vita e morte. Potrebbe essere un simbolo positivo, in questo, ma chi la guida ha del tutto dimenticato che la cultura non è fatta di eventi mediatici spettacolari e quantitativi, degli eventi che portano consenso politico, ma è fatta di qualità del pensiero, dello scrivere, del capire. Senza qualità nel pensare e nella cultura non ci sarà qualità nemmeno nell’agire politico. Ho sempre pensato che Napoli fosse una fonte inesauribile di vitalità in mezzo alle contraddizioni, ma oggi non saprei dire se in futuro questa vitalità sarà ancora viva e pensante».
«Perché mi piacciono gli scrittori e i poeti che in mezzo alle difficoltà, in tempi difficili e nonostante tutto e tutti, sono riusciti a essere sé stessi. E poi perché Baudelaire a un certo punto dice che la Bellezza che non riesce a dare qualcosa di sé stessa ai poveri non vale niente. Lui, nel 1860, dice già una cosa essenziale: che le costituzioni e tutte le leggi sono carta straccia se i cittadini non hanno cultura, senso di responsabilità e intelligenza critica. E poi perché ha scritto versi meravigliosi…».
«Ho sempre amato il teatro. Anche quello che si vedeva in televisione. E anche il cinema molto parlato, il cinema teatrale. Lo spettacolo di Servillo, che finora ha portato a Milano, a Napoli, a Tokyo, a Parigi, a Praga, a Lisbona, e che ho scritto per lui, su sua richiesta, è poi diventato un libro che ha lo stesso titolo dello spettacolo: “Tre modi per non morire”. Ma tutti i libri che scrivo li immagino come se fossero detti, o recitati, da una voce: anche se sono saggi o romanzi e non opere teatrali. Le voci sono importanti, perché sono anima».
«Oggi arte e letteratura sono poco compresi e amati, perché non si riesce a distinguere facilmente tra brutto e bello, tra intelligente e stupido. Allora le persone che vogliono accostarsi a queste cose restano deluse e le abbandonano. E quelli che, avendo molto letto o visto, potrebbero indicare e suggerire a chi è curioso le cose che vale la pena leggere o guardare, se non vanno in televisione non contano nulla. È un peccato: l’arte e la letteratura non sono svaghi, sono una fonte di energia e di bellezza indispensabili per diventare davvero umani».
«Ripensaci, gli direi. Hai davvero tanta pazienza per stare ore chiuso in casa davanti a uno schermo o un foglio per tentare (nessuno ti assicura che ci riuscirai) di dare forma al mondo? Se proprio pensi di sì, allora fallo, frequenta una scuola di scrittura, e fai molto altro, gira, leggi, ama, studia, fai esperienze buone e non buone. E leggi, di più, di più. Poi, se dopo anni, hai ancora abbastanza pazzia o amore per fare lo scrittore, e va be’, rassegnati a te stesso, e scrivi. Forse a quel punto sei già uno scrittore».
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