
Avanzamento tecnologico, criptovalute, reinvestimento di capitali. Sono questi i nuovi mezzi della criminalità organizzata, capaci di renderla quasi invisibile agli occhi di noi cittadini e allo stesso tempo protetta economicamente e politicamente. Sulle modalità e le condizioni nelle quali le grandi organizzazioni criminali operano attualmente, abbiamo intervistato il Dott. Antonio Nicaso, Professore di Storia sociale della criminalità organizzata alla Queen’s University del Massachusetts, e autore di oltre 40 saggi sulla criminalità organizzata, molti dei quali scritti in collaborazione con l’attuale Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri.
«Riconoscere la presenza mafiosa rappresenta un grande problema soprattutto lontano dai loro territori di origine, perché le organizzazioni hanno sempre meno bisogno di sparare. Bisogna però ricordare che i clan e le loro organizzazioni hanno comunque una riserva di violenza necessaria e godono di una reputazione criminale ricostruibile anche attraverso internet e social. Quella di oggi è una mafia più pericolosa, meno prevedibile».
«Le mafie stanno diventando sempre più dei sistemi criminali integrati di cui è difficile quantificare il fatturato, perché il limite fra ricavati legali e illegali rappresenta un’incognita. L’economia gestita da mafia, camorra e ‘ndrangheta rappresenta un ossigeno per l’economia legale; in sostanza le grandi organizzazioni criminali si stanno trasformando in una componente strutturale del capitalismo. Molti paesi non reagiscono al reinvestimento dei capitali riconducibili alle mafie e non riconoscono in esse una minaccia; per non parlare dei forti legami che si sono col tempo instaurati fra il mondo della criminalità organizzata e quello delle professioni».
«Le mafie non sono e non possono essere metafisiche, hanno bisogno di un territorio, di un’identità, anche nell’era della tecnologia avanzata e dell’interconnessione. Non è ipotizzabile una sorta di supercupola o macromafia che associ tra loro diverse organizzazioni, sarebbe come accorpare due nazioni con culture e tradizioni differenti. Esiste però, e da sempre, una collaborazione fra mafie che mettono insieme le loro esperienze per raggiungere obiettivi comuni, lo fanno dai tempi del contrabbando. Inoltre all’interno dello stesso “franchising” criminale è molto comune che i clan agiscano in maniera diversa gli uni dagli altri. Per questo motivo nel caso della camorra sarebbe ad esempio più corretto parlare di “camorre” al plurale, proprio ad indicare la pluralità di azione dei clan, in modo analogo alla struttura della ‘ndrangheta».
«Ci sono segnali positivi ma è un dato ancora difficile da valutare. L’UE, nel decreto sul cybercrime e sul riciclaggio di denaro, ha inserito la possibilità di confiscare wallet e criptovalute, ma il fatto che i decreti debbano essere applicati dagli stati membri crea un problema: il rischio è che siano concesse possibilità di azione sul piano normativo ma che manchino i mezzi tecnologici per agire su quello pratico. Un discorso è disporre della possibilità di sequestrare e bucare le piattaforme digitali di difesa delle organizzazioni criminali, un altro è fornire materialmente agli organi di polizia la dotazione necessaria per farlo».
«Assolutamente sì. Le mafie non stanno cambiando pelle, si stanno solo adattando alla società moderna cercando di permeare anche sul territorio digitale, ma non hanno smesso di essere presenti fisicamente: continuano e continueranno a entrare nei meccanismi della politica e delle scelte politiche a livello territoriale. Le mafie hanno sempre saputo coniugare tradizione e innovazione, vecchio e nuovo. Dobbiamo pensare al dominio digitale come a un’estensione complementare a quello fisico, non come una sua alternativa».
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