
La ricerca oncologica contemporanea è sempre più fondata su tre pilastri: medicina di precisione, integrazione tra clinica e biologia molecolare e cooperazione internazionale. In questo scenario si colloca il lavoro del professor Michelino De Laurentiis, Direttore del Dipartimento di Senologia Chirurgica e Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori “Fondazione Pascale” di Napoli, protagonista di risultati scientifici recentemente presentati in ambito internazionale. Il Professore è appena rientrato dal Texas, dove ha illustrato i dati dello studio EPIK-B5, che affronta un nodo cruciale dell’oncologia mammaria avanzata: l’uso appropriato delle terapie a bersaglio molecolare e il superamento di interpretazioni regolatorie non più aderenti alla pratica clinica reale.
Accanto alla dimensione scientifica, emerge anche il valore umano e organizzativo di un modello di cura che integra competenze, ascolto e visione strategica. Cinzia Brancato, addetto stampa dell’Istituto Pascale, ha sottolineato che «la forza del professor De Laurentiis sta nella capacità di tenere insieme scienza e umanità. Le pazienti percepiscono che dietro ogni protocollo c’è un medico che ascolta e costruisce percorsi di cura credibili».
«Lo studio presentato in Texas nasce con l’obiettivo di dimostrare un errore interpretativo dell’EMA (Agenzia Europea del Farmaco) che, nel luglio del 2020, aveva approvato l’impiego del medicinale alpelisib per il trattamento di seconda linea del tumore mammario metastatico ormonosensibile con mutazione attivante del gene PIK3CA» spiega De Laurentiis. L’approvazione si basava sui risultati dello studio SOLAR-1, che aveva evidenziato il potenziale clinico del farmaco. Tuttavia, l’uso di alpelisib era stato limitato a pazienti che non avessero ricevuto in precedenza inibitori di CDK4/6, terapie che nel frattempo sono diventate lo standard di prima linea.
«Di fatto – continua De Laurentiis – le pazienti “tipo SOLAR-1” hanno smesso di esistere nella pratica clinica. L’errore è stato non comprendere che l’attività biologica di alpelisib è indipendente da quella degli inibitori di CDK4/6». Lo studio EPIK-B5 ha dimostrato che il farmaco mantiene efficacia anche dopo l’esposizione a queste terapie, con un miglioramento significativo del controllo di malattia e della sopravvivenza. «Il risultato scientifico è motivo di orgoglio, ma resta il rammarico per un ritardo di circa sei anni nell’accesso a una terapia innovativa per le pazienti» dice ancora l’oncologo.
De Laurentiis ha aperto poi una parentesi sull’identificazione dei biomarcatori nello studio: «Essa è stata assolutamente decisiva. La mutazione di PIK3CA non è un’etichetta, ma l’espressione di una dipendenza biologica del tumore da una specifica via di segnalazione». Colpire quella via significa intervenire su una vulnerabilità reale della malattia. La medicina di precisione, chiarisce l’oncologo, non consiste solo nell’individuare un bersaglio molecolare, ma nel saperlo interpretare correttamente nel contesto clinico: «Oggi siamo più precisi nel leggere la biologia del tumore e più maturi nell’utilizzare queste informazioni, superando approcci rigidi e standardizzati».
Il professor De Laurentiis coordina una rete di oltre 60 studi clinici internazionali, confermando come la ricerca oncologica non possa più essere circoscritta a singoli contesti nazionali. In questo quadro, assume particolare rilievo il contributo dei Paesi caratterizzati da elevata eterogeneità genetica. È il caso del Brasile, come sottolinea il Dott. César Machado, mastologo di riferimento a Salvador de Bahia: «La grande diversità genetica e fenotipica della popolazione brasiliana rappresenta un valore ancora poco sfruttato negli studi clinici iniziali. Integrarla significa comprendere meglio risposta, resistenza e tossicità delle terapie».
Machado ha evidenziato inoltre la necessità di colmare il divario tra innovazione scientifica e accesso alle cure: «Una collaborazione con centri europei di eccellenza come il Pascale permetterebbe di validare i risultati su basi biologiche più ampie e di rendere l’innovazione terapeutica più rapidamente applicabile». Secondo De Laurentiis, il Brasile rappresenta un’opportunità strategica per la ricerca oncologica internazionale: «Integrare popolazioni con elevata eterogeneità genetica rende i risultati più robusti, rappresentativi e trasferibili alla pratica clinica globale». Guardando al futuro, gli ADC (coniugati anticorpo-farmaco) sono già una realtà che sta modificando gli algoritmi terapeutici, ma non rappresentano l’unica sfida.
«La vera frontiera non è una singola tecnologia, ma la capacità di costruire modelli di cura intelligenti, guidati dalla biologia e non dall’inerzia regolatoria o dall’entusiasmo tecnologico» afferma l’oncologo. È su questa visione integrata – clinica, traslazionale e organizzativa – che l’Istituto Pascale sta concentrando i propri investimenti. L’oncologia mammaria sta attraversando una fase di profonda trasformazione, caratterizzata da nuove opzioni terapeutiche e da una crescente necessità di precisione nell’utilizzo delle risorse disponibili. In questo contesto, la partecipazione a network internazionali rappresenta uno strumento essenziale per accelerare l’accesso alle innovazioni e tradurre più rapidamente la conoscenza scientifica in cura. Il messaggio finale, condiviso dal professor De Laurentiis e dal dottor Machado, sintetizza la direzione futura della ricerca: «La lotta al tumore al seno passa oggi dalla collaborazione internazionale e dalla condivisione della conoscenza. Unire competenze e dati diversi significa offrire cure più efficaci, più eque e sempre più personalizzate».
Di Bruno Marfè
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