
A distanza di quattro mesi da Fiducia supplicans, il documento pontificio che scatenò le polemiche per le aperture del Vaticano alla benedizione delle coppie omosessuali, il dicastero della dottrina della fede ha pubblicato in questi giorni Dignitas infinita, dichiarazione che ribadisce la dottrina tradizionale della Chiesa su aborto ed eutanasia ed affronta il “problema” della maternità surrogata e del cambiamento di sesso. Papa Francesco, da un lato, sembra innovare la prassi pastorale, dall’altra fare marcia indietro. Qualcuno ha parlato di un “pontificato schizofrenico” che genera confusione nei fedeli e negli stessi preti. Ne abbiamo parlato con il prof. Andrea Grillo, teologo cattolico e docente presso alcuni importanti atenei pontifici.
«Ci sono diverse cose che è possibile osservare: da un lato è evidente che ogni figlio dovrebbe crescere con chi lo ha generato. Ma ci sono figli che non trovano accanto a sé la propria madre, e madri che non hanno accanto a sé i propri figli. Una proibizione globalizzata della gestazione per altri, elevata a reato universale, alimenterebbe soltanto la clandestinità. Credo che la proibizione di tutti i vizi, come diceva Tommaso d’Aquino, in questo come in altri casi delicati, potrebbe favorire vizi peggiori. A me pare che questo sia uno di questi casi».
«Anche in questo caso mi sento di dire che è ragionevole pensare che l’autorità sulla nostra vita non ci appartiene. Il problema è che se sfugge a noi, dovrebbe sfuggire anche agli altri. Invece non è così. Perché una parte delle questioni che chiamiamo “eutanasia” sono forme di ostinato accanimento nella sopravvivenza dell’altro. In generale, ad esempio, la persistenza nello stato vegetativo non è una condizione naturale, ma è una condizione artificiale, indotta dall’uomo. Non si tratta di terminare la vita, ma non raramente di “lasciar morire”. Senza facili soluzioni, non credo che una risoluzione drastica sia saggia, né in un senso né nell’altro».
«Con la necessaria distinzione tra chi ha la capacità giuridica di provvedere e chi non la ha ancora (non credo in nessun modo giustificabile il cambio di sesso in soggetti non ancora maggiorenni), penso che la riflessione sul cambio di sesso debba partire non dal principio, ma dalla “esperienza”. La affermazione che siamo naturalmente maschi o femmine presuppone chiara per principio la soluzione al problema. Se un maschio si sente femmina o una femmina si sente maschio non possiamo addebitare questo semplicemente ad un arbitrio. Qui, a me pare, si evidenzia una certa diffidenza della Chiesa verso la libertà del soggetto».
«Qui bisogna usare bene le parole, perché altrimenti non si capisce di che cosa si stia parlando. Quello che chiamiamo gender, se lo intendiamo correttamente, costituisce una crescita di consapevolezza sul fatto che vi è una differenza tra sesso biologico e genere culturale. Non si tratta di una cancellazione delle differenze, ma di un approfondimento delle differenze. Ovviamente, questa scoperta, di cui la Chiesa dovrebbe rallegrarsi apertamente, può anche degenerare e creare false convinzioni: come prima pensavamo che ci fossero in assoluto cose da uomini e cose da donne, oggi possiamo pensare che tutto è sempre alla portata di tutti e che la determinazione biologica sia solo un accessorio marginale di una libera autodefinizione culturale. In realtà, il sesso non è mai soltanto oggetto di una scelta culturale, ma costituisce anche una dotazione ricevuta e non scelta. Ma questo può essere detto proprio grazie alle teorie di genere, che sanno superare tanti pregiudizi dai quali spesso facciamo dipendere la stessa creazione e redenzione, ma in modo profondamente erroneo, perché carico di pregiudizi. Dire che l’uomo è stato creato maschio e femmina non significa affatto predeterminare in assoluto il compito dell’uno e dell’altra, come se questi compiti fossero cose rivelate. In questo modo rischiamo di idealizzare solo i nostri pregiudizi».
«Evidentemente non è questione di ortodossia, ma di linguaggio. La grande apertura di Francesco, che non è apparente, è il frutto di condizioni ecclesiali e personali nuove, per il primo Papa americano che è anche il primo papa figlio del Concilio. L’apertura di misericordia e il desiderio di una Chiesa in uscita, come formule davvero fresche, non sono intuizioni supportate da un rigoroso ripensamento delle forme dottrinali. Questo, però, a dire il vero, non deve farlo il Papa, ma coloro che lo affiancano negli uffici preposti. La schizofrenia non è quindi del papa ma della macchina che lo supporta, che non ha trovato ancora uno stile adeguato e lineare. Si noti come suonino in modo diverso (nello stile e nelle priorità) i testi delle Encicliche e delle Lettere apostoliche o dei Motu Proprio, rispetto a queste ultime Note e Dichiarazioni del Dicastero per la Dottrina della fede. Mi pare evidente che si tratta di “mani diverse”, non sufficientemente coordinate e che possono indurre a pensare a tensioni interne ai collaboratori».
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