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ApprofondimentiCulturaMagazine Giugno 2023

INTERVISTA. Jago: "A Napoli ho capito cosa significhi fare scultura"

Gennaro Alvino
Gennaro AlvinoRedazione Informare
1 giugno 20234 min di lettura

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INTERVISTA. Jago: "A Napoli ho capito cosa significhi fare scultura"

Indice (1)

  • 1L’intervista a Jago

Piuttosto celeste che terrena cosa: la nascita di Michelangelo Buonarroti per Giorgio Vasari si trattò di una vera e propria benedizione divina. Come pioggia che cade dal cielo così discende l’arte fra noi esseri mortalissimi. Essa divampa nell’animo ed investe col pio sospiro i cuori di chi sta lì ad ammirarla. Capita allora che chi ha il sole dentro voglia farne dono alla gente per portare anche qui, in questa mortale terra, un briciolo di celeste eternità. Un briciolo di celeste eternità è ciò che Jago ha regalato a noi esseri mortalissimi con la sua arte all’interno della sua esposizione presso la Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi nel Rione Sanità a Napoli.

Nella giornata di sabato 20 maggio l’artista Jago, in collaborazione con la Cooperativa la Paranza, ha riaperto al pubblico la Chiesa dopo anni di chiusura dando vita al Museo Jago che, come un lucente angolo di cielo, rischiara ciò che a lui si affaccia di un candido bagliore.

Jago
Jago
“La Pietà” di Jago

L’intervista a Jago

In occasione della conferenza stampa di presentazione della Mostra, la Redazione di Informare ha avuto l’onore e il piacere di intervistare Jago. «A Napoli ho capito cosa significhi fare scultura poiché per tutta la vita ho creduto di fare lo scultore, ma quando sono arrivato qui ho compreso che non avevo capito nulla» dice l’artista, ormai innamorato della città all’interno della quale è per una seconda volta nato dopo esser venuto al mondo a Frosinone nel 1987.

«Se vuoi diventare un calciatore di Serie A devi sforzarti di giocare con quelli più forti di te. Allo stesso modo, se vuoi diventare un artista devi vivere un periodo napoletano: è un passaggio obbligatorio se vuoi capire l’arte ed imparare ad essere creativo. Qui hai la possibilità di capire te stesso. Se vuoi imparare ad esprimerti artisticamente devi venire qua: devi immergerti nell’umanità e in questo mare fatto di luci ed ombre che poi sono alla base della scultura. Napoli credo sia l’unico posto al mondo in cui luci ed ombre vivono all’unisono».

All’interno della mostra sarà possibile ammirare “La Pietà“, celebre opera di Jago dal forte richiamo michelangiolesco, che torna dunque nel suo luogo d’origine dopo una serie di fortunate mostre ma anche il suo nuovo gruppo scultureo “Aiace e Cassandra” inaugurato in occasione di questa nuova mostra. «Cosa vedo quando guardo questa scultura? In realtà non la voglio vedere: mi piace molto di più sbirciare le persone che guardano il mio lavoro. Io l’ho guardata continuamente per un anno ed ora non vedo più nulla – dice l’artista riferendosi ad “Aiace e Cassandra“. – Credo che ad un certo punto l’artista debba allontanarsi dalla propria opera: devi scappare via da questa per capire davvero cosa hai creato. Soltanto quando avrai dimenticato tutto riuscirai di nuovo a vederci qualcosa. Ad oggi l’unica cosa di cui mi importa è il rapporto con le altre persone. È fondamentale per me sapere cosa vedono loro guardando una mia opera».

L’aria che si respira all’interno della mostra è totalizzante, il tempo pare incastonarsi all’interno delle forme marmoree e, ormai fermo, si arrende al genio di Jago – quest’anima del mondo – che, come Friedrich Hegel scrisse di Napoleone, pare con la propria arte si estenda sul mondo e lo domini.

Come Michelangelo che a proposito del proprio David disse di aver intravisto nel marmo un angelo ed aver quindi scolpito fino a liberarlo; «da un blocco di marmo» è ciò che, sorridente, risponde Jago quando gli viene chiesto da che cosa nascesse l’opera “Aiace e Cassandra”. «Potersi occupare di arte nella propria vita ti dona ad un certo punto il privilegio di vivere giornate come queste. Una giornata come quella dell’apertura di una nuova mostra qui a Napoli non puoi inventartela, arriva perché nel tempo ci hai provato ed hai lavorato duramente. Io credo che l’arte sia come un figlio e donarla al mondo è solo un gesto di restituzione. Quando doni tutto te stesso a queste cose riesci poi a vedere quello che in pochi vedono e ciò ti arricchisce. È una responsabilità della quale ti fai carico e la usi come ingrediente per le cose nuove che fai affinché possano così diventare della collettività» conclude l’artista.

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Gennaro Alvino
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