
«Ho scelto il titolo “La chimera nucleare” perché in Italia il nucleare è un’illusione che ritorna ciclicamente», spiega Giulia Casella, attivista di Legambiente, riferendosi all’ultimo libro pubblicato. «Ogni governo sembra volerlo rilanciare, nonostante due referendum popolari e le difficoltà strutturali del nostro territorio, fragile e sismico.
È un sogno irraggiungibile che ha lasciato ferite profonde e rischi irrisolti». Nel 1987, dopo il disastro di Chernobyl, gli italiani scelsero con un plebiscito di abbandonare il nucleare. Nel 2011, all’indomani di Fukushima, lo ribadirono con forza. Eppure, periodicamente, il tema torna nell’agenda politica, come se la memoria collettiva fosse destinata a svanire.
Il cuore del libro è la storia della centrale del Garigliano, inaugurata negli anni ’60 e spenta nel 1978. «La mia ricerca nasce da un coinvolgimento diretto: volevo capire cosa ci fosse dietro la narrazione ufficiale del progresso. Ho raccolto testimonianze e documenti, insieme al lavoro prezioso di Alfredo Petteruti e Marco Antonio Tibaldi, fondatori del Comitato per la Salute Pubblica», racconta Casella. Le indagini del comitato, supportate da professori universitari, documentarono casi di malformazioni negli animali delle fattorie vicine e un aumento anomalo di tumori e leucemie.
Uno studio tedesco ha confermato che i bambini residenti entro cinque chilometri da una centrale sono più esposti a rischi, con anomalie trasmissibili per generazioni. «Oltre ai danni sanitari – sottolinea Casella – C’è un impatto sociale e psicologico: la paura e la sfiducia verso le istituzioni». Oggi il Garigliano è in fase di decommissioning, uno smantellamento lungo e rischioso. «Le parti più contaminate, come il vessel del reattore, possono essere toccate solo da robot. Una parte del combustibile è stata inviata all’estero, ma le scorie ad alta radioattività torneranno in Italia entro il 2025. Il problema è che non abbiamo ancora un deposito nazionale». Il sito non tornerà mai “prato verde”, ma resterà un’area industriale bonificata, simbolo di archeologia post-industriale.
Un altro capitolo del libro affronta il tema dell’uranio impoverito. «Viene usato nei proiettili perché perfora i carri armati, ma all’impatto disperde nanoparticelle radioattive che contaminano l’ambiente. I soldati italiani, spesso privi di adeguate protezioni, si sono ammalati e molti sono morti. Racconto storie personali, come quella di Luca, artificiere di Sessa Aurunca: vittime invisibili che ancora aspettano giustizia», dice ancora l’autrice del libro.
Oggi si parla di piccoli reattori modulari (SMR): «Sono molto scettica. Esistono solo prototipi sperimentali e gli studi segnalano che potrebbero produrre persino più scorie delle centrali tradizionali. In Italia discutere di nuove centrali è assurdo: non abbiamo ancora risolto il problema delle scorie e dei costi. Più che un futuro, il nuovo nucleare è una moda». Se non il nucleare, allora cosa? «Le alternative ci sono e sono già realtà: eolico, fotovoltaico, biomasse, accumuli energetici e, in prospettiva, l’idrogeno verde. La Cina è leader mondiale in queste tecnologie, a dimostrazione che la transizione è possibile. Certo, ci sono criticità, ma si tratta di sfide risolvibili, a differenza delle scorie nucleari che restano pericolose per centinaia di migliaia di anni».
La chimera nucleare non è solo un saggio, ma anche un atto politico. «Non nel senso partitico, ma come esercizio di cittadinanza attiva. Parlare di nucleare significa parlare di salute pubblica, di democrazia e di memoria. In Italia le decisioni sull’atomo sono state spesso imposte dall’alto. Il libro vuole restituire voce a chi ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze di quelle scelte» spiega Casella. E conclude: «Mi auguro che i lettori si pongano domande, riflettano sul concetto di progresso e pretendano trasparenza. La chimera del nucleare ci ha già ingannato una volta: non dobbiamo ripetere lo stesso errore. Difendere la memoria significa difendere il futuro, e scegliere davvero da che parte stare».
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