
Sono talmente tanti i casi di stupro che si susseguono in Italia che il rischio è che si perda l’attenzione, che si smetta di indignarsi. I media ne fanno narrazioni spesso stereotipate sensazionalistiche, eppure sembra che, a lungo andare, i casi si accumulino senza scalpore. Quando le vittime sono donne ci sono i “se l’è cercata”, “la gonna troppo corta e la camicia scollata”. Il potere è un elemento cruciale non solo nello stupro in sé ma nella minaccia del dopo. Ma com’è strutturata la piramide dello stupro? Qui la base resta nascosta e si compone di pregiudizi e vizi mentali sedimentati in secoli di cultura patriarcale. Per provare a far luce su tale tematica, abbiamo intervistato la criminologa Luisa D’Aniello.
«Tutto parte da una questione di natura culturale ed emotiva fino ad arrivare a quelle che sono azioni quali lo stupro e il femminicidio. Le faccio un esempio: io sono stata consulente per il caso di Maria Antonietta Rositani. Si tratta di una situazione che è a metà strada tra un assetto di tipo culturale ed uno emotivo. Un errore che si commette è quello di assimilare questi comportamenti a condotte di natura patologica che possono essere discriminanti in termini processuali: “Se ha commesso questo tipo di azione vuol dire che il soggetto ha una malattia mentale che causa le azioni”. Un altro problema che si commette è pensare che non possa avvenire lo stupro in una relazione coniugale. Quello che mi colpì del caso fu il capovolgimento della colpa: lui iniziò ad avere delle insicurezze nei confronti della donna quando iniziò ad emanciparsi. Lui riferiva precisamente: “lei iniziò a truccarsi ed a parlare con le amiche e tutto questo alterò il mio vissuto”. Il suo perito ovviamente voleva far intendere che il suo vissuto fosse in chiave patologica. In realtà, era alterato da tutti gli stereotipi culturali che portava con sé: “tu vivi perché sei con me ma da sola non esisti”. Riguardo alla piramide dello stupro ci sono degli stereotipi molto importanti: la donna viene spesso considerata come “una poco di buono”. Gli uomini dovrebbero partire dal presupposto che anche durante il rapporto sessuale uno dei due può tirarsi indietro. La donna può scegliere di intraprendere una relazione e non per questo deve per forza essere considerata come “un poco di buono” se la relazione poi esita in condotte visibilmente violente».
«Il retaggio patriarcale è ancora molto radicato. Anche a livello mediatico: non tutti hanno questa sensibilità perché nella prima fase “la vittima è vittima”. Dopodiché si deve trovare sempre una motivazione che per qualche misura renda la donna complice e colpevole di quello che è accaduto. Ma non è così. Si tratta di un fattore culturale che non è stato sradicato e incide fortemente. Tra vittima e carnefice, il rapporto che si stabilisce è circolare. Nel senso, i feedback che il soggetto dà alla vittima creano una logica circolare nel rapporto. Come se la stessa vittima sentisse il peso di questa predominanza maschile: questo è un fatto radicato nella cultura».
«Bisogna entrare nella logica che non tutte le vittime sentono di essere delle vittime. Il fatto che all’interno di una relazione tutto sia avvenuto con modalità seduttive differenti non esclude il fatto che ci sia una vittima. Molte donne faticano a denunciare. Le donne non riescono a identificarsi come vittime perché c’è tutta una situazione culturale che purtroppo le porta a sentirsi complici. Lo snodo è proprio lì».
«Il problema è che queste sono condotte culturali. Bisogna entrare nelle scuole e fare un lavoro lì e poi lavorare sui genitori. I giovani dovrebbero mettersi in contatto con le loro emozioni ed i social non aiutano. C’è una sterilizzazione delle emozioni e una disfunzione emotiva che comporta conseguenze critiche».
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