
Sono passati trent’anni da quando è iniziata la faida a Ponticelli. Una lotta che ha visto le famiglie locali scapicollarsi per riempire il vuoto di potere lasciato dai Sarno, il clan che aveva occupato la zona di Ponticelli dopo l’arresto di Raffaele Cutolo e lo smembramento della Nuova Camorra Organizzata. Nel 2022 la giornalista Luciana Esposito ha dedicato alla vicenda un libro che le è costato quattro anni di ricerche: parlo di “Nell’inferno della camorra di Ponticelli”. Ed è da questa e da altre letture che Klaus Davi, giornalista e massmediologo, ha iniziato il suo lavoro su Ponticelli.
Dopo essersi interfacciato con boss della ‘Ndrangheta, della Mafia e della Società Foggiana, Klaus Davi ha deciso di provare a raccontare le famiglie della Camorra. Per fare ciò, ha ideato una serie, presente sul suo canale youtube Klauscondicio, intitolata Appuntamento col boss. Klaus Davi si addentra nel cuore di Ponticelli. Per ora sono due le puntante disponibili: una girata in notturna, mentre l’altra è una ricognizione mattutina.
Prendendo atto dei rischi che un giornalista conosciuto corre nell’addentrarsi in un territorio in cui è in corso una faida di camorra, abbiamo fatto alcune domande direttamente a Klaus Davi, per avere il suo punto di vista.
«Perché c’è una faida in corso. Fare giornalismo mediato non mi interessa tanto. Ponticelli mi ricorda Reggio Calabria degli anni 90. La faida è in corso, la senti nell’aria. Racconti una cosa vera: con dei personaggi, con degli affiliati, è tutto in corso».
«Sì, ma Klaus Davi è uno solo. Parto da Ponticelli, parliamo di un luogo di 50.000 abitanti. Poi vediamo dove mi porterà, la faida va oltre Ponticelli. Non è facile introdursi in quei contesti, bisogna avere pazienza e bisogna acquisire credibilità».
«Ho letto dei libri e mi sono documentato tantissimo con i cronisti locali che fanno un lavoro straordinario da anni. Ti devo dire la verità non sono andato dai magistrati. Vorrei andare direttamente sul posto senza cercare mediazioni».
«Questo me l’hanno detto tutti, non so se sia così. Nella puntata del 26 aprile – https://tinyurl.com/davi-appuntamento-boss – si vede che sono entrato nei vari cortili, in alcuni che vengono definiti piazze di spaccio. Sono andato per aprire contatti con degli esponenti della criminalità. Tutti mi hanno detto di non andare, perché sarei stato fermato dalle vedette. Salvo le solite vedette, sia in auto che a piedi, nessuno mi ha interpellato, anche dentro i cortili, nei vari bar».
«Io vorrei raccontare le famiglie della camorra senza mediazioni. La serie si chiama Appuntamento col boss, ma in questa prima puntata il boss non è venuto… Io mi metto anche nei loro panni, devono capire con chi hanno a che fare. Arriva un giornalista, per quanto conosciuto, per quanto ho fatto dei lavori, hanno bisogno di un minimo di rodaggio. Ma il contatto c’è e andremo a breve al prossimo incontro. Non so se sarà un’intervista o ci limiteremo a una battuta. Io mi metto nei loro panni, arriva questo tizio e fa una roba del genere. Anche per loro è una cosa nuova, non so quanti l’abbiano fatto. Probabilmente per questo non si è presentato. Bisogna anche conoscere il territorio, girare, capire. È un mondo che io, per certi aspetti, ho anche definito felliniano, che in Italia non c’è più».
«C’è anche da raccontare l’umanità di tutte quelle persone che non hanno a che fare con la criminalità organizzata, e sono la maggior parte. Continuo a precisare che nessuno mi ha fermato, le varie “vedette” non si sono avvicinate. La tensione nell’aria si sente, perché c’è la faida. Ma neanche quando sono andato lì di notte mi hanno infastidito. Sarà una mia deduzione, ma credo che non mi abbiano ritenuto una figura di pericolo. Sono entrato a Via Scarpetta, nei cortili di Bronzi di Riace, a Conocal. Sono stato a Scampia ed era deserta. Tieni conto che pioveva ».
«Vediamo. Ho intervistato i capi ‘ndragheta farò anche i capi della camorra. Anche loro avranno qualcosa da dire. Quando mi sono presentato sette anni fa dal primo capo ‘ndragheta mi ha detto: «Ma che vuoi?» Poi ne ho intervistati una cinquantina. All’inizio la risposta sarà negativa. Ti racconto un episodio: società foggiana. Andiamo con la troupe di Mediaset io e Alessio Fusco, chiamo uno dei presunti capi mafia, Mazzarella, faccio sapere che lo cerco e lascio il numero di telefono. Dopo un’ora mi chiama un familiare e mi dice: «Vieni, rilasciamo un’intervista». Parliamo della mafia foggiana, una mafia rude, forte, fondata dalla ‘ndrangheta. Mai mi sarei aspettato che mi fissassero un appuntamento per un’intervista. Ripeto, il 26 aprile ero da solo, senza scorta. Il fatto di essere solo da una parte può essere un potenziale pericolo, dall’altro un segno di distensione. Sono da solo, lo capisci che sono un giornalista. Al massimo ti mettono alla porta. A breve farò una seconda spedizione e non avviserò le autorità. Mi sentirei ridicolo con la scorta».
«Sì. Il prossimo appuntamento sarà con un primo esponente del clan ».
«La camorra, parlo di immaginario collettivo, vuol dire Cutolo. Cutolo era un maestro della comunicazione. La camorra ha una tradizione di comunicazione, non è che non ce l’abbia. Quindi secondo me ci sono i narcisisti come li chiami tu, ma ci sono anche quelli che avranno l’esigenza di dire qualcosa: di discolparsi per esempio.
E poi ci sono quelli più ingenui che possono lanciare il messaggio sbagliato. Però ti devo dire la verità, in tanti anni gente che ha lanciato il messaggio sbagliato nelle mafie, ne ho trovate poche. Stanno molto attenti prima di parlare. La scivolata grossa non mi è mai capitata. Poi chiaramente a volte qualcosa esce, per esempio Piromalli di Gioia Tauro ci rivelò che aveva portato i voti sia alla destra che al PD – https://tinyurl.com/davi-piromalli-intervista – , poi ha tentato di bloccare l’intervista ma noi l’abbiamo mandata in onda lo stesso.
Amano molto il confronto intellettuale, non so se sia narcisismo questo. Non trovi sempre persone chiuse. Magari alcuni vogliono precisare delle cose che sono uscite sui giornali. Magari c’è anche chi ti spara, non so, ma non credo. A Ponticelli mi sentivo osservato, soprattutto di notte, ma non ho mai avvertito la sensazione di pericolo. Magari non sono stato in grado di decodificarlo».
«Io ho fiducia nell’animo umano anche quello del camorrista. Sono sempre ottimista. Aprendo al dialogo, il dialogo si apre. Tutti citano Giovanni Falcone, ma Falcone cosa ha scritto nel suo libro? L’interrogatorio funziona solo se il magistrato non fa il fenomeno, non se la tira. Certo, lui (il magistrato ndr) è la legge! È chiaro che sia a un livello superiore, ma nel dialogo deve subentrare una dinamica di rispetto.
Io vado lì con rispetto della persona, non in senso mafioso, ovviamente, ma seguendo la lezione di Falcone. Se non è la prima volta, alla seconda o alla terza qualcuno viene fuori. Gli interrogatori, come le interviste, escono se tu sei uno strumento. Bisogna andare lì e umilmente tentare di cavare fuori le notizie. Oggi vedo molte persone che vogliono fare i fenomeni. Se andassi lì con la scorta farei ridere i polli ».
«Io lo dichiaro pubblicamente, sono gay e già per il mondo delle mafie il gay è visto male, se andassi lì con la scorta penserebbero: “sto ricchione viene pure con la scorta”. Sarebbe il doppio della denigrazione. Invece io sono orgogliosamente omosessuale e nessuno si è mai permesso di denigrarmi perché ho dimostrato professionalità. Così la sessualità è passata in secondo piano. Non è un dettaglio, per la mentalità di queste associazioni criminali, la sessualità non è un dettaglio. Ho dimostrato di avere le palle».
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