
Dei tanti sport praticati sul nostro territorio, uno di quelli che ricevono meno copertura mediatica è certamente il rugby: una disciplina sportiva che a Napoli trova una grande interprete nella Partenope Rugby. Per approfondire lo stato di questa storica squadra, due volte Campione d’Italia, abbiamo intervistato Guglielmo Gelormini, classe ’81, giocatore da 30 anni, ex-capitano e amministratore delegato della Polisportiva Partenope.
«La Polisportiva Partenope nasce negli anni ’50, come unione dei dopolavoro di diverse storiche aziende napoletane con lo scopo di offrire, sia ai dipendenti che ai loro familiari, un luogo dove si potessero fare vari sport. Nasce così un luogo che, fino agli anni ‘60/’70 dà molte soddisfazioni alla città, anche in termini di trofei e vittorie, portando vari atleti alle Olimpiadi. La Partenope non passa mai al professionismo, continua ad essere un posto dove si fa sport per la diffusione della pratica sportiva, specializzandosi su 7 discipline. Naturalmente, vivendo solo delle rette degli atleti, la polisportiva si concentra fondamentalmente sulla crescita dei ragazzi, sia sportiva che umana. Con la privatizzazione delle grandi imprese dello Stato, la Partenope ha perso quella spinta che aveva inizialmente ed ora siamo ad un livello amatoriale, dove tutti danno una mano: io, ad esempio, ho fatto qualunque cosa, traccio il campo tutte le domeniche, insieme organizziamo le trasferte, portiamo con i pulmini i ragazzi a giocare».
«Capirai che qui, a differenza che nelle altre nazioni d’Europa, dove il rugby è molto diffuso e sviluppato (ci stiamo un poco alla volta arrivando anche noi), ci si deve confrontare con lo strapotere del calcio, ma anche con la mancanza di una cultura rugbistica. I genitori vedono la durezza, la violenza e difficilmente capiscono il valore formativo di questo sport, quindi il modo per portare i ragazzi sul campo è quello di andare nelle scuole a fare delle dimostrazioni. Si passa, poi, con i professori di educazione fisica, anche alla formazione di piccole squadre proprio della scuola; facciamo da sempre progetti di questo tipo. Nel 2011, quando siamo tornati allo Stadio Albricci, abbiamo ri-istituito il Trofeo Partenope, che esisteva quando c’erano i Giochi della Gioventù, campionati studenteschi che poi sono spariti col tempo.
La cosa è riuscita bene, ha riempito il campo di ragazzi che adesso continuano a giocare o, anche se non giocano, frequentano: insomma sono amici, che è la cosa fondamentale. Il progetto coinvolge la scuola media e i primi due anni delle superiori, la nostra attenzione è rivolta soprattutto alle scuole che si trovano attorno all’Albricci, che è la nostra casa; una struttura condivisa condivisa con i militari che soffre diversi problemi di manutenzione. Un altro progetto, che stiamo portando avanti da 10 anni, riguarda le scuole di Barra. C’è un professore di educazione fisica ed ex giocatore che ci dava una mano facendo attività con i ragazzi: ci chiese se potevamo fare qualcosa per un posto, dietro la scuola Solimena, che sarebbe dovuto essere un parco, ma che era di fatto una discarica. Insomma, un po’ alla volta, nel corso di 7/8 anni, siamo riusciti, con il Comune, a liberare questo luogo e a mettere i pali, ora abbiamo fatto il progetto per gli spogliatoi e l’illuminazione; abbiamo creato un piccolo campo dove i ragazzi possono fare l’attività senza doversi spostare troppo. In queste realtà difficili c’è la necessità di essere molto più legati al territorio».
«I valori del rugby sono tanti, quello fondamentale in queste situazioni è il rispetto delle regole condivise, che vanno seguite. In questo la pratica sportiva, ed in particolare il rugby, aiuta molto. Ma ci sono anche fratellanza e rispetto vicendevole, non c’è la possibilità di fare i gradassi, proprio per come è concepito lo sport: se c’è questo atteggiamento, si stempera da solo nei ragazzi che affrontano questa attività. L’educazione non passa solo attraverso la scuola e la famiglia, ma anche attraverso la pratica sportiva, dove ci si misura a livello fisico ma anche a livello d’ingegno. Purtroppo in Italia non siamo messi bene: manca un Ministero dello Sport, l’educazione fisica è trascurata nelle scuole e le strutture sono carenti. I ragazzi dovrebbero imparare a cadere, a camminare, a correre, cose che se fai un giro in Francia sono normalità. Il rugby ti forma nella resistenza al dolore e nella tempra d’animo, se cadi a terra poi ti rialzi».
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