
Nel numero cartaceo di aprile di Magazine Informare ci siamo concentrati sul fenomeno del bullismo, effettuando un passaggio anche sul tema, molto in voga a livello mediatico negli ultimi anni, della violenza giovanile e delle baby gang, arrivando a toccare anche il problema dei cosiddetti “maranza”. Qui pubblichiamo l’intervista completa alla professoressa Monja Taraschi, che tramite le sue risposte ha dato un contributo fondamentale per la stesura dell’articolo “Maranza e baby gang: il disagio dietro le etichette“, di Barbato e De Florio.
«Sono professoressa associata di Pedagogia generale e sociale presso l’Università Suor Orsola Benincasa. Il mio percorso nasce quando, ancora giovane avvocata, il Consiglio dell’Ordine mi invitava a entrare nelle scuole per fare lezioni sulla legalità. È stata un’esperienza decisiva: lì ho capito che il diritto, da solo, non basta se non incontra uno sguardo educativo capace di leggere le persone e le loro storie. Da allora insegno all’università e mi occupo di pedagogia sociale, devianza e marginalità, con particolare attenzione ai contesti penitenziari e al rapporto tra educazione e diritto. Nel tempo il mio lavoro si è concentrato soprattutto sulla devianza minorile, sulla giustizia riparativa e sul tema della rieducazione.
Il corso di Pedagogia della devianza va in questa direzione: non si limita a definire cosa è deviante, ma prova a capire perché certi comportamenti emergono.Lavoriamo molto sull’idea che la devianza non sia solo una violazione della norma, ma il risultato di percorsi spesso segnati da fragilità, esclusione o mancanza di opportunità. L’obiettivo è aiutare gli studenti a uscire da letture semplici e giudicanti e a sviluppare uno sguardo più attento, capace di cogliere la complessità delle situazioni».
«Il termine “devianza giovanile” viene spesso usato in modo improprio, soprattutto nel dibattito pubblico, dove tende a essere ridotto alla sola dimensione della criminalità o della pericolosità. Io preferisco pensarla come una condizione che prende forma dentro contesti precisi: storie personali fragili, situazioni familiari complesse, povertà educativa, dinamiche di esclusione e, a volte, anche risposte istituzionali che non riescono a intercettare il disagio. La devianza, in questo senso, è un segnale. Ci dice che qualcosa, nei processi educativi e sociali, non ha funzionato. Non è una condizione fissa: è qualcosa che può cambiare, se viene letta e affrontata con uno sguardo educativo, prima ancora che giudicante».
«La tecnologia e i social hanno cambiato molto il modo in cui la devianza e la violenza giovanile si manifestano, ma non sono la causa del problema. Piuttosto, rendono più visibili e più rapide dinamiche che già esistono.Oggi la violenza può essere continua, non resta più confinata a un luogo o a un momento preciso: pensiamo alcyberbullismo o alla diffusione di immagini senza consenso. Per chi la subisce è molto più difficile sottrarsi.
C’è poi il tema della visibilità. Alcuni comportamenti vengono messi in atto anche per essere visti, condivisi, riconosciuti. La ricerca di consenso, di appartenenza, può spingere a superare limiti che altrimenti resterebbero tali. I social incidono anche sulla costruzione dell’identità. L’adolescenza è sempre stata una fase di sperimentazione, ma oggi passa molto attraverso lo sguardo degli altri, l’immagine, la risposta immediata. Questo può rendere più fragili alcuni equilibri. Inoltre, la distanza dello schermo riduce la percezione delle conseguenze: si fa più fatica a cogliere fino in fondo il danno arrecato.
La tecnologia, però, non è il problema in sé. È un ambiente educativo. La questione non è limitarla, ma insegnare a usarla: sviluppare senso critico, responsabilità, consapevolezza. Anche qui, la risposta non può essere solo normativa, ma deve essere educativa e condivisa tra scuola, famiglia e contesti di vita».
«Le differenze territoriali contano molto, ma vanno lette con cautela, evitando letture stereotipate. Non esiste una “devianza del Sud” e una “devianza del Nord”, ma contesti diversi che producono forme diverse di disagio. Più che parlare di “questione meridionale”, credo sia utile parlare di disuguaglianze nelle opportunità educative. Dove mancano scuola, servizi, spazi di aggregazione, aumenta il rischio che i ragazzi cerchino altrove riconoscimento, anche in circuiti devianti.
La vera questione non è geografica ma educativa e politica: riguarda la capacità dei territori di offrire alternative concrete e di costruire comunità educanti. Se esiste una “questione meridionale”, allora, riguarda soprattutto il bisogno di rafforzare le infrastrutture educative e sociali, contrastare la povertà educativa e restituire ai ragazzi spazi di futuro. Ma è una sfida che, in forme diverse, attraversa tutto il Paese».
«Il termine è già di per sé problematico: è un’etichetta che semplifica e rischia di stigmatizzare.Il disagio c’è, ma spesso viene raccontato male, come se fosse una questione etnica o culturale. In realtà molti di questi ragazzi sono seconde generazioni che faticano a sentirsi davvero parte della comunità. Non è un problema di “tipi di ragazzi”, ma di integrazione, o meglio, di inclusione, che funziona o che non funziona.
Le politiche possono fare la differenza, ma devono essere concrete: una scuola davvero inclusiva, spazi educativi nei territori, attenzione alla marginalità. E anche al linguaggio, perché le parole che usiamo contribuiscono a costruire realtà. Etichettare rischia di aggravare il problema. Più che chiederci se sia un problema vero o falso, dovremmo chiederci come lo stiamo guardando. Se lo leggiamo solo in chiave di sicurezza, risponderemo con il controllo. Se lo riconosciamo come una difficoltà nei processi di inclusione, allora le risposte devono essere educative, relazionali e di lungo periodo».
«A mio avviso, quello che manca più spesso è la complessità. La devianza viene raccontata come un fatto isolato, quasi fosse il gesto di una persona “sbagliata”. Si dimentica invece che ogni comportamento nasce dentro relazioni, contesti, percorsi. Un altro punto poco considerato è quello delle responsabilità diffuse. L’attenzione si concentra sul singolo, ma raramente si guarda al ruolo della scuola, dei servizi, delle politiche sociali, dei territori. Come se il problema fosse sempre altrove, e non anche un segnale di qualcosa che non ha funzionato.
C’è poi una semplificazione nei tempi: si racconta l’evento, ma non il percorso. La devianza non nasce all’improvviso, ma si costruisce nel tempo, spesso attraverso segnali che non vengono colti. Fermarsi all’atto finale significa non capire e quindi non prevenire. Infine, si parla poco di cambiamento. I percorsi di rieducazione esistono, e sono molti, ma fanno meno notizia. Così si rischia di pensare che chi sbaglia resti per sempre uguale a quell’errore».
«Se dovessi indicare alcune direzioni, direi innanzitutto questo: non intervenire solo quando il problema esplode, ma prima, nei contesti in cui i ragazzi crescono.La scuola è centrale: deve essere un luogo di relazione e riconoscimento, capace di intercettare il disagio e prevenire la dispersione. Accanto alla scuola servono territori vivi, con spazi educativi, sport, cultura.È fondamentale anche lavorare con le famiglie: sostenere la genitorialità non significa sostituirsi, ma accompagnare e offrire strumenti, soprattutto nelle situazioni più fragili.Poi c’è il tema dell’inclusione: ridurre le disuguaglianze, contrastare la marginalità, fare in modo che nessun ragazzo cresca sentendosi fuori. Quando manca appartenenza, si cerca altrove, anche in forme problematiche.
Infine, anche le risposte istituzionali devono avere una dimensione educativa: percorsi come la giustizia riparativa funzionano perché lavorano sulla responsabilità e sul cambiamento. Non esiste una soluzione unica. Serve una rete tra scuola, famiglia, servizi e politiche pubbliche. L’obiettivo non è solo contenere i problemi, ma creare possibilità».
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