
Il cinema italiano è in crisi. Lo sappiamo ne abbiamo letto, abbiamo sentito ovunque questa notizia ma in questo marasma di difficoltà e film di YouTubers prettamente per bambini, un’anima giovane si sta facendo spazio nel panorama nazionale.
La situazione del cinema italiano, soprattutto in provincia di Caserta è drammatica. La chiusura dei pochi spazi che rimanevano ancora attivi ha portato il tutto a concentrarsi in quelle poche sale dei centri commerciali, sempre più affollate e con sempre meno rassegne con cinema italiano d’autore.
Insomma, i luoghi non ci sono e la volontà delle grandi multinazionali prevale sul senso critico e di scoperta di qualcosa che non sia il “mainstream”. Immaginare in questo contesto un qualcosa che riesca, un qualcosa che funzioni è quasi irreale, ma spesso succede. Mino Capuano è un giovane regista campano, di Marcianise in provincia di Caserta, classe ‘94 che ormai dal 2019 produce e mostra ai più importanti festival i suoi cortometraggi.
Dopo gli studi alla Rome University of fine Arts ed in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia Mino muove i primi passi come direttore della fotografia al cortometraggio “ADAVEDE” selezionato alla “Settimana Internaziona- le della Critica di Venezia”. Sarà proprio il 2021 la data della sua opera zero, “QUANNO CHIOVE”, presentato come unica anteprima mondiale, alla storica rassegna “Bimbi Belli” condotta da Nanni Moretti. Quest’anno il suo cortometraggio “SCIARABALLA” è nella selezione internazionale del “Clermont-Ferrand Short Film Festival”, il più grande evento cinemato- grafico al mondo dedicato ai cortometraggi a dimostrazione del fatto che Mino è ormai un esempio per tutti i giovani che vogliono intraprendere questo cammino che sembra oggi così ostico.
«La situazione in Italia è abbastanza contraddittoria e dualistica. Gli autori nostrani all’estero nei vari festival sono infatti sempre presenti, mentre in patria gli stessi non sono minimamente considerati. Allo spettatore o comunque al grande pubblico arriva il concetto che “il cinema non è più come prima”, anche se il vero punto è la non valorizzazione di quest’arte, che tende così a restare sempre relegata agli addetti ai lavori o poco più».
«Sono ancora giovane quindi non mi sento ancora di poter dare consigli, quello che posso dire è di non cadere nel tranello del “il momento è ora” o del “tutto e subito” bisogna saper riconoscere ed aspettare il proprio momento. Ogni cosa ha il suo tempo e aspettare quello giusto, attendere e capire di più se stessi e il proprio percorso è vitale».
«Nella mia opera zero “Quanno Chiove” (che non è la mia prima ma è stata interamente autoprodotta) ed anche in Sciarabballa ho cercato di indagare il mutare delle relazioni, i loro cambiamenti e la loro distruzione a volte, il loro lato fragile molto simile all’equilibrio precario delle relazioni esistenti in natura. Oggi c‘è molta difficoltà nell’affrontare i propri per- corsi ed anche le loro conseguenze: partire, cambiare, riuscire, fallire, restare sono tutte situazioni che anche in caso di positività, ci lasciano con un senso di “appucundria” che ritroviamo in entrambe le opere. Alla fine, questa sorta di malinconia tutta nostra è un po’ il sunto del senso di accettarsi ed accettare il mondo così com’è, una sorta di rassegnato va bene così».
«A breve uscirò con un nuovo corto prodotto da Amartia Film ed in selezione ad Alice nella città, sezione parallela del Roma Film Festival, sarà incentrato sul disagio comunicativo, sulla natura umana e sull’incomunicabilità delle relazioni umane rimanendo quindi sul filo rosso anche dei precedenti lavori.
Inoltre, sto scrivendo un lungometraggio di cui a breve inizieremo la produzione, incentrato sulla fallibilità umana e quindi un paradigma opposto a quello che la società odierna ci propone; sarà un film su una generazione confusa ma che lascerà aperta una finestra di speranza sul futuro, anche se una speranza tragica, che non cerca il senso delle cose ma è figlia dell’imprevedibilità umana».
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