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INTERVISTA. L'ex pugile Angelo Musone, oltre la medaglia: "Sport, scuola di vita eccezionale"

Fernanda Esposito
Fernanda EspositoRedazione Informare
13 maggio 20264 min di lettura

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INTERVISTA. L'ex pugile Angelo Musone, oltre la medaglia: "Sport, scuola di vita eccezionale"

Indice (12)

  • 1L’intervista all’ex pugile Angelo Musone
  • 2Oggi, guardando indietro, che significato ha per te la tua carriera nella boxe italiana? 
  • 3Che rapporto hai oggi con il ring: nostalgia o distanza? 
  • 4Negli anni ’80 eri tra i volti più rappresentativi della boxe italiana: cosa rendeva speciale quel periodo?
  • 5C’è un incontro che ha cambiato davvero il corso della tua carriera? 
  • 6L’Olimpiade resta uno dei momenti più alti per ogni atleta: che ricordo hai di quell’esperienza? 
  • 7Quanto conta la testa rispetto al fisico in uno sport come la boxe?
  • 8Hai rimpianti?
  • 9Come vedi la boxe oggi?
  • 10Il passaggio alla vita dopo lo sport è spesso complicato: com’è stato per te? 
  • 11Ti senti valorizzato oggi per quello che hai dato allo sport? 
  • 12Ti occupi di fair play con il Panathlon insieme al presidente G. Petrungaro e incontri gli studenti nelle scuole. Che messaggio lasci ai giovani, e perché dovrebbero scegliere il pugilato?

Negli anni in cui la boxe italiana sapeva ancora infiammare palazzetti e accendere il dibattito sportivo, Angelo Musone era uno dei volti più riconoscibili di un movimento in piena trasformazione. Potente sul ring, essenziale fuori, Musone ha attraversato un’epoca in cui il pugilato rappresentava non solo competizione, ma anche riscatto sociale e disciplina assoluta. 

L’intervista all’ex pugile Angelo Musone

Oggi, a distanza di anni dai riflettori e dai guantoni, la sua storia offre uno sguardo privilegiato su ciò che la boxe è stata e su ciò che è diventata. Tra ricordi di incontri decisivi, sacrifici personali e riflessioni sul presente dello sport, Musone ripercorre una carriera fatta di ambizione, ostacoli e identità. Un racconto che va oltre il ring, per restituire il ritratto di un atleta e di un’epoca.

Oggi, guardando indietro, che significato ha per te la tua carriera nella boxe italiana? 

«È stata un’esperienza fantastica. Negli anni ’80 ho viaggiato molto, conosciuto culture diverse e sono cresciuto come uomo. Devo tanto alla boxe e a un sistema sportivo che allora sosteneva anche discipline meno popolari. Oggi, invece, gli sport più ricchi attraggono risorse e il pugilato resta penalizzato».

Che rapporto hai oggi con il ring: nostalgia o distanza? 

«Direi distanza. Ho chiuso quella fase e ne ho aperte altre. La mia vera medaglia d’oro è la famiglia: una lunga vita con mia moglie e due figli realizzati».

Negli anni ’80 eri tra i volti più rappresentativi della boxe italiana: cosa rendeva speciale quel periodo?

«C’era fiducia e possibilità. Lo sport permetteva anche di vivere dignitosamente: vincere tornei significava guadagni importanti. Oggi questi incentivi sono quasi scomparsi».

C’è un incontro che ha cambiato davvero il corso della tua carriera? 

«Nel 1983, a Cuba, capii il mio valore. Poi la vittoria a Stoccarda contro un forte pugile cubano nel 1984. Vinsi l’incontro e il torneo, e da quel momento staccai il biglietto per Los Angeles. Aver battuto un cubano così forte fu il crocevia della mia vita. Ho partecipato a 11 tornei internazionali, vincendo sei ori, due bronzi (Olimpiadi e Coppa del Mondo) e due argenti (Giochi del Mediterraneo e un torneo in Francia)».

L’Olimpiade resta uno dei momenti più alti per ogni atleta: che ricordo hai di quell’esperienza? 

«Straordinario, ma durissimo. Servono sacrifici enormi, soprattutto mentali. Arrivare alle Olimpiadi richiede sacrifici immensi: 6-7 ore di allenamento al giorno e a 20 anni non sono facili da sostenere. Ho anche pensato di lasciar perdere qualche volta, per partecipare bisogna essere molto forti».

Quanto conta la testa rispetto al fisico in uno sport come la boxe?

«Il 99%. Motivazione e sacrificio fanno la differenza».

Hai rimpianti?

«Sì, l’incontro di Los Angeles. Ero convinto di aver vinto, ma il verdetto fu ribaltato, uno scandalo. Resta una ferita, anche economica». 

Come vedi la boxe oggi?

«In difficoltà. I pugili guadagnano poco e a volte devono pagare per gareggiare. Servono incentivi e più libertà per trovare sponsor».

Il passaggio alla vita dopo lo sport è spesso complicato: com’è stato per te? 

«Duro. Ho dovuto smettere per motivi di salute e reinventarmi. Non è facile uscire da quel mondo, anche per la scarsa meritocrazia».

Ti senti valorizzato oggi per quello che hai dato allo sport? 

«Orgogliosamente dimenticato, ma non amareggiato. Ho sempre mantenuto i miei valori. Grazie ai miei maestri e allenatori come D. Brillantino e F. Falcinelli (allenatore della Nazionale, poi presidente)». 

Ti occupi di fair play con il Panathlon insieme al presidente G. Petrungaro e incontri gli studenti nelle scuole. Che messaggio lasci ai giovani, e perché dovrebbero scegliere il pugilato?

«Lo sport è una scuola di vita eccezionale e il pugilato forma il carattere. In palestra cerchiamo anche di aiutare economicamente i ragazzi meritevoli e in difficoltà, perché tutti devono avere l’opportunità di crescere attraverso lo sport». 

Tags
  • #Angelo Musone
  • #Boxe
  • #intervista
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