
Negli anni in cui la boxe italiana sapeva ancora infiammare palazzetti e accendere il dibattito sportivo, Angelo Musone era uno dei volti più riconoscibili di un movimento in piena trasformazione. Potente sul ring, essenziale fuori, Musone ha attraversato un’epoca in cui il pugilato rappresentava non solo competizione, ma anche riscatto sociale e disciplina assoluta.
Oggi, a distanza di anni dai riflettori e dai guantoni, la sua storia offre uno sguardo privilegiato su ciò che la boxe è stata e su ciò che è diventata. Tra ricordi di incontri decisivi, sacrifici personali e riflessioni sul presente dello sport, Musone ripercorre una carriera fatta di ambizione, ostacoli e identità. Un racconto che va oltre il ring, per restituire il ritratto di un atleta e di un’epoca.
«È stata un’esperienza fantastica. Negli anni ’80 ho viaggiato molto, conosciuto culture diverse e sono cresciuto come uomo. Devo tanto alla boxe e a un sistema sportivo che allora sosteneva anche discipline meno popolari. Oggi, invece, gli sport più ricchi attraggono risorse e il pugilato resta penalizzato».
«Direi distanza. Ho chiuso quella fase e ne ho aperte altre. La mia vera medaglia d’oro è la famiglia: una lunga vita con mia moglie e due figli realizzati».
«C’era fiducia e possibilità. Lo sport permetteva anche di vivere dignitosamente: vincere tornei significava guadagni importanti. Oggi questi incentivi sono quasi scomparsi».
«Nel 1983, a Cuba, capii il mio valore. Poi la vittoria a Stoccarda contro un forte pugile cubano nel 1984. Vinsi l’incontro e il torneo, e da quel momento staccai il biglietto per Los Angeles. Aver battuto un cubano così forte fu il crocevia della mia vita. Ho partecipato a 11 tornei internazionali, vincendo sei ori, due bronzi (Olimpiadi e Coppa del Mondo) e due argenti (Giochi del Mediterraneo e un torneo in Francia)».
«Straordinario, ma durissimo. Servono sacrifici enormi, soprattutto mentali. Arrivare alle Olimpiadi richiede sacrifici immensi: 6-7 ore di allenamento al giorno e a 20 anni non sono facili da sostenere. Ho anche pensato di lasciar perdere qualche volta, per partecipare bisogna essere molto forti».
«Il 99%. Motivazione e sacrificio fanno la differenza».
«Sì, l’incontro di Los Angeles. Ero convinto di aver vinto, ma il verdetto fu ribaltato, uno scandalo. Resta una ferita, anche economica».
«In difficoltà. I pugili guadagnano poco e a volte devono pagare per gareggiare. Servono incentivi e più libertà per trovare sponsor».
«Duro. Ho dovuto smettere per motivi di salute e reinventarmi. Non è facile uscire da quel mondo, anche per la scarsa meritocrazia».
«Orgogliosamente dimenticato, ma non amareggiato. Ho sempre mantenuto i miei valori. Grazie ai miei maestri e allenatori come D. Brillantino e F. Falcinelli (allenatore della Nazionale, poi presidente)».
«Lo sport è una scuola di vita eccezionale e il pugilato forma il carattere. In palestra cerchiamo anche di aiutare economicamente i ragazzi meritevoli e in difficoltà, perché tutti devono avere l’opportunità di crescere attraverso lo sport».
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