
Non carri armati nelle piazze né proclami alla radio, ma trame oscure e complicità trasversali che attraversano una delle pagine più controverse dell’Italia repubblicana. È proprio in questa zona d’ombra, sospesa tra misteri irrisolti, che si snoda lo spettacolo teatrale “Colpo di Stato” che Luigi de Magistris, ex sindaco e magistrato partenopeo, porterà in scena il prossimo 30 marzo sul palco del Cinema Teatro Acacia a Napoli.
Una rappresentazione civile, che si sviluppa a partire dal nuovo libro firmato dallo stesso de Magistris: “Poteri Occulti. Dalla P2 alla criminalità istituzionale. Il golpe perenne contro Costituzione e democrazia”. L’obiettivo? Ricostruire quel filo rosso che – dalla strage di Piazza Fontana al caso Moro, passando per le tragedie di Capaci e via D’Amelio, sino alle stagioni più recenti della Repubblica – avrebbe influenzato il neoliberismo italiano dagli anni ‘70 ad oggi. Inoltre, de Magistris indica anche un possibile antidoto: il rispetto della Costituzione come argine democratico contro ogni deriva eversiva.


«La storia del nostro Paese, che io descrivo nel libro “Poteri Oculti” e nello spettacolo di teatro civile “Colpo di Stato” è una storia di fatti che vanno messi insieme, senza fare l’errore di considerarli in maniera atomistica. Io approccio sempre con i fatti, che scaturiscono da sentenze, procedimenti penali, commissioni parlamentari e inchieste giornalistiche, e non è vero che in Italia non ci sono stati dei colpi di Stato. Ci sono stati episodi gravissimi che hanno modificato con le stragi l’andamento della nostra democrazia. Si pensi al colpo di Stato più eclatante, ossia il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, ma anche alle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, oppure alle bombe di Firenze, Roma e Milano. Per non parlare della mancata cattura di Bernardo Provenzano o della mancata perquisizione al covo di Totò Riina, e dei tanti dubbi riguardo la cattura di Matteo Messina Denaro. Questa storia non può non essere ricostruita, e non possiamo considerare questi fatti isolati».
«Per 15 anni ho analizzato il passaggio dalla seconda alla terza Repubblica, quando prevale un sistema criminale con l’obiettivo di conquistare lo Stato dal suo interno. Inoltre, ho vissuto sulla mia pelle anche l’elemento che lega questi fatti: le cosiddette “massomafie”, i poteri deviati, nei quali si saldano rapporti in nome di interessi lobbistici e criminali. Dov’è che si crea il mix esplosivo? Quando si realizza la saldatura tra pezzi di politica, colletti bianchi, criminalità organizzata, ma anche apparati di controllo, magistratura compresa».
«Se analizziamo ciò che è accaduto nella strage di Piazza Fontana, con il coinvolgimento di vertici dei servizi dell’epoca, oppure quello che è emerso in seguito al caso Moro, e le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, si commetterebbe un grave errore se si considerassero “mele marce” singoli soggetti deviati. Parliamo di vertici di apparati dello Stato, che hanno costituito una sorta di “normale devianza”, e chi ricercava la verità era considerato un sovversivo».
«Ci sono vari fattori. Innanzitutto, si è persa quella cosiddetta “tensione morale” di cui parlavano Falcone e Borsellino, ossia quell’interpretazione del ruolo della magistratura di prima linea come missione. Un fenomeno che deriva anche dall’attuazione di varie riforme volte a realizzare una magistratura conformista, burocratica. Poi, si considerino anche gli attacchi politici istituzionali e mediatici nei confronti dei magistrati liberi, coraggiosi e autonomi. Infine, un ultimo elemento consiste nella mancanza di sangue e di omicidi. Questa strategia di mimetizzarsi serve anche ad abbassare l’attenzione dell’opinione pubblica, che non considera una priorità il contrasto alle mafie».
«In questo momento credo che si stia portando avanti un vero e proprio attacco alla Costituzione, che scaturisce da un tradimento del testo costituzionale, commesso dalla miopia di una buona parte della classe dirigente italiana. Per cui ora è fondamentale essere al corrente di ciò che accade per costruire un pensiero critico. Dunque, ai sensi del secondo comma dell’Articolo 1, dove si legge che “la sovranità appartiene al popolo”, spetta a noi attivare un’attitudine democratica. Se dovesse passare il “Sì” con il prossimo referendum costituzionale, si porrebbero le basi per un ridimensionamento dell’autonomia della magistratura. La ricetta proposta colpisce la Costituzione dritta al cuore. Quindi fare pedagogia della resistenza costituzionale significa far vivere la Costituzione ascoltando il suo battito cardiaco. Solo così si può dimostrare che “non c’è prezzo a non avere prezzo”, incoraggiando a smascherare i “Giuda in toga”, salvando e attuando la Costituzione».
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