
È martedì pomeriggio, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma. Paolo Giordano ha terminato una presentazione e già la folla gli si è radunata intorno. Lo aspetto paziente, in un angolo, e penso di aver dimenticato a casa la mia copia di Tasmania, il suo ultimo libro, pubblicato per Einaudi nel 2022. Non avrò un autografo, in compenso ci scambiamo i numeri di telefono. Gli dico che l’avrei chiamato, ma passa del tempo. In quei giorni l’Emilia si allaga e la realtà diventa urgente. Allora il focus della nostra conversazione si sposta dai romanzi, al clima. Anche perché i cambiamenti climatici e la responsabilità collettiva sono i temi di “Tasmania”, e degli articoli che da anni Paolo Giordano scrive sul Corriere della Sera.
«Guarda, qui bisogna cercare di uscire dai pareri. Ho scritto vari pezzi sul Corriere legati a ciò che stava succedendo in Emilia Romagna. Nel primo pezzo esplicitavo un imbarazzo in questo senso, erano i giorni del disastro, quelli sarebbero i momenti in cui non si deve parlare di clima. Si deve parlare solo dell’emergenza specifica da gestire. Il clima ha un’onda di frequenza molto più lunga e andrebbe affrontato al di fuori degli stati emergenziali. I problemi sono legati al tipo di dibattito che esiste su questi temi che si accende e si focalizza quasi esclusivamente su ciò che ha a che fare con l’emergenza e solo in quel lasso di tempo. Questo è un atteggiamento perdente nei confronti di qualcosa che richiede un approccio strutturato».
«Anche dire responsabilità politica… la politica è una delle responsabilità. Innanzitutto la responsabilità è del dibattito e riguarda anche noi. La politica da anni segue ciò che muove l’emotività. Questo è un tipo di problema. L’altro è la nostra diffusa impreparazione rispetto a quello che sta succedendo. E non è un mio parere, i miei pareri hanno poca rilevanza. Ha rilevanza ciò che ci dicono gli studi e gli studiosi, i report delle Nazioni Unite e per tornare alla prima domanda a cui ho risposto solo parzialmente: siamo già in un’epoca di crisi climatica. Non ci sarà un ritorno a un ipotetico stato di prevedibilità. Siamo già in un territorio in cui gli eventi estremi sono più frequenti, più violenti e sarà sempre più così. Ora quello che trovo frustrante è accendere la televisione e sentire dibattiti in cui si discute se il riscaldamento sia dovuto o no all’azione dell’uomo, roba di trent’anni fa. Al giorno d’oggi dovremmo parlare di quali sono i modi per adattarci al cambiamento, adattare le nostre strutture, il territorio, la vita! C’è tantissimo lavoro da fare. Ma non arriviamo quasi mai a quel punto della conversazione».
«Questo è uno dei problemi. Nel libro dico anche in modo onesto che si viene sopraffatti dalla noia a parlare di ambiente. Se non nella generazione molto più giovane, in cui questa sensibilità sembra avere un fondamento più sorgivo e più emotivo. Ma per tutte le altre generazioni, che sono quelle che hanno le leve di potere decisionali e del dibattitto in mano, è un argomento non seducente. Lo si affronta solo in maniera razionale. Ed è chiaro che diventino più interessanti i fatti della vita privata – che comunque per tutti noi prevalgono sulle ansie per la collettività e mi sembra normale – ma prevalgono nell’agenda delle cose di cui occuparsi. Io non sono affatto moralista in questo, la capisca tutta questa difficoltà. È una difficoltà psichica sulla quale mi interrogo da molti anni. E quindi un buon passo sarebbe quello di de-moralizzare il dibattito sul clima: smettere di parlare di fine del mondo, estinzione e smettere di essere così accusatori e autodenigratori perché così l’opinione pubblica va subito in difesa. Forse bisognerebbe passare a una fase del dibattito costruttiva, più basata su fatti e prassi».
«Io rifuggo ogni forma di paternalismo, soprattutto parlando di come dovrebbe manifestare il dissenso chi viene dopo. Ti rispondo cosa ne penso a livello narrativo, da osservatore della narrazione. La fase shock morale è arrivata e, attenzione, è arrivata quando esisteva già la conferenza del clima di cui parlo io in “Tasmania”. Ma questa cosa ha portato con sé l’onda di sdegno di una generazione. Ora io non so se siamo già abbastanza maturi per andare oltre nel dibattito. In realtà sta succedendo tutto velocemente, io sono più indulgente su questo. Di sicuro, mi rendo conto che quel tasto, il tasto del mondo che brucia e della specie umana che si estingue, è un tasto consumato. Come spunto di riflessione è una cosa che mi sento di dire pur essendo totalmente dalla parte di chi cerca di portare questa cosa avanti nell’agenda. Ma a livello di narrazione mi verrebbe da dire “sì, io quel tasto cerco di non usarlo più”».
«La letteratura in questo riesce a trasformare tutto, però ci vuole anche tempo. In questo momento mi sembra difficile anche solo pensarlo. E mi viene da dire, riportando il tutto a una successione di eventi visti col senno di poi, è importante non fare troppi paragoni con un terremoto perché sono cose molto diverse. Usciamo dalla logica del maltempo, parola usata a cui io sono stato molto contrario, usciamo dalla logica fatalista che c’è dietro questo evento, cerchiamo di iscrivere questa tragedia all’interno di una narrazione più ampia».
«Nei fatti, sì, perché tra il Covid e l’intervista di cui ho parli, ho scritto Tasmania. Ho trasformato il blocco in romanzo. Dopodiché ti dico che è un pensiero con cui continuo a combattere: darmi la possibilità dell’invenzione, di non essere strettamente convocato dal commento della realtà. Se ti dovessi dire su due piedi se è superata o non è superata direi di no. Ma penso anche che sia un confronto stesso che riguarda il senso del romanzo. Io comunque penso che il romanzo sia una forma di narrazione che riesce, proprio attraverso questo processo del confronto con la realtà, a reinventarsi. Questo risponde un po’ a quello che dicevi prima sul terremoto e su quello che la letteratura fa col tempo».
«Sono d’accordo questa era la mia intenzione, ma anche quella di Francesca Minieri (sceneggiatrice .ndr) e di Luca Guadagnino. Molto spesso quando si parla di genere, di identità, si cade nella tassonomia o nell’idea di destini molto segnati. Noi volevo che fosse una serie di relazioni, e anche di amore! Nel senso che quella tra i due protagonisti resta una storia d’amore. La serie è nata parecchi anni prima, si è trasformata, si è trasformata ancora quando Luca ha preso in mano il progetto. E da quel momento lo abbiamo scritto con lui, tenendo conto di quelle che erano le sue immagini. È stato un lavoro lungo, perché va da sé che una serie è un lavoro lungo, ma ancorato a un’idea molto forte, che era l’idea dei due protagonisti. Nonostante il progetto sia cambiato, loro hanno resistito nel tempo e per me questa è sempre l’attestazione di un valore. Succede spesso anche nei romanzi. Quando i personaggi resistono, vuol dire che sono personaggi vivi. Che hanno un qualcosa in più».
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