
Far sì che i bambini non si trovino a vivere in carcere con le loro madri detenute: questo è l’obiettivo della proposta di legge approvata il 30 maggio alle ore 19.00 dalla Camera dei Deputati. Prosegue al Senato l’iter della legge che mira a promuovere il modello delle case famiglie e a escludere che le madri incinte, o con figli conviventi di età inferiore ai sei anni, restino recluse. Qualora venisse approvata senza modifiche, la legge entrerebbe in vigore. I voti della Camera a favore sono stati 241, i contrari 7 e 2 gli astenuti.
La condizione delle madri detenute è pesantemente precaria, appesa al filo delle decisioni di magistrati, educatori, assistenti sociali e condizionata dalla paura di perdere i propri figli o di non vederli crescere. Per provare a far luce abbiamo intervistato il deputato Paolo Siani, membro della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana.

Infatti, nel 2018 c’erano circa 60 bambini tra cui pochi in casa-famiglia, molti negli Icam ed alcuni nelle carceri. Quando visitai l’Icam mi confrontai con una realtà non adeguata ad un bambino, poiché viveva la vita, i tempi e gli odori di un carcere. Una madre mi raccontò di un episodio che mi colpì notevolmente, ossia, che la prima parola pronunciata dal figlio non era stata “mamma” bensì “apri”. Questo mi fece capire quanto la vita di un bambino potesse essere influenzata da una situazione di questo tipo. Ho proposto, quindi, di scrivere una legge che prevedesse ciò: la prima scelta che il giudice deve fare è quella di mandare la donna in casa-famiglia. Qualora ci fossero delle particolari circostanze, così gravi da non ritenere possibile una detenzione in casa-famiglia, la donna potrebbe andare in un istituto Icam, ma non più in un carcere. Se il reato fosse talmente grave, la madre andrebbe al 41-bis e il bambino le verrebbe tolto e dato in affidamento».
«Bisogna prendersi cura della madre e del bambino, perché gli stimoli arrivano al bambino già dai primi mesi della gravidanza ed incidono sul cervello dei bambini, sia in utero che fuori. Quindi occuparsi dei bambini in questa fascia di età, vuol dire occuparsi del futuro del nostro paese perché stiamo dando a loro l’opportunità di essere degli adulti competenti e con un cervello più stimolato e molto più plastico».
Secondo il deputato Siani, «questa è un’emergenza seria che non ha bisogno più né di patti e né di esperimenti, bensì di un’Agenzia infanzia». «Questa mia convinzione – prosegue – è venuta fuori quando in Parlamento ho iniziato a vedere che sono cinque i Ministeri che si occupano dell’infanzia, ma il dramma è che nessuno si coordina con l’altro. Un’Agenzia infanzia sarebbe la giusta soluzione, dato che sappiamo con certezza, da studi scientifici, che gli interventi sull’infanzia, affinché siano efficaci, devono iniziare alla nascita del bambino».

«No, la colpa va espiata. Le donne detenute, quando compiono un reato, devono sapere a cosa vanno in contro. Ad esempio, se una donna spaccia deve essere consapevole che questo reato le provocherà il distacco dai propri figli. Non si redime il reato, ma parliamo di reintegrazione sociale e rieducazione sociale; poi, la moralità la lasciamo alla Chiesa e alla coscienza di ognuno di noi».
«Assolutamente no. Il problema è che in carcere probabilmente le donne imparano un mestiere, ma spesso non trovano un gancio con l’esterno. Si dovrebbe, quindi, cercare di creare un ponte che colleghi l’interno con l’esterno. Ovviamente, quando la donna è incinta, se si garantisce la madre, si tutela anche il figlio. Questo, però, non deve diventare “la scusa”. Infatti, a tale proposito, cito il film con Sophia Loren protagonista che “era sempre incinta quando doveva andare in carcere”. Ci tengo a precisare che i figli non devono essere strumentalizzati per nessun motivo al mondo. In questo momento storico, penso che sia più opportuno occuparci di minori che soffrono, piuttosto che delle madri detenute».
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