
La ricerca rappresenta il motore principale di un Paese, mentre il progresso tecnologico e scientifico ridisegnano il futuro e la vita dei cittadini che verranno, questo più che mai in campo medico. Proprio in questo settore ogni scoperta è una certezza per il futuro della società. La medicina evolve con il progresso scientifico, fornendo nuove soluzioni a problemi in passato irrisolvibili. Il mondo intero vive sfide uniche, dove il ruolo dell’intelligenza artificiale potrebbe migliorare le vite di milioni di pazienti. Dalle sfide internazionali alle realtà che vivono i nostri territori in Campania. E con il nostro Sistema sanitario nazionale, un gioiello al quale occorre fornire un serio progresso tecnologico. Questi i temi toccati dalla Prof.ssa Francesca Gimigliano, ordinaria di Medicina Fisica e riabilitativa presso l’Università Luigi Vanvitelli, già Presidente della “International Society of Physical and Rehabilitation Medicine”.
«La riabilitazione è una delle cinque strategie di salute che sono la promozione, la prevenzione, la cura, la riabilitazione e le cure palliative. Nello specifico la riabilitazione è definita dall’Organizzazione mondiale della sanità come l’insieme degli interventi progettati per ottimizzare il funzionamento e ridurre la disabilità nelle persone, con una condizione di salute in interazione con l’ambiente. In pratica, la riabilitazione si occupa del funzionamento: al paziente interessano le attività che può o non può continuare a fare nonostante la malattia. In particolare, per funzionamento si intendono tutte le funzioni e le strutture corporee, nonché le attività e la partecipazione di una persona nell’ambiente in cui vive. Quindi, la riabilitazione ha come obiettivo quello di recuperare una funzione persa oppure di fornire al paziente gli strumenti per “compensare” la funzione compromessa».
«La riabilitazione è una strategia di salute a sé stante e come tale può essere sufficiente da sola o in combinazione con altre strategie di salute. L’approccio riabilitativo è per sua natura multidisciplinare perché richiede la collaborazione di più professionisti. L’approccio al paziente dovrebbe essere sempre interdisciplinare, cioè più specialisti di diversi ambiti dovrebbero lavorare insieme per la salute del paziente. La realtà che si vive in Campania e non solo è che l’approccio interdisciplinare è molto di rado applicato e che spesso i vari professionisti non comunicano tra loro, se non attraverso il paziente, che viene ad essere così gravato della responsabilità delle sue cure».
«La riabilitazione è individuale, noi “prendiamo in carico” il paziente scrivendo un progetto unico, cucito sulla persona, sulle sue patologie e caratteristiche. In questo caso, quindi, l’intelligenza artificiale non è ancora in grado di snellire tutto quel lavoro rappresentato dall’incrocio dei dati e della storia clinica dei pazienti. Questo snellimento ci permetterebbe di raggiungere dei notevoli livelli di efficienza, ancora lontani ad oggi. In questo senso l’intelligenza artificiale sarebbe molto utile se riuscisse a raccogliere le informazioni del paziente e tutte le sue difficoltà, unendole, sintetizzando tutto, e fornendoci una prima base per il nostro lavoro. Credo che l’intelligenza artificiale possa essere in futuro uno strumento unico, di grandissimo aiuto per i medici. Dal punto di vista della ricerca e della innovazione in riabilitazione, la robotica sta assumendo un ruolo sempre più importante. Ad esempio, al Policlinico abbiamo un esoscheletro, una sorta di scheletro esterno, utile a far deambulare i pazienti. Questo è un supporto sia riabilitativo che psicologico, perché rappresenta un’alternativa valida. C’è da segnalare però il suo costo, molto oneroso. La ricerca, da questo punto di vista, prende in carico esperienze ed alternative valide per migliorare la vita dei pazienti. Un’altra prospettiva futura è la “tele-riabilitazione”, e molti colleghi portano avanti proposte volte a dare una maggiore assistenza ai pazienti con l’ausilio della tecnologia. Su quest’ultimo punto immagino che in futuro arriveremo al punto di mettere in atto sistemi di assistenza digitale da remoto, come ad esempio avviene in altri campi, quello della telefonia in primis, dove il paziente pone una domanda standard e riceve una riposta sino ad arrivare al dialogo con un operatore umano».
«Siamo sicuramente indietro rispetto ad altri paesi. In Italia, ad esempio, da poco è stata introdotta la cartella clinica digitale. Quando sono stata negli Stati Uniti negli anni Duemila, questo strumento era già presente ed era progettato molto meglio di quello che oggi è presente nel nostro Paese. Attraverso un codice di sicurezza del paziente, potevo visualizzare tutta la sua storia clinica, dai referti alle immagini. Su questo siamo sostanzialmente indietro. La cartella clinica digitale italiana non ci permette di visualizzare i referti e tutti gli esiti di altre visite fatte in diversi ambulatori, non fornendoci quindi un quadro completo della storia clinica del paziente. Su altro siamo però molto avanti: in Italia il Sistema sanitario nazionale garantisce l’assistenza a tutti, anche in ambito riabilitativo.
Mentre negli Stati Uniti un paziente colpito da ictus può accedere alla riabilitazione solo per tre settimane dopo la malattia, nel nostro Paese ricoveriamo il paziente fino a 120 giorni. L’Italia e la Francia sono i due paesi più strutturati in ambito riabilitativo nel quadro internazionale. La medicina riabilitativa è considerata la strategia di cura del ventunesimo secolo, con l’età media in continuo aumento e l’esposizione sempre maggiore a malattie croniche. Nel 2023, per la prima volta nella storia, l’OMS ha approvato una risoluzione sulla riabilitazione, che ha un impatto importantissimo per tutti i paesi in via di sviluppo. Dalle proiezioni demografiche, si stima che nel 2050 nei paesi in via di sviluppo una persona su cinque avrà più di sessantacinque anni. Questi paesi si ritroveranno a fare i conti con una popolazione sempre più anziana, ma senza la possibilità di garantirgli il corretto funzionamento, fattore che inciderà pesantemente in termini di costi al singolo stato».
«In Campania stanno aumentando le strutture pubbliche che hanno a disposizione attrezzature robotiche. Il Santobono, per esempio, ne ha tante perché ha investito molto. Siamo, tuttavia, molto indietro rispetto al nord Italia, soprattutto per quanto riguarda le strutture private convenzionate con appositi centri per la ricerca. Siamo anche molto indietro sull’informazione: non parliamo solo di quella destinata ai pazienti, ma anche di quella che circola tra colleghi».
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