
Partiamo dai fatti. 23 giugno: al centro storico di Napoli, nella notte, si verifica prima una sparatoria tra via Duomo e Forcella, poi l’esplosione di un ordigno in via San Biagio dei Librai. È soltanto uno degli ultimi episodi di quanto testimoniato dalla relazione semestrale effettuata dalla Dia, Direzione Investigativa Antimafia, presentata in Parlamento e che fa riferimento al periodo gennaio-giugno 2023: le guerre tra clan camorristici sono in aumento, non solo nel capoluogo, ma anche nella sua area Nord. C’è anche un altro dato, probabilmente il più preoccupante per il futuro, emerso dallo studio: i giovani risultano essere sempre più attratti dalla vita criminale e lo si evince dal fatto che l’età media degli affiliati alle organizzazioni si è notevolmente abbassata. Non parliamo esclusivamente di ragazzi facenti parte della fascia di età che va dai 20 ai 35, bensì di soggetti appena maggiorenni e, molto spesso, addirittura di soli 16-17 anni. Numeri allarmanti su cui riflettere ed intervenire per evitare l’ennesima escalation della criminalità organizzata, i quali sono la prova del fatto che ci sia più di qualcosa che non quadra nel tessuto sociale nostrano.
Sul territorio del capoluogo campano e della sua area Nord, la camorra sembra aver cambiato faccia già da diversi anni. Le organizzazioni posizionate qui al vertice del comando – il report Dia conferma lo scontro tra l’Alleanza di Secondigliano e il clan Mazzarella – riescono ormai ad infiltrarsi senza particolari difficoltà in una serie di attività economiche che risultano essere “pulite”, sfruttando i cosiddetti colletti bianchi, grazie all’utilizzo di accurate e sofisticate strategie di riciclaggio del denaro sporco ed illecito.
Tuttavia, l’organismo investigativo interforze ha segnalato la nascita di altre piccole formazioni del crimine, che incentrano invece il loro lavoro su classiche azioni come pizzo, rapine e traffici di droga. Ed è proprio all’interno di queste ultime fila che si riscontra la presenza di un gran numero di giovani. In generale, però, la relazione ha riportato che la tendenza crescente verso la quale si dirigono i camorristi di oggi è quella di coprirsi il più possibile, preferendo attività illecite con guadagni altissimi, ma con minori rischi giudiziari.
Insieme a Napoli, Caserta è il territorio che registra la più alta densità criminale di tutta la penisola. Dopo un periodo in cui l’influenza e il potere del clan dei Casalesi potevano sembrare ai più dormienti e in netto calo, soprattutto grazie ai numerosi arresti eseguiti nell’ultimo decennio, nel report è possibile leggere esattamente il contrario. In questa porzione di regione, una delle più importanti per tradizione camorristica, la storica organizzazione criminale casertana ha definitivamente ripreso le sue consistenti attività, passando però al modello mafioso del ventunesimo secolo. Un tipo di lavoro diverso, come detto in precedenza, rispetto a quello adoperato dai vecchi boss del passato. Si punta tutto, o quasi, su nuovi investimenti sempre più difficili da scoprire e sradicare, motivo per il quale pare essere necessario anche un cambiamento delle strategie di monitoraggio e controllo per stoppare, e possibilmente diminuire, i numeri in crescita forniti dalla Dia.
Dopo la pubblicazione dello studio, Informare ha contattato Raffaello Magi, magistrato e consigliere presso la Corte di Cassazione, importante figura che in passato ha giocato un ruolo chiave nel contrasto alla criminalità organizzata in Campania.
Dall’ultimo report Dia emerge che la criminalità organizzata usa sempre di più i colletti bianchi. È l’affermazione definitiva di una versione 2.0 della camorra?
«Non esattamente. Sicuramente da un lato l’apporto dei colletti bianchi è fondamentale per le attività di riciclaggio e di reimpiego dei capitali illeciti, una tendenza che continua a verificarsi; dall’altro, però, non credo che le organizzazioni criminali rinuncino ad esercitare un minimo di controllo del territorio in maniera tradizionale. Quindi secondo me le due modalità coesistono e vanno ancora insieme».
Infatti, soprattutto nell’area nord di Napoli, usura ed estorsione restano le attività più lucrative dei diversi clan. Denunciare fa ancora paura?
«Negli ultimi tempi pare ci sia stata purtroppo una ripresa dell’estorsione per finanziare l’attività dei clan, un dato estremamente preoccupante. Si può parlare, in questo ambito, di “crisi etica” di tutti i soggetti vittime di usura: non si denuncia non solo perché si ha paura e si avverte pressione intimidatoria, ma secondo me anche perché probabilmente fa comodo a molti avere una sorta di “assicurazione” sul territorio e tirare avanti così. Si tratta di una diminuzione etica non indifferente rispetto al coraggio visto in passato».
Nel casertano, invece, il Clan dei Casalesi sembra essere definitivamente risorto. Come giudica il pentimento di Francesco Schiavone?
«Siamo ancora in una fase in cui la Procura di Napoli sta raccogliendo le sue dichiarazioni. La chiave di lettura più verosimile del suo pentimento è la volontà di dare un segnale, in particolare ai suoi figli più giovani, di abbandono della logica criminale. Sembrerebbe però, almeno da quello che si legge dalle cronache, che invece abbia avuto l’effetto opposto. Spero non si tratti del pentimento strategico di una persona, ormai anziana, che cerca una situazione carceraria meno pesante. Sul territorio, intanto, si vede e si percepisce la volontà del clan di tornare a contare, e questa è una cosa molto triste per chi ha dedicato parte della sua vita a combattere il fenomeno».
L’età media dei soggetti che intraprendono il percorso da criminale è diminuita. I giovani a far parte dei clan aumentano…
«È la conseguenza del forte disagio sociale che vivono nelle nostre terre. Una volta che questo disagio prende il sopravvento le strade sono solitamente due: o si diventa vittime del mercato degli stupefacenti, con l’ingresso in un tunnel di problemi psichici, oppure si intraprende il percorso criminale, il quale rappresenta una reale alternativa (questo è il dramma n.d.r), ad una condizione di disagio sociale-economico e alla mancanza di modelli positivi. Bisogna lavorare sia sull’evasione scolastica, che crea le condizioni per gli ingressi dei giovani nelle fila delle organizzazioni camorristiche, sia sulle famiglie, nel senso che lì dove manca un tessuto familiare adeguato bisogna avere il coraggio di fare delle scelte drastiche, come l’affidamento di questi ragazzi alle comunità o ad altre famiglie. Si stanno creando le condizioni per una riproduzione nei prossimi anni di scenari che temevamo e che pensavamo fossero scomparsi».
L’educazione nelle scuole può essere un’arma per contrastare questo fenomeno?
«Intercettare l’evasione dalle scuole è la prima spia per capire l’entità del problema. A quel punto ci vuole l’impegno degli enti territoriali, di persone che siano in grado di spiegare qual è la situazione all’interno dei nuclei familiari, per poi intervenire con strategie di inclusione che riportino questi giovani di nuovo nell’ambiente scolastico. Per fare ciò è necessario investire risorse».
Quanto influisce, secondo lei, la difficoltà di trovare un lavoro?
«Meno di quello che si pensa. Chi vuole realmente trovare un lavoro onesto ha le possibilità per farlo, anche se non sempre ben retribuito. E questo è il primo problema di fondo: il mercato del lavoro eccessivamente spezzettato e l’assenza di salari dignitosi influiscono sulle scelte dei ragazzi in questione. Penso piuttosto che si tratti di decisioni radicate in famiglie che presentano esempi negativi, dove ci sono padri o nonni che fanno o hanno fatto parte del mondo criminale. Credo quindi che sia più una deriva di attrazione per il prestigio e per il conseguente guadagno facile, su cui, ripeto, la mancanza di un lavoro è relativamente determinante. Sono scelte che nascono nei contesti culturali e familiari di origine».
Lo studio Dia parla anche di una maggiore presenza di armi bianche tra i giovani dei clan…
«Il problema delle armi bianche riguarda tutto il paese, da scardinare partendo da un intervento legislativo che aumenti le pene per il porto di strumenti così pericolosi. Gli omicidi sono in aumento, una piaga che deve essere fermata. Ma non dobbiamo dimenticare che anche le armi da sparo sono in grande circolazione per le guerre di camorra in corso di svolgimento».
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