
Il Prof. Michele Mosca insegna Economia Politica presso il dipartimento di Scienze Politiche della Federico II. Negli anni il Prof. Michele Mosca si è occupato con perseveranza del contrasto al crimine organizzato impegnandosi attivamente con il comitato Don Peppe Diana e con l’associazione Libera. Abbiamo conversato con lui sul tema della gestione dei beni confiscati alle mafie a Caserta.
«Sicuramente la criminalità organizzata incide negativamente sullo sviluppo dei territori. Vi faccio l’esempio delle gare d’appalto, perché quando le organizzazioni aggrediscono delle risorse pubbliche, queste non vengono utilizzate nel modo migliore possibile, anche perché vengono sottratte agli altri concorrenti. Le opere pubbliche vengono poi realizzate sicuramente con materiali scadenti, violando i diritti dei lavoratori e l’ambiente, inquinando e compromettendo il territorio. Ovviamente da questo punto di vista si condiziona molto lo sviluppo territoriale, turbando il mercato e il corretto utilizzo delle risorse pubbliche».
«Sicuramente un modo per rendere la lotta alle mafie più efficiente è quello di togliere loro le ricchezze. Il sequestro e poi la confisca che si traduce in una restituzione ai cittadini che hanno subito la violenza delle organizzazioni, è un modo per mettere in moto un’economia alternativa a quella che genera la criminalità organizzata, permettendo dunque una crescita del territorio. È un mezzo di contrasto non solo simbolico, ma cruciale anche nei fatti».
«La legge italiana sul riuso dei beni confiscati è la prima al mondo nella materia, ed è eccezionale in quanto ci dice che non basta soltanto sottrarre le risorse alle mafie, ma bisogna farle rivivere con finalità diverse. Questo può avvenire in due modi: la prima possibilità è affidare il bene alla società civile tramite organizzazioni di terzo settore come associazioni, cooperative o imprese sociali; l’altra ipotesi è che i beni vengano utilizzati dallo stato con finalità istituzionali, creando in questo caso un enorme valore simbolico, dimostrando la presenza della legalità».
«La provincia di Caserta si è dimostrata molto pronta a trasformare la norma in qualcosa di concreto perché in quest’area, accanto alla formidabile azione repressiva che ha portato in tempi passati alla decapitazione del clan dei Casalesi, si è sempre accompagnato un modello preventivo, e dunque quel riutilizzo sociale dei beni confiscati di cui parlavamo prima. Questo traguardo è stato soprattutto possibile grazie alle organizzazioni del terzo settore locali, fra cui il comitato Don Peppe Diana».
«In verità, nel corso degli anni c’è stato un rilevante progresso sulla riduzione dei tempi di assegnazione. Ci sono ancora dei casi in cui le operazioni sono un po’ più lunghe, ma i vincoli sono legati ai singoli vizi di quei beni. Si è però sicuramente fatto un passo in avanti con delle leggi che puntano al sostegno della partecipazione dei cittadini nell’ambito della cittadinanza attiva, introducendo sistemi come la coprogettazione e la co-programmazione. Con queste modalità, la pubblica amministrazione può sedersi al tavolo con i cittadini per progettare la gestione e l’affidamento del bene confiscato, e questo è il modo migliore per recuperare risorse e tempi».
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...