
Vengono definiti «difficilmente collocabili» i bambini che, per età o per problematiche di salute, faticano a trovare una famiglia che possa accoglierli in affido o in adozione. Gli ultimi dati ufficiali in Italia risalgono al 2019 e parlano di circa 13.555 bambini in affido e 14.053 ospitati in case famiglie. Numeri che impressionano, soprattutto se si pensa che ci siano tra questi minori con disabilità.
Tuttavia, esiste una legge dello Stato che norma le eccezioni di legge – è l’articolo 44 della legge 184 del 1983 – che racconta di una forma di adozione di “seconda classe” che consente ai singoli, donne e uomini, di essere candidabili in alcuni casi, come per le gravi disabilità. Per provare a far luce abbiamo intervistato Luca Trapanese, Assessore al Welfare del comune di Napoli.
«Il problema è legato essenzialmente al concetto stesso di “disabilità” perché questa è vista come una vera e propria tragedia. Le famiglie con i bambini disabili spesso sono abbandonate e fanno fatica a crescere il bambino dalla nascita. Tutto questo perché in Italia non esiste una legge che tuteli il genitore.
I bambini disabili sono difficilmente collocabili e c’è un’enorme fatica in tutti i contesti: dalla scuola alla terapia al lavoro. Un altro motivo – più filosofico – è che la disabilità viene vista come un difetto. Quando si adotta un bambino disabile si viene spesso giudicati dalla società perché tale situazione è difficile da comprendere ed accettare a causa di un concetto di perfezione (sbagliato) che l’Italia ha nel generare un figlio».
«La prima cosa da chiarire è che ogni persona è libera di scegliere. Tutto dipende dal proprio percorso di vita e la scelta è individuale. Sicuramente è necessario essere più vicini alle famiglie con bambini disabili cercando di creare più possibilità di accompagnamento. Molte cose non funzionano correttamente in Italia; per esempio, la prima cosa che bisogna fare quando si ha un figlio disabile è ottenere una certificazione di 104 e il riconoscimento dell’invalidità, ma l’iter è farraginoso.
Inoltre, ci sono ancora maestre di sostegno che non riescono ad integrare il bambino disabile all’interno di una classe. Quindi è necessario fare un progetto territorio-scuola-famiglia, in cui la persona disabile non è più vista come un problema. Le faccio un altro esempio: gli adulti disabili attualmente prendono una pensione di 850 euro al mese, ma qualora dovesse morire il genitore o il tutore, il disabile nella maggior parte dei casi non potrebbe sostenere tutte le spese e mantenersi con soli €850.
Quindi precisiamo che non sono le persone a non volere i bambini disabili ma è lo Stato che è incapace di supportare le persone che lo vorrebbero».
«Io non sono eccezionale, bensì sono solo “formato” in materia. Avevo 15 anni quando ho incontrato la disabilità e me la sono portata dietro per tutta la vita. Dopo esser diventato esperto decisi di diventare padre attraverso l’affido, consapevole di essere pronto per divenire “un padre con un figlio disabile”».
«Sono appena sostenibili perché lo Stato paga le terapie, ma risparmia sulla concessione delle ore necessarie. Bisognerebbe fare almeno 8 ore a settimana di terapia e non 4. Inoltre, tutto dipende dal tipo di disabilità: ci sono delle disabilità che possono essere considerate “tranquille” come, ad esempio, la sindrome di down, ma ci sono anche altre disabilità molto gravi dove ciò che attualmente concede lo Stato non basta. Ad esempio, quando si ha un figlio allettato è necessario che lo Stato assicuri una presenza quotidiana di una persona che collabori con la famiglia nella gestione della disabilità.
Ad oggi manca la consapevolezza dei diversi tipi di disabilità; bisognerebbe almeno suddividerli per macroarea e non metterli tutti in un solo calderone. C’è una grande differenza tra Alba (mia figlia) che è nata con la sindrome di down ed un bambino che è attaccato ad un tubo respiratore e che si nutre con la peg».
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