
Il sito di informazione “Cronache di ordinario razzismo” ideato da Lunaria, associazione di promozione sociale senza fini di lucro, laica, indipendente e autonoma dai partiti, ha una sezione che documenta gli episodi di razzismo in Italia, in qualsiasi forma essi si manifestino. Il database online documenta più di 8723 casi che consentono di ricostruire l’evoluzione del razzismo quotidiano dal 2007 in poi. E crescono di anno in anno. Le ultime rilevazioni del sito risalgono al 2023, con 435 casi registrati, più di uno al giorno. E gli ambiti sono i più diversi: il campo di calcio, i banchi di scuola, il luogo di lavoro, le passerelle di moda.
Un’indagine di Amref Health Africa, nel capitolo “L’Africa in Italia”, rileva che solo un italiano su dieci ha la percezione corretta di quanti siano gli africani residenti oggi in Italia, circa 1,2 milioni. Al di là del numero esatto, il 53% dei rispondenti dichiara che i cittadini africani residenti in Italia sono comunque troppi: il colore della pelle e i tratti somatici rimangono un problema. Sui social media italiani 1 commento su 10 è offensivo, discriminatorio e/o afferente alla categoria “hate speech”. Quando sui social si parla, per esempio, di riforma della cittadinanza, il 6,5% dei commenti sono preoccupanti. A dirlo è Amnesty international, che nel mese di ottobre 2021 ha raccolto, nell’arco di sei settimane, 6 milioni di contenuti tra quelli pubblicati in Italia su Facebook e Twitter, monitorando personaggi pubblici, testate giornalistiche, politici e attivisti e catalogando un totale di 27mila utenti unici. Tra i bersagli preferiti per l’odio riversato in rete ci sono donne, migranti, rifugiati, persone di etnie non europee. Ma a sostenerlo è anche l’attuale governo che, tra il detto e non detto, alimenta se non un odio razziale, almeno una diffidenza nei confronti dello straniero. Da “prima gli italiani” a “solo gli italiani” il passo è molto breve e si rischia di creare tensioni sociali inammissibili.
Uno dei settori dove il razzismo è maggiormente presente è quello della moda e appare in tutta la sua prepotenza nello stereotipo della modella e del modello tipo: carnagione chiara, corporatura esile, tratti somatici occidentali. Ma qualcosa sta cambiando se negli ultimi anni abbiamo assistito ad alcune campagne mediatiche, nell’ambito del fashion, accusate di razzismo. Nel mese di gennaio 2018 H&M ha diffuso un’immagine di un bambino nero che indossava una felpa con su scritto “Coolest monkey in the jungle” scatenando, giustamente, una vera e propria protesta contro la catena svedese. Lo stesso accade qualche tempo dopo con Prada, con la collezione di mascotte Pradamalia con la scimmietta Otto che, a detta di alcuni, ricordava il cortometraggio animato Little Black Sambo, foriero di stereotipi caricaturali sugli africani. Il caso più eclatante è quello di D&G, che per annunciare una sfilata a Shanghai, ha lanciato una campagna video in cui la cultura orientale e quella italiana si incontravano mediante degli stereotipi a prima vista scherzosi e non troppo offensivi. Ma un uomo cinese, contrariato, ha ben pensato di protestare con Stefano Gabbana in persona. La situazione è totalmente degenerata, facendo emergere un lato della moda, ma più in generale del nostro Paese, che non avremmo mai voluto vedere. Lo stilista ha infatti risposto rivolgendo a quella persona degli insulti irripetibili, che offendevano l’intera popolazione cinese.
Per capire meglio in che misura il mondo della moda sia ancora razzista, abbiamo intervistato Nicola Paparusso, un uomo poliedrico, fondatore di African Fashion Gate.
Cos’è African Fashion Gate?
«African Fashion Gate, con rappresentanti in Europa, Africa e Nord America e Sud America, è un laboratorio permanente di iniziative culturali e interventi concreti contro le superstiti forme ed episodi di razzismo, discriminazione ed esclusione nel mondo della moda. Nasce in Senegal nel 2010 per mia volontà, con l’obiettivo di portare sulle passerelle internazionali modelle/i e designer di pelle nera in quell’epoca quasi del tutto assenti per ragioni facilmente attribuibili a superstiti forme di razzismo nel comparto moda. In quell’epoca le uniche voci che denunciavano il fenomeno razzista nella moda erano quelle di Naomi Campbell e Franca Sozzani. Al fine di perseguire il proprio obiettivo e interloquire più agevolmente con le istituzioni europee e statunitensi, l’associazione ha fondato una seconda compagine di diritto italiano che è iscritta al Registro Unico Nazionale Terzo Settore e all’Ufficio Nazionale Antirazzismo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ufficio con il quale African Fashion Gate collabora».
Secondo lei, nel mondo europeo e americano è ancora presente il razzismo o altre forme di discriminazione contro le modelle e i modelli neri?
«La maggiore presenza di modelle e modelli neri sulle passerelle americane ed europee non significa che il razzismo sia stato sconfitto. Faccio notare un lato trascurato della problematica. Non solo in America, ma anche in Europa, il fashion system e il mondo del lusso sono una delle industrie che più delle altre è gestita e diretta esclusivamente da bianchi, eccezion fatta per i rarissimi casi di direzioni creative e per i casi ancora più sporadici di CEO neri nel segmento del lusso. Insomma, la moda è ancora un affare per bianchi».
Quale contributo può offrire l’intero comparto della moda africana alla nostra società occidentale?
«Il potenziale della moda africana è enorme, non solo dal punto di vista economico, ma anche per quanto riguarda l’inclusione dei giovani, l’empowerment femminile e la diffusione della cultura africana a livello mondiale. Per la società occidentale, l’Africa e la sua moda, oltre ad essere un punto di ispirazione artistica, rappresentano anche un posto di approvvigionamento, con 37 paesi che producono cotone (in testa c’è il Benin, che ricava dalla fibra il 12% del suo PIL). Ma si fabbricano anche lana, seta, rafia e fibre meno conosciute come il kapok, la juta o il sisal. Giova però precisare l’esistenza di ostacoli allo sviluppo del settore, come per esempio l’assenza in alcuni casi di leggi che proteggano efficacemente la proprietà intellettuale».
Sulle nostre passerelle sono sempre più presenti indossatori/trici “gender fluid”. Come si pone la moda africana di fronte a questo fenomeno?
«Il tema del rispetto dei diritti della comunità LGBT è un tema caldo a tutte le latitudini del globo, e a maggior ragione lo è il tema dei diritti LGBT in Africa. Sono circa sessantanove i paesi al mondo che criminalizzano l’omosessualità, di cui la metà sono situati in Africa. Questa problematica ovviamente si estende anche al settore moda ed è una battaglia difficile da vincere. Basti pensare che in Ghana l’omosessualità è punibile con il carcere e un disegno di legge, in discussione al parlamento, mira a criminalizzare la promozione e il finanziamento delle attività LGBT».
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