
Nelle settimane scorse siamo stati al Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Caserta, dove ci ha accolti il comandante Nicola Sportelli. Fulcro centrale dell’intervista è l’analisi dei tre anni alla guida del comando e la situazione attuale di alcuni dei territori più complessi della provincia. Ufficiale di lungo corso della Guardia di Finanza, con una solida esperienza maturata in diversi contesti operativi italiani, Sportelli ha sviluppato competenze specifiche nel contrasto alla criminalità economica e organizzata, con particolare attenzione all’aggressione dei patrimoni illeciti e al monitoraggio dei flussi finanziari. Un approccio che riflette la trasformazione stessa delle mafie contemporanee.
«La criminalità casertana è sempre stata all’avanguardia, anche rispetto ad altre mafie. La camorra, e in particolare il clan dei Casalesi, è stata tra le prime organizzazioni a comprendere che il vero investimento non fosse soltanto il controllo militare del territorio, ma l’infiltrazione nel settore economico. Non si tratta solo di riciclare denaro, ma di reinvestirlo per inquinare l’economia legale. Questa è la vera sfida, ed è una sfida che riguarda direttamente la Guardia di Finanza. Il nostro lavoro non si limita alle misure personali, ma punta soprattutto alla ricostruzione dei patrimoni e alla loro aggressione. Possiamo fare decine di arresti, ma il giorno dopo ci saranno altre persone pronte a sostituire chi è stato fermato. Se invece si colpiscono i patrimoni, si colpisce il cuore del sistema criminale».
«Un ruolo fondamentale lo ha avuto l’innovazione tecnologica. La Guardia di Finanza ha sviluppato un sistema informatico avanzato, denominato “Molecola”, che consente di incrociare rapidamente le banche dati e individuare sproporzioni tra redditi dichiarati e patrimoni posseduti. Questo strumento ci ha permesso, ad esempio, di condurre un’indagine significativa sul sistema dei lidi balneari della provincia di Caserta, individuando attività direttamente o indirettamente riconducibili a soggetti collegati alla criminalità organizzata. In questi casi si è proceduto non solo alla revoca delle licenze, ma anche al sequestro delle strutture. Il dato tecnologico è un punto di partenza, ma poi serve il lavoro investigativo tradizionale: analizzare, verificare, ricostruire. È un’attività complessa, ma fondamentale per interrompere il ciclo economico della criminalità».
«La situazione è migliorata, questo va riconosciuto. C’è maggiore presenza dello Stato, ma restano criticità. Esiste ancora una parte della classe politica che definirei “debole”, talvolta miope, perché non comprende che assecondare determinati soggetti per convenienza elettorale può avere conseguenze gravissime per il territorio. Allo stesso tempo, però, ci sono segnali positivi. La provincia di Caserta è stata tra le prime in Campania per fondi ricevuti attraverso il PNRR. Parliamo di investimenti per scuole, asili, infrastrutture e trasporti. Questi interventi rappresentano la presenza concreta dello Stato nella vita quotidiana dei cittadini. La vera sconfitta, semmai, riguarda i fondi che alcuni piccoli comuni non sono riusciti a utilizzare. Per incapacità amministrativa o per eccesso di burocrazia, si sono perse opportunità importanti per il territorio».
«La politica ha un ruolo decisivo. La permeabilità delle istituzioni è uno dei rischi più grandi. Non bisogna generalizzare, ma è evidente che laddove la politica è fragile o cerca scorciatoie, si creano spazi che la criminalità è pronta a occupare. Serve una politica forte, autonoma, consapevole. La criminalità prospera dove trova complicità, indifferenza o debolezza. Al contrario, arretra quando trova istituzioni solide e comunità vigili».
«Assolutamente sì. Rispetto al passato, abbiamo registrato un aumento significativo delle denunce e della collaborazione. C’è una maggiore percezione dello Stato e del ruolo della Guardia di Finanza. Un tempo eravamo visti solo come la forza che controllava le tasse. Oggi gli imprenditori onesti hanno capito che il nostro lavoro tutela dalla concorrenza e protegge chi opera nella legalità».
«Dal punto di vista militare, la camorra è più debole rispetto al passato. Ma questo non significa che il problema sia risolto. Nei prossimi anni assisteremo alla scarcerazione di soggetti apicali, e questo rappresenta un elemento di attenzione. La criminalità si è evoluta. Oggi investe spesso fuori regione o all’estero, dove i controlli sono più complessi e i rischi minori. Sul territorio locale, invece, le attività commerciali vengono utilizzate più per il riciclaggio che per il reinvestimento vero e proprio. Questo conferma che la dimensione economica è ormai centrale».
«È fondamentale. La repressione da sola non basta. Serve una rete tra istituzioni, politica, associazioni e cittadini. La criminalità deve sentirsi isolata, respinta dalla comunità. Bisogna far capire, soprattutto ai più giovani, che il delinquere non conviene. La vera forza di un territorio è la sua comunità. Quando una comunità sceglie la legalità, la criminalità perde terreno. La sfida è culturale, prima ancora che investigativa. Dobbiamo continuare ad aggredire i patrimoni criminali, ma allo stesso tempo rafforzare la rete tra Stato e società civile. La criminalità organizzata teme due cose: uno Stato forte e una comunità consapevole. Quando queste due forze si incontrano, il cambiamento diventa possibile».
«C’è una emigrazione della criminalità organizzata campana, in particolar modo napoletana, diretta nel territorio di Castel Volturno, un’emigrazione che stiamo monitorando. Si pensi all’area di Destra Volturno, con il problema di soggetti provenienti dal campo rom di Giugliano, per il quale resta l’incognita della chiusura. Sono maggiormente preoccupato da questa emigrazione fisica, non solo di interessi economici come in passato. Questa è anche una conseguenza positiva dell’azione che si è svolta a Caivano, dove ormai tanti soggetti non trovano più terreno fertile come in passato per commettere attività criminali».
di Tommaso Morlando e Stefano Errichelli
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