
Sui media italiani si parla tanto di Africa ma quasi esclusivamente per il fenomeno migratorio. E non per comprenderlo nelle sue motivazioni più profonde, ma per biasimarlo ed usarlo per fini di propaganda elettorale. Gli italiani, benché i più prossimi geograficamente al continente nero, non ne conoscono le dinamiche né i problemi. Eppure, solo quest’anno sono sbarcati sulle nostre coste circa 40.000 migranti, accomunati dall’unico desiderio di salvare la propria vita dalle guerre e dalla fame. Ne abbiamo parlato con padre Giulio Albanese, missionario comboniano e giornalista, profondo conoscitore del continente nero.
«L’Africa è inferno e paradiso e l’incipit dei suoi problemi è l’enorme debito pubblico che ammonta a circa 1140 miliardi di dollari. Si tratta di un valore assoluto inferiore a quello delle economie avanzate ma è una cifra debitoria elevata se raffrontata al valore complessivo del Pil africano che è di circa 3 trilioni di dollari. L’Africa potrebbe essere il primo continente a livello planetario, galleggia sul petrolio. Eppure, essa continua ad essere il fanalino di coda dello sviluppo. E questo è assurdo perché è un continente che ha straordinarie potenzialità anche da un punto di vista squisitamente antropologico. La popolazione africana è di un miliardo e mezzo di abitanti e nel 2050 saranno due miliardi e mezzo, mentre l’Europa sarà un continente di vecchi che rappresenterà il 5% della popolazione mondiale. Il futuro è in Africa. Ma per una serie di ragioni di matrice economica essa viene sfruttata. L’Africa non è povera, l’Africa è impoverita. L’Africa non sa che farsene della beneficenza, della carità pelosa dell’Occidente. L’Africa invoca giustizia e un cambiamento di mentalità».
«I cinesi non sono benefattori, così come i turchi, gli americani, gli europei. Tutti hanno come matrice una regola d’oro, un assioma clintoniano: “trade no trait”. L’Africa da questo punto di vista è una terra di conquista. I cinesi sono quelli che stanno facendo meglio, nel senso che intrattengono proficue relazioni diplomatiche con i paesi africani. Le relazioni commerciali con gli stati sono floride con la finalità di un’azione predatoria del governo di Pechino nei confronti dei paesi africani. In Africa la stragrande maggioranza degli attori internazionali, i cosiddetti playes, guardano alla terra nera come una grande opportunità. Per tutti è terra di conquista, un far west, è una vacca grassa da cui attingere anche grazie ad un rapporto con i paesi africani intriso di corruzione. Una cosa è molto importante: i paesi africani non sono i più corrotti al mondo. Questa è una falsità, una menzogna criminale che è stata messa in giro. La corruzione è un’operazione di business, da una parte c’è la domanda e dall’altra l’offerta. Da una parte c’è il corrotto, dall’altra c’è il corruttore. I paesi più corrotti al mondo in assoluto sono gli Stati Uniti, la Cina, l’Unione Europea, la Svizzera e il Regno Unito».
«L’informazione è la prima forma di solidarietà. Informarsi è un dovere, essere informati è un diritto. La negazione di queste due cose è dittatura. Oggi la comunicazione, e in particolare l’informazione, gioca un ruolo strategico nello scuotere le coscienze, nel fare capire che questa umanità del terzo millennio ha un destino comune. L’impianto del sistema informativo così come è lascia molto a desiderare perché è stato mercificato. C’è anche da considerare, guardando al panorama italiano, che il nostro modo di fare informazione è molto casereccio. Il sistema italiota è provinciale. Nel nostro paese, se si tratta di raccontare la cronaca nera e gli sbarchi, mandiamo legioni di cronisti a seguire questa umanità dolente che dal meridione approda sulle coste del Bel Paese. Ma quando mai i nostri giornali, i quotidiani nazionali, vanno a fondo sulle ragioni che determinano la mobilità umana? La Somalia, ad esempio, è in crisi dal 1991, dalla caduta del regime di Siad Barre. La Somalia è un ex colonia italiana. Quando nei TG si parla della Somalia? Mai! C’è una disattenzione incredibile, anche verso l’Eritrea che è una dittatura spietata e criminale, forse la più feroce dell’Africa sub-sahariana. Eppure, anche l’Eritrea è un ex colonia italiana. La Francia, di contro, pur continuando ad essere un paese tendenzialmente colonialista, dal punto di vista mediatico, dà grande attenzione alle sue ex colonie. Come facciamo a parlare di integrazione quando l’italiota medio non sa nulla di cosa succede nell’Africa nera?».

«Le Chiese africane sono chiese giovani, molto giovani. La Chiesa del continente nero ha grandi potenzialità, è in crescita, anche dal punto di vista vocazionale. Nell’annuario del 2022, pubblicato nel 2024, dei 100mila seminaristi di tutto il mondo l’Africa ne ha 34mila, il numero più alto. L’Africa è il continente che ha registrato dal 2022 una crescita del 3% dei cattolici con un numero passato da 265 milioni a 273 milioni. L’Africa è ancora terra di missione e dobbiamo stare attenti. Almeno la maggior parte delle Chiese africane sono giovani, ed hanno bisogno di fare il loro cammino. La stragrande maggioranza di esse, eccezion fatta per la millenaria chiesa etiope, sono sorte dall’evangelizzazione dell’Ottocento e, tranne alcune lodevoli eccezioni, hanno ricevuto il vangelo le popolazioni poste sulla costa. L’evangelizzazione dell’Africa nera, del cuore dell’Africa, è relativamente recente. Ci sono poi due chiese africane, una che è più romana del romano pontefice, rischiando di essere tradizionalista, e c’è una chiesa missionaria che è attenta ai diritti umani, molto sensibile alla questione delle migrazioni e al tema dell’inculturazione del vangelo».
«Non è vero che papa Francesco ha trascurato l’Africa. Io ho seguito i suoi viaggi nel continente e sono stati molto impegnativi. Il pontefice è stato in Africa per la prima volta nel 2015, lì ha inaugurato l’anno santo, in Centrafrica. Ha trascurato altri paesi dell’Europa che solitamente i suoi predecessori avevano visitato. Dopodiché ha manifestato grande attenzione all’Africa nei suoi ripetuti interventi, è stato l’unico che ha parlato della guerra in Etiopia, che ha denunciato i crimini nella Repubblica Democratica del Congo, lo sfruttamento, le ingiustizie. Tutta l’opera di papa Francesco è in difesa dei poveri, del sud del mondo e dunque dell’Africa. Le sue principali encicliche o documenti, a partire dall’Evangelii Gaudium, attraverso la Laudato sii fino alla Fratelli tutti, è un magistero che trova i suoi contorni proprio nelle afriche».
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