
Carcere Minorile di Nisida: quando ascoltiamo o leggiamo queste parole, parte quasi in automatico il pensiero alla nota serie TV “Mare Fuori”. Ma la realtà è totalmente distante da quel teen drama che, per quanto possa averci portato all’interno di un Istituto detentivo per minori, ci ha dato un’immagine distorta dei fatti. La struttura attualmente conta all’incirca 60 detenuti, esclusivamente di sesso maschile, dato che nel settembre 2022 la sezione femminile è stata temporaneamente sospesa per ospitare una parte di utenza maschile proveniente dal Nord Italia, principalmente di origine magrebina. Dunque, qual è la vera situazione all’interno di Nisida? Come vivono questi ragazzi? Ma soprattutto: si fa davvero tutto il possibile per recuperarli? Ne abbiamo parlato con il Direttore dell’Istituto Gianluca Guida.
Qual è il reato più grave e il più comune?
«Dalla rapina aggravata commessa con violenza o con l’uso delle armi, allo spaccio nell’organizzazione criminale, fino ad arrivare all’omicidio, il tentato omicidio ed i reati contro la persona. Il più comune, in genere, è quello della rapina aggravata perché è quello da cui iniziano un po’ tutti. In genere si accompagna con questa violenza che è espressione della fragilità dei ragazzi nel non riuscire a capire il valore delle conseguenze che possono derivare da un’azione che molto spesso non sanno inquadrare bene nella sua gravità».
Una volta compiuti i 18 anni, cosa succede per i ragazzi che devono ancora scontare la pena?
«L’età imputabile parte dai 14 anni quindi in linea teorica, da quell’età, potrebbe venire in carcere, ma generalmente non è così. La magistratura tende ad applicare misure non detentive, a meno che non sia un reato particolare allarme sociale. I ragazzi che hanno compiuto il reato dai 14 ai 18 anni, possono restare con noi fino ai 25 anni: in genere si arriva a quella soglia con un progetto di misura alternativa al carcere, a meno che non abbiamo sbagliato proprio tutto».
Come agite nel recupero di questi giovani? Se questo avviene…
«Abbiamo un progetto trattamentale che si articola in tre linee di azione che rispondono ai bisogni fondamentali che questa utenza presenta. L’obiettivo è quello di attivare delle strategie che vadano a dare risposta a quelle che sono, secondo la nostra osservazione, le motivazioni che hanno inciso sulla scelta di vita di questi ragazzi. Da sempre lavoriamo sull’alfabetizzazione linguistica: i ragazzi che arrivano all’interno delle carceri minorili sono bassamente alfabetizzati. Con uno scarto di 10 anni, abbiamo fatto uno screening con l’Associazione Dislessia Italiana sulla presenza di deficit dell’apprendimento nei nostri ragazzi e sia nel primo screening, che a distanza di dieci anni, abbiamo riscontrato un tasso altissimo, pari al 70% nei ragazzi presenti di disturbi mai diagnosticati. Questi dati evidenziano che c’è un bisogno rispetto al quale nel passato non è stata data la giusta attenzione e ora bisogna recuperare. L’altra linea di azione va a guardare al riconoscimento di un saper fare: non ci illudiamo di insegnare un lavoro ai ragazzi perché è una cosa ambiziosa di questi tempi; però cerchiamo di dargli un contesto e un ambito nel quale riconoscersi delle capacità. Molti di loro hanno scarsissima autostima, malgrado si possa pensare l’inverso. E soprattutto li abituiamo a lavorare in gruppo, a stare in un’organizzazione, nel quale c’è un riferimento, che sono tutti aspetti nel loro background mancano: sanno fare bene banda, ma non sanno fare squadra. Cerchiamo di assecondare le caratteristiche dei ragazzi presenti, proponendo laboratori che variano dall’area food, all’arte presepiale, al campo edile o alla lavorazione della ceramica. La terza linea di azione, che è quella che a noi sta più a cuore, tende a lavorare sul “sé” dei ragazzi. Cerchiamo di dare risposta ad alcuni bisogni interiori, attraverso dei laboratori teatrali e musicali, provando a dargli una connessione con loro stessi. Poi continuiamo con esperienze più impegnative come il laboratorio sulle dipendenze e sull’agito violento che accompagna un gruppo di ragazzi sull’analisi e la disamina delle motivazioni che hanno favorito un certo tipo di comportamento che, quando loro arrivano, non sanno neanche definire. Molto spesso sono disorientati nel ritrovarsi in un’immagine, quella che gli viene rimandata dalla sentenza e dai media, che giustamente mette in evidenza forme del loro comportamento che ritenevano normali e naturali perché non sanno decodificare. Li accompagniamo in un percorso di empatizzazione con le vittime, propedeutico all’eventuale lavoro che potrebbero fare un domani di mediazione penale: prospettiva rispetto alla quale auspicheremmo tutti di poter arrivare».
Effetto Mare Fuori: quanto è reale ciò che si mostra nella serie?
«Il problema dell’emulazione Mare Fuori è più un qualcosa che riguarda gli adulti e meno i ragazzi. Nel senso che Mare Fuori è un teen drama ed il Carcere fornisce solo una cornice. Io faccio spesso ironia su questa cosa dicendo che, se tutti i preti fossero come Don Matteo, avremmo una chiesa d’avanguardia, ma non è così e quel contesto serve semplicemente a dare un’ambientazione e così è anche per Mare Fuori. Il Carcere che loro raccontano è una cornice, non ha tutti gli elementi della detenzione minorile, anche quelli più cruenti. Giustamente, essendo una fiction di prima serata, immagino non vogliano toccare le corde che possono non essere gradite al grande pubblico. Un grande valore autoriale però è quello che i ragazzi hanno colto: mi diverte il fatto che mi raccontano che i genitori hanno visto la fiction perché loro li hanno portati a vederla e li hanno coinvolti. Si sono sentiti raccontati in quella narrazione e, osservandolo attentamente, racconta relazioni tossiche e sane che nutrono: un tema rispetto al quale, noi adulti, non stiamo dando la giusta attenzione ed è quello che caratterizza la realtà di Nisida. Noi abbiamo tanti ragazzi che vengono da una storia in cui dal rapporto con gli adulti non hanno avuto la giusta attenzione e non hanno rimandato stimoli ed input per farli essere persone sane. Ne è un esempio il personaggio di Pino ‘O Pazz: il fatto che venga raccontato che questo personaggio riesce a trovare l’equilibrio, per quanto instabile, da una relazione affettiva che gli riconosce un’identità, è un tema importante. I nostri ragazzi cercano molto il riconoscimento in una relazione affettiva con gli altri e con le compagne, che molto spesso possono essere l’anello di svolta del loro cambiamento o tante volte può ulteriormente destabilizzare».
In che situazione psicologica è un ragazzo che arriva a Nisida?
«I ragazzi sono espressione del mondo che gira con loro e intorno a loro. Molte volte arrivano arrabbiati, disorientati, motivati rispetto a delle forme di benessere perché è quello che cercano: peccato che gli sono stati indicati dei parametri che purtroppo non gli danno la felicità che loro cercano. Questo genera in loro tanta rabbia verso gli adulti, il mondo, le istituzioni e tutti coloro che non li hanno aiutati in maniera adeguata. Ci tengo a fare una mia considerazione personale: i ragazzi evidenziano delle forme di disagio personale che, molte volte, sono accompagnate dall’uso di sostanze che possono essere causa e forma di autoterapia per un disagio che non sanno affrontare diversamente. Una mia battaglia ostinata dipende dal fatto che nessuno di questi ragazzi riesce ad avere una diagnosi psicologica o psichiatrica: questo, secondo me, è un tema. La diagnosi non risolve il problema, ma ti dà un tema sul quale andare a lavorare ed elaborare strategie meglio orientate ai bisogni del ragazzo. Questo purtroppo non c’è. I ragazzi quando arrivano in Istituto, grazie all’ASL, hanno una valutazione di primo ingresso e ci dà un grande aiuto sui rischi autolesivi, ma non hanno una vera e propria presa in carico».
Dunque, se il crimine compiuto dal ragazzo deriva da un suo problema psicologico e quest’ultimo in carcere non viene curato, c’è la possibilità che commetta di nuovo lo stesso errore una volta uscito?
«Lei ragiona con il buonsenso comune, che è anche il mio, ma non mi hanno mai saputo dare una risposta. Quello che mi viene detto dagli operatori del settore è che in un contesto come il carcere, che non è libero, una forma di terapia non è praticabile. Io, da persona qualunque, mi permetto di obiettare che è possibile fare anche un percorso di consapevolizzazione. Rispetto al disagio psicologico, i nostri ragazzi hanno un grande condizionamento ambientale, dell’idea che quindi “se vai dallo psicologo, sei pazzo”, ma non è così. Già fare semplicemente un percorso di consapevolizzazione dei bisogni del ragazzo potrebbe aiutarlo ad avvicinarsi al suo problema in maniera più matura e adeguata: cosa che non mi sembra si riesca a fare».
Qualche ragazzo, per questo motivo, ha continuato a delinquere anche dopo?
«Alle volte alcuni di loro sono ricaduti, probabilmente anche per questo. Sicuramente questo non gli permette di trovare un equilibrio interiore e stare bene con loro stessi. Anche se non dovessero delinquere, noi non gli abbiamo dato una mano in maniera giusta. Indipendentemente dal fatto che noi lavoriamo con un “delinquente”: noi lavoriamo con delle persone e quest’ultime meritano delle risposte».
Qual è la condizione di un ragazzo all’interno del carcere? Come si relaziona con l’altro? Che visione hanno della vita?
«Entrare in carcere, per un ragazzo, non è un’esperienza facile: entri in un contesto di persone con tutte personalità forti e complesse, nel quale il modello comportamentale è quello conosciuto e che hai sperimentato fuori ovvero quello di prevaricazione. Si afferma chi ce la fa, chi è forte e leader: le loro relazioni inizialmente sono impostate su questo. Questo in alcuni ragazzi può causare un’ulteriore forma di disagio e, da questo punto di vista, il carcere è un evento delicato da gestire. Dall’altro lato bisogna tenere conto che molti di loro hanno avviato uno stile di vita a senso unico, senza alternative, con un obiettivo finale molto chiaro: detenzione lunga o morte. Senza sperimentare alcuna forma di paura che sarebbe una giusta emozione auto-conservativa. Avendo questo quadro già tagliato, per molti di loro fermarli è l’unica loro salvezza e ce l’hanno anche riconosciuto. Per cambiare gli altri aspetti della dinamica interna bisogna lavorare tanto: come gruppo, come adulti e società. Scardinare certi modelli è una responsabilità collettiva: ognuno nel suo ambito e ruolo, può dare una mano. Il carcere, per la collettività, è una delega in bianco: hai avuto la condanna, sei stato un cattivo, vedetevela voi; non è così. Tutto ciò che bisogna mettere in campo per garantire un’opportunità di riqualificazione delle relazioni sociali, richiede l’impegno di tutti».
Da dove bisogna partire? Dalle famiglie?
«Le famiglie vanno sostenute perché non sono una risorsa positiva in quanto tali, ma lo diventano se accompagnate nella maniera giusta. Abbiamo molti ragazzi che sono anche dei giovani padri quindi lavoriamo molto sul tema della genitorialità, per aiutare anche a definire il loro ruolo e vediamo quanto sia simile, per questi bambini ormai sia quasi predefinito un percorso simile a quello che hanno fatto i nostri ragazzi».
Soprattutto in un quartiere povero…
«In quartiere in cui non c’è più l’attenzione alla cura del bambino. Un tempo il vicolo aveva una tradizione culturale diversa, di protezione dell’infanzia: oggi le periferie non hanno più quest’attenzione. Per cui il bambino che sta nel Palazzo o che vive per strada, non è più figlio di tutti, è figlio di nessuno».
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