
Le finestre sono chiuse, i muri scrostati, gli ascensori guasti da anni. L’amianto continua a galleggiare nei muri delle scuole come se la legge sulla sua messa al bando fosse solo una raccomandazione lontana. I centri sportivi sono sterpaglie di cemento, le biblioteche mai arrivate. Le periferie della Campania non aspettano più nulla. E proprio per questo rischiano tutto. Qui, tra palazzoni dell’edilizia popolare e campetti di terra battuta trasformati in parcheggi abusivi, lo Stato è diventato uno spettro intermittente. E la criminalità ne ha preso forma e consistenza. È lei a offrire risposte. Immediate. Tangibili. Violente. È in questo scenario che si inserisce l’azione della Regione Campania, raccontata in prima persona da Lucia Fortini, assessora alle Politiche sociali, scuola e gioventù.
Secondo l’Istat, il 21% dei giovani campani tra i 15 e i 29 anni è fuori da ogni percorso formativo e lavorativo. Nei quartieri ERP (Edilizia Residenziale Pubblica), la dispersione scolastica è ormai fisiologica. I ragazzi scompaiono dai registri molto prima della maggiore età. Nessuno chiede dove siano finiti. E quando lo Stato non li cerca, c’è chi lo fa. «La criminalità promette risposte facili – ammette l’assessora Fortini – perché lo Stato a volte è lento nel costruirle». Ma dove c’è un laboratorio creativo, un progetto sportivo gratuito, una scuola aperta anche il pomeriggio, lì si può ricominciare a scegliere. «Le politiche giovanili non possono essere una cornice decorativa – sottolinea l’assessora – Devono essere uno strumento concreto. In Campania abbiamo scelto di investirci. Lavoriamo fianco a fianco con quelle stesse realtà di prossimità che da anni colmano i vuoti dello Stato».
L’assessora Fortini insiste su un concetto: trasformare le scuole in “presìdi sociali”. Non solo luoghi di didattica, ma anche poli culturali, centri civici, spazio di incontro. «Penso a Scuola Viva, il progetto con cui abbiamo riaperto centinaia di istituti anche oltre l’orario curricolare. Lì ho visto ragazzi tornare, famiglie ricostruirsi attorno a un’aula, insegnanti riscoprire un senso collettivo. Dove la comunità si ritrova intorno alla scuola, l’alleanza educativa funziona». Ma serve molto più di un progetto. Servono politiche strutturate, durature, che non dipendano dal singolo bando o dalla disponibilità del dirigente scolastico di turno. E serve una macchina amministrativa che non sia la caricatura di se stessa. «La burocrazia è un ostacolo, lo so bene», riconosce l’assessora. «È una delle battaglie del Presidente De Luca. Chi lavora sul campo ha urgenze, non può aspettare sei mesi per un’autorizzazione. Stiamo digitalizzando, semplificando, ma la sfida è culturale prima ancora che procedurale».
Nel cuore di questa crisi, c’è anche un paradosso finanziario. I soldi ci sono: PNRR, FSE+, risorse europee a pioggia. Eppure, i territori più fragili spesso non riescono nemmeno a presentare una domanda. «È vero – ammette l’ass. Fortini – I meccanismi sono troppo complessi, e molti Comuni non hanno né personale né competenze per partecipare. Stiamo lavorando anche su questo, con percorsi di formazione e assistenza tecnica. Ma la verità è che non puoi fare programmazione sociale se lasci da soli i sindaci dei territori più poveri. Serve uno Stato che accompagni, non che si limiti a pubblicare avvisi». Ci vogliono mesi, spesso anni, perché una scuola venga riaperta, perché un campo venga bonificato. Nel frattempo, la criminalità continua a offrire “soluzioni” in tempo reale.
Esiste una povertà che non entra nelle statistiche. Quella educativa, affettiva, simbolica. È la più pericolosa, perché non si vede ma corrode tutto. È la povertà del “non sentirsi abbastanza”. Del “nessuno mi ha mai detto che posso farcela”. «La povertà educativa non si misura coi numeri, ma coi silenzi – sottolinea – Un ragazzo che non si sente amato, che non ha qualcuno che gli dica “ce la puoi fare”, è un ragazzo in pericolo. E noi dobbiamo esserci anche per lui. Con piccoli gesti, continui. Non servono miracoli, serve umanità».
L’assessora Fortini ci ha raccontato anche un episodio. Un ragazzo di Ponticelli, durante un laboratorio scolastico di agricoltura urbana, le si avvicina. Lo sguardo fermo, le mani nella terra. «Io voglio far crescere a casa i pomodori rossi, belli e forti». Niente retorica. Niente slogan. Solo un desiderio ostinato di bellezza, di cura, di riscatto. Di futuro. «In quella frase c’era tutto – conclude l’ass. Fortini – La voglia di radicarsi, di fiorire, nonostante tutto. Di vivere, non solo sopravvivere». Credere nei giovani, come chiede l’ass. Fortini, significa anche togliere la parola “emergenza” dal vocabolario e sostituirla con “visione”. Significa mettere i quartieri popolari al centro della spesa pubblica. Significa, soprattutto, non lasciarli soli.
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