
L’attuale scenario internazionale attraversa una fase di profonda crisi e instabilità, segnata dal cedimento dei vecchi equilibri e dall’emergere di nuove incertezze globali. In questo quadro di fragilità il “Piano Mattei” per la cooperazione tra Italia e Africa si presenta come una reale opportunità, una speranza per un’Italia alla ricerca di una nuova bussola geopolitica. Per comprendere una questione tanto complessa ci siamo confrontati con Matteo Giusti, giornalista, analista geopolitico specializzato nelle dinamiche dei territori africani e Consulente per il Mediterraneo presso la Commissione Esteri della Camera dei Deputati.
«L’ispirazione originaria del Piano affonda le radici nella fondazione dell›Eni nel 1953 a opera di Enrico Mattei, che aveva promosso un approccio paritario e non predatore in Africa. Guardando alla storia recente, un’iniziativa embrionale era stata lanciata dalla “Campagna d’Africa” del governo Draghi, purtroppo indebolita da un ministero degli Esteri all’epoca non all’altezza della sfida. Nel 2022 la premier Meloni lo ha poi fatto suo e rilanciato.
Il progetto si basa su un approccio “win-win”, ovvero di vittoria per entrambe le parti, con la garanzia di non utilizzare le metodologie violente o coloniali che in passato hanno ferito il continente. Strutturalmente si articola su diversi pilastri: alimentazione, acqua, salute, istruzione, agricoltura e, sicuramente, energia. C’è poi un altro punto fondamentale che siamo chiamati a ricordare: il sottotesto inespresso del Piano è la gestione e il controllo dell’immigrazione, il vero terreno su cui si gioca tutto il marketing politico nazionale. L’idea è creare opportunità nei paesi africani per evitare che le persone siano costrette a partire».
«Le difficoltà ci sono e non possono essere ignorate. Innanzitutto, si parla di territori complessi, spesso instabili e con un’enorme corruzione da affrontare. Inoltre, dal punto di vista economico, la disparità è abissale: basti pensare che l’Italia ha stanziato 5,5 miliardi per il quadriennio mentre la Cina ne stanzia 24 miliardi ogni 6 mesi. Eppure, rispetto agli altri Paesi, l’Italia gode di un vantaggio unico: la gente lavora molto volentieri con noi perché sa che non siamo colonialisti, non abbiamo una metodica aggressiva. Abbiamo alle spalle una diplomazia e un’imprenditoria lungimiranti».
«Non possiamo non avere un ruolo in Africa, perché tu puoi ignorare l’Africa, ma l’Africa non ignora te. O gestiamo la situazione aiutando gli africani, oppure ne subiamo inevitabilmente le conseguenze. L’asse globale attuale guarda all’Indo-Pacifico, e l’Europa rischia l’irrilevanza. Dobbiamo perciò iniziare a guardare e ragionare sul “Mediterraneo allargato”, un concetto geopolitico che unisce il Nord Africa, il Medio Oriente e arriva fino al Sahel. L’Italia, in questa macroregione, ha le carte in regola per diventare un “paese leader”».
«Questo piano può generare vere opportunità per l’Italia meridionale, immaginata proprio come hub logistico ed energetico. Se smettiamo di guardare al Mediterraneo come a una barriera e iniziamo a vederlo come un ponte dinamico, il Sud diventa la prima linea dello sviluppo globale e la Sicilia e i porti come quello di Napoli diventerebbero enormi snodi strategici internazionali. Tutto questo porterebbe chiaramente importanti benefici sia sul piano imprenditoriale che su quello occupazionale».
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