
Nella sede della redazione di Informare a Castel Volturno, abbiamo avuto il piacere di ospitare Pino Maddaloni, judoka, atleta delle fiamme oro, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Sydney 2000, segnando una pagina di sport italiano. I giovani cronisti di Informare hanno accolto Pino Maddaloni, raccontandosi a vicenda: dalla storia di Officina Volturno, alle periferie napoletane fino ai successi sportivi. Un incontro nato da un’intesa, confortata dalla condivisione dei medesimi valori, che hanno alimentato una mattinata speciale.
«Sono stato un bambino normale, con tante paure e tanta curiosità. Oggi tutti ricordano la medaglia d’oro di Sydney, ma prima di quella medaglia c’è stata una vita fatta di sacrifici, di paure, di dubbi e anche di sconfitte. Mi emoziona ancora definirmi un buon atleta, perché dietro quella parola ci sono anni di lavoro, di rinunce e di allenamenti continui. La cosa più importante che mi ha dato lo sport non è stata la vittoria olimpica. Lo sport mi ha dato gli strumenti per essere un buon padre, un buon uomo, per affrontare le difficoltà senza scappare. Ti insegna a gestire le emozioni, a controllare la rabbia, a rialzarti quando cadi. Io sono sempre stato anche un ragazzo pigro, uno che faceva fatica a partire; persino nelle gare, i primi incontri erano sempre difficili, dicevano tutti una cosa di me: “Si sapeva quando iniziava Pino Maddaloni, ma non si sapeva quando finiva”. Perché magari all’inizio sembravo spento, poi però dentro si accendeva qualcosa».
«Non mi innamorai del judo, ma delle sensazioni che provavo in palestra. Non avevo un grande equilibrio fisico da bambino, portavo le scarpe ortopediche, cadevo spesso, bastava una corsetta e finivo a terra. Quando mio padre mi portò per la prima volta in palestra scoprii questo tatami, questo dojo, e lì successe qualcosa: quando cadevo sul tatami non mi facevo male, sentivo tranquillità. Vedevo persone che si allenavano, che si rispettavano, che stavano insieme e io lì mi sentivo bene. Le prime gare, però, non furono affatto semplici, perché perdevo quasi sempre. Non ero particolarmente forte, non ero veloce, non ero il più tecnico. Però avevo una qualità: la sensibilità. E la sensibilità ti fa capire tante cose, ti fa capire di chi ti puoi fidare, chi ti vuole bene davvero».
«Quando uscivo con la borsa del judo, i ragazzi del quartiere mi aspettavano sotto casa. Mi prendevano in giro continuamente. Dicevano: “Ma dove vai? Che ti alleni a fare?”. Alcuni aprivano pure la borsa, buttavano fuori le cose, ridevano… la verità è che io avevo paura. Ogni volta che scendevo di casa provavo brutte sensazioni. Però quella paura non riusciva a fermarmi, non era più forte dei valori che mi dava lo sport. Non piangevo davanti a loro, perché non volevo dare soddisfazione a chi cercava di umiliarmi. Poi però arrivavo in palestra, nella mia stanza magica, e lì scoppiavo a piangere, perché lì mi sentivo protetto, mi sentivo capito».
«Certamente le difficoltà del quartiere mi hanno reso più forte. Quando arrivavo in gara ero tranquillo e sembra assurdo, perché tutti pensano che la gara faccia paura. Ma io ero già abituato a combattere ogni giorno nel mio quartiere. In gara avevo un solo avversario davanti, c’erano delle regole, c’era un arbitro. Nella vita di tutti i giorni no. Quello che sembrava uno svantaggio, col tempo mi ha dato forza. Le prese in giro, la paura, le difficoltà mi hanno insegnato a gestire le emozioni e questo nello sport è fondamentale. Lo sport non è soltanto imparare una tecnica di judo o tirare un calcio di punizione, lo sport è educazione. Ti insegna il rispetto, il sacrificio, ti insegna che puoi cadere ma devi rialzarti».
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