

Noi non siamo solo le parole che diciamo, ma anche le immagini che produciamo. E le immagini influenzano e condizionano la vita quotidiana delle persone. Ogni giorno siamo costantemente incollati a immagini, suoni, riprese, pensando che esse siano fattori esterni da noi. In realtà sono parte integrante della nostra essenza, ci appartengono perché sono un pezzo di noi stessi. «È una forma culturale tutto ciò che ha a che fare con il visuale». Così afferma la Professoressa Marina Brancato, antropologa e docente di Antropologia culturale, Antropologia visuale ed Etnografia visiva presso l’Accademia delle belle arti di Napoli, e di Tecniche di linguaggio giornalistico e Giornalismo internazionale presso l’Università degli Studi L’Orientale di Napoli, con cui abbiamo parlato di come l’uomo possa essere influenzato dai media e di come questi ultimi, a loro volta, hanno cambiato il modo di raccontare l’uomo, nel corso degli anni e nel susseguirsi degli eventi. Gli studi di Marina Brancato hanno inoltre evidenziato come alcuni eventi, come il terremoto in Abruzzo, possano aver influenzato il modo di fare informazione.
«Avevo 5 anni quando c’è stato il terremoto in Irpinia quindi la scossa me la porto dentro – afferma Brancato –. La catastrofe con cui poi si perde tutto sono temi che ho ricercato molto nei miei studi. Quando ho iniziato il dottorato è avvenuto il terremoto in Abruzzo. Quel terremoto ha cambiato il modo di fare informazione in Italia, soprattutto per quanto riguarda la narrazione dei disastri. C’era un’invadenza quasi morbosa nel riprendere la vita dei terremotati. Quella ricerca era importante per capire come certi tipi di rappresentazioni giornalistiche costituiscono l’immaginario collettivo. Sono stata a L’Aquila ed ho vissuto con i terremotati, guardavamo insieme la televisione per capire come si sentissero rappresentati. Quello che è emerso è che la televisione diventava un contenitore di sopravvivenza in cui le persone provavano a dire “io esisto”. Un mezzo di lotta e resistenza».
In che modo siamo influenzati, oggi, dai media?
«Tutto ciò che è visuale influenza il nostro sguardo. Oggi siamo più invasi. Siamo sollecitati da più media ad essere parte integrante di essi, siamo più presenti sui social. Oggi tutti possono riprendersi e dire la qualunque. Allo stesso tempo siamo anche completamente impauriti dalla presenza dell’intelligenza artificiale, in riferimento a tale influenza. Ma la vogliamo fortemente, perché siamo noi stessi i creatori. Questa è la sensualità dei media, la perversione, che non è per forza qualcosa di negativo. Tutto sta da come noi utilizziamo le cose. Se possono migliorarci, ben venga tutto questo».
Com’è cambiato il modo di vedere e raccontare l’uomo?
«Negli ultimi anni c’è stato proprio un cambiamento nel definire l’uomo. Oggi è importante che si dia tanto spazio alla rappresentazione della diversità, non più delle somiglianze, attraverso discorsi di rappresentazione, visibili sui media, che sono molto liberi e che evidenziano il cambiamento culturale nel rappresentare le differenze. Non più solo la differenza dicotomica tra maschio e femmina, c’è più spazio per l’intersezionalità, per la differenza di genere ed è una cosa positiva. Si fa un discorso più fluido e libero dagli stereotipi basati sul classico binarismo. Ovviamente in riferimento ai media in Italia ora, ma ci sono altri media in altre parti del mondo che erano aperti alle diversità già 20 anni fa. I media sono un apparato ideologico della cultura a cui appartengono».
E invece il ruolo della donna?
«La rappresentazione della donna è cambiata. Nel nostro paese c’è ancora tanta strada da fare, e c’è tanto “femminismo mainstream”. Oggi il femminismo è ancora limitato solo al criticare un sistema patriarcale, invece di costruire un sistema che non lo sia. Una vera e aperta visione femminista deve costruire, non solo criticare. Va bene farlo, ma bisogna dare una prospettiva di futuro soprattutto per le giovani donne nel nostro Paese».
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