
“Quale ragione nell’inquieta sorte nostra”, i pareri dello storico P. Palmieri sulla povertà in Italia
Siamo onesti e diciamolo subito. Questa lettura sarà misera! Racconterà uno stato di cose pessimo e degradato. È semplicemente una nota fastidiosa. Non è un racconto, è reale. Queste non sono geremiadi, è la realtà. E a chi gioverà ciò? A nessuno. Assolutamente a nessuno. Coloro i quali, da sempre, vivono in questo stato di cose, non sanno che farsene delle parole. Sono ormai saturi di vocii e rumori. Essi vorrebbero fatti, ma neanche ci sperano più. Anche la speranza hanno perduto. Coloro i quali, in questi anni, per la prima volta, hanno dovuto confrontarsi con le nuove e mai prima d’allora affrontate ristrettezze economiche, fin da subito hanno assaggiato la mordace fitta della fame. Costoro sono ancora impelagati nel trovare un modo di abituarsi alla loro nuova realtà.
E infine, coloro i quali vivono in benestà, i più suscettibili alle emozioni, proveranno, certo, un sentimento d’afflizione. Ma sarà un sentimento odioso e disprezzato dagli Ultimi; sarà quel sentimento orrendo condannato già da Nietzsche, la compassione. Si è compassionevoli perché in fondo ci si sa altrove, in un luogo lontano e protetto. Una volta terminata la lettura, quelli là riporranno nel cassetto del loro cuore, già colmo di altre tragedie umane. Ma aver vissuto la povertà è altra cosa. Ad aver indossato il gioco della reiezione sociale sono gli Altri. Gli Anonimi. I Molti.
1,9 mln di famiglie in Italia solo nel 2021. (Cifra reperita dai dati Istat pubblicati nel giugno 2022. Il report prodotto dall’istituto di statistica ha utilizzato come fonte d’indagine le analisi condotte l’anno precedente, quando la guerra in Ucraina e le sue conseguenze economiche ancora non avevano sostanza).
La realtà è questa. La realtà altro non è che un circuito linguistico. Esiste solamente ciò di cui si parla. Se si smettesse di parlare le cose svanirebbero; finirebbero per sfumare i propri contorni in qualcosa di appena ricordato e poi perso del tutto. Pertanto, è bene parlare, scrivere e denunciare. A dialogare con noi sul tema della povertà in Italia e sulle sue ripercussioni nel mondo studentesco e dei lavoratori, è Pasquale Palmieri, storico e docente di Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II.
È un’emergenza assoluta! E, nonostante ciò, una buona parte della classe dirigente si ostina a negare questo problema o si rifugia nell’illusione che si possa risolverlo senza attuare interventi forti e diretti. Ma cerchiamo di procedere con ordine. Innanzitutto, c’è qualcosa di importante da dover capire; domandiamoci quali sono e dove devono essere ricercate le responsabilità di questo fenomeno così dilagante.
Oggi, nel mondo dei grandi media, nel mondo dell’élite intellettuale, c’è una forte tendenza ad attribuire al singolo ogni responsabilità:
«Se sei povero è colpa tua!»
«Se sei povero è perché non ti sei impegnato abbastanza nella vita».
«Se sei povero è perché non hai tanta voglia di lavorare».
Questo tipo di tendenza è estremamente pericolosa, perché significa assolvere il nostro sistema da quelle responsabilità che invece gli appartengono.
È chiaro che gli individui hanno un ruolo importante nella costruzione dei propri destini e delle proprie fortune; ma non si può delegare ai singoli, o alle famiglie, la possibilità di riscatto sociale senza che davvero esista una via d’uscita.
Ecco, chi fa lo storico, chi ha indagato questi fenomeni sul lungo periodo del passato, sa bene che la colpevolizzazione dei poveri e la criminalizzazione della povertà in Antico Regime era un fenomeno diffusissimo. Tanti sovrani di Antico Regime hanno fondato sulla criminalizzazione della povertà il più generale controllo della devianza. Possiamo oggi, nel XXI secolo, dopo aver affermato faticosamente i diritti conquistati, lasciare ancora il dibattito sul piano della criminalizzazione della povertà? Non possiamo pensare che aiuti basici, dati a persone che vivono ai margini, siano il reale problema. Dobbiamo essere più obiettivi e dobbiamo armarci di buon senso: i beni materiali essenziali sono un diritto inalienabile di tutti.
Sicuramente è un problema importante e sicuramente uno dei timori legati a questa nuova fase politica è la sopravvivenza non soltanto del RdC ma anche delle protezioni per le fasce sociali più in difficoltà. Il RdC nello specifico è stato studiato bene da Chiara Saraceno e dal Comitato Scientifico cui lei faceva capo.
La Prof.ssa ne ha evidenziato gli enormi pregi, ma anche i difetti. Ha cercato inoltre di farci uscire da alcuni equivoci nei quali siamo caduti: se pensiamo al RdC come ad un provvedimento che è parte di una politica attiva del lavoro forse siamo un po’ fuori strada… il RdC è e dovrebbe essere una misura di sostegno alla povertà. Una misura di garanzia alla sussistenza per le fasce sociali disagiate.
Pensiamo però a come è stato pensato: anziché essere un sostegno, ha sempre corso il rischio di diventare una sorta di moneta di scambio con il lavoro povero. E a questo ricatto abbiamo legato meccanismi di polizia-assistenza per cui se tu, percettore del reddito, non accetti il lavoro povero che ti offro, di conseguenza ti nego il sostegno. Ma così facendo non stiamo risolvendo i problemi sociali, li stiamo inasprendo. Voglio sottolinearlo con forza ancora una volta: quando parliamo di politiche di sussidi e di aiuti, dobbiamo liberarci dalle retoriche di criminalizzazione e colpevolizzazione della povertà.
La mia è un’esperienza tanto semplice quanto drammatica, perché dimostra che in quanto membri di un’istituzione non siamo ancora capaci di cogliere le esigenze delle persone con cui ci confrontiamo; cioè le esigenze del corpo studentesco. Sono un sostenitore dell’università in presenza. Ritengo che l’università dovrebbe poter essere vissuta da tutti. Ma l’università in presenza ha dei costi e avrebbe bisogno della garanzia del diritto allo studio. Ma questo diritto è garantito? Quali sono le vie per acquisirlo? Esistono spazi, biblioteche, luoghi di ricerca adeguati, luoghi di incontro e di aggregazione che permettono lo svolgersi pieno della vita universitaria? Soprattutto, qual è la condizione in Italia degli alloggi pubblici e del trasporto? Senza gli alloggi pubblici – e sottolineo pubblici – non può esistere un’università che davvero garantisca il diritto allo studio. Questo punto invece è stato totalmente estraneo alla campagna elettorale. E nelle grandi città, è impossibile trovare un alloggio ad un prezzo umano. È impossibile per uno studente così come è impossibile per un lavoratore.
Io vivo in una città, Bologna, dove sono testimone di una realtà sconcertante. A Bologna molti annunci di lavoro non trovano risposta. Perché accade? Non perché, come qualcuno vigliacco ancora osa dire, esiste il RdC. No! Quegli annunci non trovano risposta perché le persone che dovrebbero accedere al lavoro, per lo più, giungono da fuori; dunque, dovrebbero procurarsi una casa per poter stabilizzarsi in città e così lavorare. Ma una casa a Bologna oggi ha dei prezzi esorbitanti: è plausibile guadagnare 1200 1300 euro al mese e pagarne 800-900 euro di affitto? Una stanza costa 600 euro! Una sola stanza…
Questa non è dignità! Nelle grandi città italiane: Bologna, Milano, Firenze, Roma non si stanno costruendo alloggi pubblici, e il PNRR non destina risorse importanti alla costruzione di case per gli studenti. Si costruiscono invece alloggi privati, li chiamano Student Hotel. Sarah Gainsforth ha studiato bene il fenomeno, e lo ha spiegato sulle pagine de “L’Essenziale”. Gainsforth si domanda quanto costa una stanza in uno Student Hotel. Il prezzo di partenza è 600 euro, ma si arriva facilmente a 700/800. Questa è dignità? Questo è diritto allo studio? In questo modo aiutiamo gli studenti e i lavoratori? No, in questo modo aiutiamo i privati a fare profitti.
Purtroppo, si! Purtroppo, è triste dirlo, ma studiare è un privilegio. Siamo tutti a favore della didattica in presenza, ma la presenza ha un costo che al momento è vergognoso. Oggi vediamo moltiplicarsi disuguaglianze su disuguaglianze. Uno dei fenomeni più evidenti di disuguaglianza sociale, e ne ho parlato anche di recente in un articolo apparso su “Doppiozero”, riguarda la pratica del “voto rifiutato”. Il voto rifiutato è un’opportunità importante che lo studente ha per conservare una media alta. Ma qualora quello studente dipendesse esclusivamente da una borsa di studio, potrebbe permettersi il lusso di rifiutare un voto? Assolutamente no! Chi può allora permettersi di rifiutarlo? Solamente chi ha i mezzi per permetterselo. E ritorniamo all’ingiustizia profonda.
Le disuguaglianze all’interno della società sono crescenti. Hanno raggiunto livelli inaccettabili e le istituzioni – le università in primis – rischiano di diventare enti di certificazione e conferma di queste disuguaglianze. Dobbiamo fare di tutto affinché non sia così.
Sono molto pessimista sulla classe degli intellettuali, perché le cose peggiori sui sussidi, sugli aiuti agli ultimi – le cose più vigliacche, e permettimi di usare questa brutta parola – le ho sentite proferire dalle loro bocche. Non possiamo delegare ad una classe dirigente intellettuale la speranza di un cambiamento. Dobbiamo chiederla eventualmente ad altri: al corpo studentesco, ai lavoratori e alla loro capacità di rivendicare diritti. D. Hunter, nei suoi libri (come ad esempio “Chav. Solidarietà coatta”) ci ricorda che non possiamo sperare di dire agli ultimi di che cosa hanno bisogno. Sono gli ultimi che devono cominciare a capirlo e devono comunicarlo. Noi dobbiamo creare le condizioni affinché loro riescano a farlo. Ma gli intellettuali di oggi cercano di mettersi al posto degli altri, cercano di parlare al posto di altri, quando dovrebbero semplicemente star ad ascoltare.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...