
Forse è successo tutto in silenzio. Nessun crollo spettacolare, nessuna frattura eclatante. Solo un lento scollamento tra il mondo e le aspettative di chi sperava, un giorno, di poter trovare il proprio posto. I giovani si sono trovati lì, tra le macerie lucide di un ordine che continua a parlare come se nulla fosse cambiato. “Datevi da fare”, dice. Ma la fortuna — quella del “boom” di qualche decennio fa — non abita più qui.
E darsi da fare, oggi, non basta. La verità è che a molti non viene chiesto di contribuire a qualcosa, ma semplicemente di funzionare. Di adattarsi a un sistema che non li ha pensati, né accolti, che pretende di essere servito come se tutto fosse ancora prevedibile, giusto e lineare. Il lavoro, in questo quadro, non costruisce ma esclude. Non è solo una questione economica: è una perdita di senso. È da qui che nasce la distanza, la disaffezione, e anche quel malumore che tanti leggono come svogliatezza, ma che è invece forma di resistenza, o forse di sopravvivenza, ad una narrazione sorda.
Per provare a leggere questo scarto tra ciò che si chiede ai giovani e ciò che si offre loro, abbiamo parlato con Enrica Morlicchio, professoressa ordinaria di Sociologia economica all’Università Federico II di Napoli, che da anni osserva, studia e racconta le forme dell’esclusione nel mondo del lavoro. «C’è un senso di estraneità dei giovani rispetto al lavoro che dipende tanto dalla precarietà lavorativa, e questo spesso si traduce poi anche in scarso interesse verso il mondo della cosa pubblica.
Io, per esempio, ho avuto una conversazione con un ragazzo che lavorava a chiamata per una catena di abbigliamento e attrezzature sportive. Mi diceva che spesso veniva chiamato la sera prima per il giorno dopo; senza divisa e senza badge poiché essendo a chiamata, e il tempo di lavoro era minore rispetto ad altri e non ce n’era la necessità. Questo mi ha fatto molto pensare, perché se già l’azienda per la quale lavori non ti riconosce nemmeno come individuo, come membro di quel gruppo, come può il lavoratore sentirsi parte di una realtà? Ne consegue naturalmente una disaffezione al lavoro ed un sentimento di malumore» dice la prof. Morlicchio.
«C’è sicuramente una maggiore consapevolezza oggi, da parte dei più giovani, della necessità di trovare un equilibrio fra lavoro e vita privata. La generazione che oggi si affaccia al mondo del lavoro è una generazione che ha vissuto in un periodo di maggiore benessere complessivo delle famiglie, anche se questo non vale sempre per tutti, e quindi ha avuto più una possibilità di scegliere. La mia impressione, però, è che oggi le famiglie hanno più difficoltà anche a sostenere il carico dei giovani e, di conseguenza, questa libertà di scelta va lentamente diminuendo. C’è dunque anche una costrizione ad accettare certi lavori che sono spesso sottopagati e non ti danno l’opportunità di vivere tempi di vita».
Abbiamo poi chiesto alla professoressa un parere circa alcune dichiarazioni di Paolo Crepet, celebre psichiatra e sociologo, che in più occasioni ha attribuito le difficoltà dei giovani all’eccessivo benessere, poiché hanno avuto troppo senza alcuna fatica. Per questo, sostiene Crepet, non desiderano nulla. «Credo che chi fa queste affermazioni quasi sempre ha un bel lavoro e si permette di criticare chi invece non ce l’ha. Sono quindi, per me, parole che lasciano il tempo che trovano». È proprio qui che nasce la frattura: leggere la difficoltà attuale come effetto di un eccesso di benessere quando è evidente che la vera questione è l’assenza di un contesto che possa permettere alle persone di esprimersi e realizzarsi.
Ora però il sentiero si è frantumato e, di fronte a un sistema instabile, viene ancora chiesto al singolo di funzionare con efficienza. Il paradosso, come ha lucidamente mostrato Ulrich Beck, è che viviamo in una modernità che produce rischi globali e sistemici, ma continua a privatizzarne le conseguenze, raccontandole come responsabilità individuali. Se sei precario, è colpa tua. Se non trovi lavoro, non ti impegni abbastanza. Ed è in questo meccanismo perverso che si consuma la vera alienazione: non tanto nel non avere un posto, ma nell’essere costantemente giudicati come colpevoli della propria esclusione. Ma il punto, oggi, non è moralizzare i giovani, ma decidere se stare dalla parte della realtà o della nostalgia. Forse allora non si tratta di chiedere ai giovani di salvare un sistema in declino, ma di smettere di far finta che quel sistema funzioni ancora.
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