
Il 1° luglio 2019 Tiziana Maffei varca la soglia della Reggia di Caserta con un progetto chiaro, una visione nitida di museo come luogo di accessibilità e costruzione del pensiero critico. Non un semplice scrigno di meraviglie, ma un organismo vivo, capace di produrre cultura. Pochi mesi dopo, il mondo si sarebbe fermato per il Covid, imponendo alla visione ideale un confronto serrato con una realtà estremamente complessa sotto tanti punti di vista. La Reggia non è solo un palazzo monumentale: è sito Unesco, paesaggio culturale segnato anche dall’Acquedotto Carolino, museo autonomo di prima fascia tra gli undici a livello nazionale. Una grandiosità che impone responsabilità.
A questa potenzialità si sovrapponeva una realtà quasi condominiale. Fino al 2014 il 70% degli spazi era assegnato all’Aeronautica. Nel 2019 convivevano nel Complesso Unesco: Scuola specialisti, Archivio di Stato, Agenzia regionale del Turismo, i nuclei speciali dell’Arma dei carabinieri ROS E NAS, Polizia di Stato a cavallo, Soprintendenza e Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Per decenni, inoltre, i casertani avevano vissuto il palazzo come luogo d’uso quotidiano, tra scuole e residenze private. Un’abitudine che aveva generato familiarità, talvolta sconfinata nell’appropriazione. La nuova direzione ha dovuto misurarsi con questa stratificazione, restituendo progressivamente spazi e ridefinendo identità e funzioni.
Sul piano amministrativo, la situazione era altrettanto articolata. Del tutto assente uno strumento obbligatorio come il piano triennale dei lavori, strumento cardine per programmare interventi e spesa in una logica pluriennale. C’erano 62 milioni di euro di finanziamenti assegnati e da gestire secondo delle tempistiche in un contesto segnato da degrado, infiltrazioni, crolli, patrimoni abbandonati e trascurati come nel caso del Parco reale e la gestione dei rifiuti carente.
«Ho trovato una situazione impegnativa», spiega ai nostri microfoni Maffei, sottolineando la necessità di standardizzare procedure, adottare regolamenti, garantire massima trasparenza e motivare il personale. Centrale la costruzione di professionalità museali solide, dotate non solo di preparazione teorica ma anche di una “cassetta degli attrezzi” tecnica per ricerca, acquisizione, conservazione, gestione, comunicazione ed esposizione: «Le funzioni museali dovevano diventare pratica quotidiana in un quadro di sicurezza, sostenibilità, accessibilità e manutenzione programmata, capace di garantire efficienza ed efficacia amministrativa». Il primo segnale di cambiamento è stato dato dall’azione di cura.
«Oggi la Reggia di Caserta è un luogo decoroso e accogliente», afferma il direttore. Pulizia, attenzione al dettaglio, riadeguamento dei servizi quale segno di civiltà. Anche con interventi apparentemente minuti ma orientati a un’idea precisa di ospitalità e rispetto per una pluralità di pubblici. L’accessibilità è stata ripensata non solo come abbattimento di barriere fisiche, ma come esperienza di fruizione ampliata: ascensori non più riservati esclusivamente a chi presentava certificazioni, un sistema di sedute strategiche al vestibolo, nei cortili e lungo il percorso per favorire sosta e contemplazione. «Rallentare, far fermare il tempo e godere della bellezza diventa parte integrante della visita, accompagnata anche da un sottofondo musicale che introduce alla dimensione di meraviglia».
Parallelamente, la Reggia si è trasformata in una grande fabbrica di restauro, quasi un’eco dei cantieri vanvitelliani. Sono circa 190 gli interventi gestiti in questi anni, molti realizzati a museo aperto. Oltre ai finanziamenti iniziali, l’amministrazione ha intercettato ulteriori 50 milioni. Al momento dell’insediamento, solo tre gare erano concluse ma non contrattualizzate. «La prima cosa che ho fatto è stata dare avvio ai lavori». Non sono mancate criticità, fino alla risoluzione di contratto con le ditte, decisioni assunte «a tutela dell’amministrazione» con il supporto dell’Avvocatura di Stato, in un rapporto di grande senso di responsabilità e attenzione al bene pubblico.
Emblematica la riapertura della Peschiera chiusa per anni. La Gran Galleria, intervento PON da 5 milioni di euro, ha restituito funzionalità a uno spazio che era stato cinema dell’Aeronautica: oggi ospita un’area espositiva di circa 1.200 metri quadrati, una sala convegni, laboratori educativi, un nuovo bookshop. Si sono conclusi i restauri alle facciate e ai tetti, alle superfici decorate delle Sale di Marte, Astrea e del Trono, ai pavimenti dell’ala dell’Ottocento, interventi ai viali del Parco reale, al Tempio diruto, alla Fontana di Diana e Atteone e con il PNRR ulteriori cantieri come quelli che attualmente stanno interessando l’Acquedotto Carolino, il nuovo impianto di irrigazione del Parco reale, le fontane monumentali e il Bosco di San Silvestro
Decisivo è stato il potenziamento della sicurezza. Tra le prime schede finanziate, 7 milioni di euro per il sistema di videosorveglianza del parco, con telecamere perimetrali utilizzate anche dalle forze dell’ordine. Nuovi varchi elettronici, il riordino degli accessi e la riqualificazione della cancellata su corso Giannone, che ha portato alla creazione di un ingresso più accogliente, «una sorta di abbraccio», pur ribadendo che l’accesso simbolico resta quello centrale, pensato per suscitare meraviglia, mentre il rapporto con la città è concepito come uscita verso di essa. Altro tassello strategico è il progetto SeMi – Sviluppo e Meraviglie d’Impresa, che introduce lo strumento del partenariato speciale pubblico privato in cui il patrimonio pubblico è risorsa dinamica e generativa dentro una cornice di valori comuni.
Le Serre di Graefer e il Giardino della Camelia diventano così luoghi simbolo di questo approccio: spazi in cui conservazione e valorizzazione si intrecciano, dove la tutela non è disgiunta dalla capacità di attivare nuove economie culturali, nuovi servizi, nuove forme di fruizione consapevole. Dentro questa visione trovano posto anche le sponsorizzazioni tecniche, le concessioni per i servizi complementari. Ogni intervento diventa occasione per attivare filiere professionali, creare occupazione qualificata, rafforzare competenze. In questi sette anni la Reggia è diventata polo attrattivo per turisti, artisti, istituzioni, personalità internazionali. Ma il Direttore rivendica una differenza sostanziale rispetto al passato: «Noi non siamo contenitori o location. Le mostre devono nascere da una visione, essere parte della missione museale e contribuire alla costruzione di cultura.
La Reggia, espressione di un Regno del passato, viene letta non solo come simbolo di monarchia illuminata, ma come luogo di relazioni, di circolazione europea delle idee, in dialogo con il network delle residenze reali europee». Il rapporto con la città resta articolato: Caserta è cresciuta intorno alla Reggia, città di fondazione voluta da Maria Amalia e Carlo di Borbone. Un “fuori scala” che talvolta appare come un’astronave. Eppure, per il Direttore Maffei, giunta quasi alla fine del suo incarico, «non si cresce all’ombra della Reggia ma alla luce della Reggia». È questa la traiettoria di un settennato che ha trasformato un monumento in un cantiere permanente di cura, sicurezza e produzione culturale, restituendogli la dimensione di patrimonio condiviso e laboratorio europeo di idee.
di Luca De Matteis e Gianrenzo Orbassano
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