
Parlare di pace è l’unico antidoto efficace in ordine al contesto attuale. Con Riccardo Noury abbiamo parlato della delicata situazione internazionale.
«Cessare di usare doppi standard. Fin quando la Bielorussia ha beneficiato di quei buoni rapporti che aveva con Putin, il mondo è rimasto a guardare. Occorre che la comunità internazionale dia seguito alle iniziative sul piano della giustizia internazionale promosse dalla Lituania per incriminare Lukashenko; occorre che ci sia un regime sanzionatorio efficace che non affami la popolazione ma che colpisca beni e patrimoni delle persone al potere in Bielorussia; occorre che se ne parli perché il silenzio, lo sappiamo, è il miglior alleato dei regimi autoritari».
«La giustizia. Nel 1998 quando ci fu la firma dello statuto di Roma della corte penale internazionale lo slogan era “non c’è pace senza giustizia”, oggi quello slogan rischia di essere rovesciato: “c’è pace senza giustizia” quindi lasciare impuniti tutti e metterli intorno al tavolo affinché si mettano d’accordo: è una scelta perdente. Oggi le guerre vanno avanti perché c’è l’impunità. Quindi la prima cosa che serve è che i sistemi internazionali di giustizia funzionino; la seconda è controlli efficaci sui commerci di armi e, in terzo luogo, diritti dove i diritti non ci sono. Se storicamente la popolazione palestinese al massimo è stata vista come meritevole di aiuti e mai di diritti, questo spiega perché c’è un conflitto ormai permanente in quella zona».
«Siamo corresponsabili da un punto di vista morale, politico, per astensioni alle nazioni unite, per girarci dall’altra parte, per una narrazione da parte dei media che ha preso palesemente le parti di una delle parti. Non vorrei che un giorno ci si ritrovasse un po’ di Stati che hanno armato Israele anche ad essere considerati complici di un genocidio. Sarebbe un capitolo amaro per la storia dell’occidente ma che rischia di essere scritto».
«Noi chiediamo cessate il fuoco. Lo stiamo chiedendo dalla fine di ottobre 2023 tra Israele, Hamas e questa richiesta si allarga adesso anche al Libano. È evidente che il conflitto russo-ucraino nasce da un contesto diverso dato che è una guerra di aggressione. È difficile immaginare una pace, che dunque cessino le armi, su cui non siano d’accordo le parti aggredite, in questo caso l’Ucraina».
«Intanto la candela deve rimanere accesa, anche perché nel 2025 la nostra associazione Amnesty Italia compirà 50 anni quindi se quella candela rischia di spegnersi occorre proteggerla dal vento, nel caso in cui si spenga bisogna che siamo pronti con gli accendini. Fuori da metafora, occorre che ci sia un movimento di opinione pubblica che spinga gli Stati a fare cose giuste. Oggi il problema principale è che il sistema di protezione dei diritti umani, nato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, sta collassando. Si era detto mai più, in particolare mai più toccare i civili e oggi la protezione dei civili è ormai qualcosa di inesistente. Forse una cosa da fare e lo dico in un luogo in cui si produce cultura, è tornare ad usare delle parole giuste: il vocabolario dei diritti umani, perché se si usano narrazioni di parte che adottano la strategia del tifo, piuttosto che della comprensione, le cose peggioreranno».
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