
È tempo di riforme all’interno della magistratura. La coalizione di governo capitanata da Giorgia Meloni è riuscita a far approvare uno dei punti chiave del suo piano, la riforma della Giustizia. Il Senato, il 30 ottobre 2025, ha votato a favore, ciò vuol dire che l’unico ostacolo è rappresentato dal referendum confermativo. Il disegno di legge costituzionale andrebbe a modificare l’art. 104 della Costituzione, per cui i magistrati non entrerebbero più di ruolo con l’unico concorso, potendo poi passare da Pubblico Ministero a giudice e viceversa, ma dovranno scegliere sin dall’inizio in quale carriera svolgere la propria attività senza possibilità di migrare.
Come conseguenza della separazione delle carriere il DDL prevede lo sdoppiamento del CSM, che si scinderebbe nel Consiglio Superiore della Magistratura requirente e giudicante; verrebbe inoltre istituito un nuovo organo, chiamato Alta Corte disciplinare, col compito di effettuare controlli e sanzioni nei confronti dei magistrati ordinari giudicanti e requirenti, compito ad oggi di competenza di una sezione del CSM. La riforma costituzionale ha come obiettivo quello di garantire la terzietà del giudice e rafforzare l’indipendenza della magistratura, soprattutto da influenze politiche. Il riferimento è ovviamente al “caso Palamara” scoppiato quasi 6 anni fa, che ha messo nell’occhio del ciclone le famose correnti all’interno della magistratura, rei di aver, secondo la politica, creato una forma di “correntocrazia” basata su favori e accordi tra correnti e forte permeabilità della politica nella magistratura. Alla luce di ciò, c’è un’ulteriore riforma all’interno del DDL costituzionale, che prevede la nomina dei membri del CSM di componente togata (anzi, nel caso di approvazione della riforma, dei CSM) tramite sorteggio e non più tramite elezione.
La riforma è stata presentata per perseguire obiettivi anche lodevoli. Se gli elementi contenuti in essa siano efficaci per i suddetti obiettivi, è ancora da capire. È da capire, altresì, se tali elementi nascondino altro rispetto a quello che sulla carta è la ratio della riforma. Lo abbiamo dunque chiesto a una delle eccellenze di miglior calibro che la magistratura italiana possa vantare: Raffaele Cantone, ex presidente (dal 2014 al 2019) dell’Autorità Nazionale AntiCorruzione e dal 2020 Procuratore della Repubblica a Perugia. Nessuno meglio di lui, che peraltro si è occupato da vicino del caso Palamara, può analizzare l’efficienza della Riforma “Nordio” e le conseguenze di una sua eventuale approvazione, nonché darci una panoramica sul sistema delle correnti, tanto demonizzato dall’opinione pubblica.
«Il nostro Paese ha un sistema che prevede l’assoluta indipendenza dei giudici, ma anche del pubblico ministero. Questa è un vanto del nostro sistema costituzionale varato dopo la dittatura, per garantire l’indipendenza ai pubblici ministeri che erano sottoposti direttamente al controllo del governo durante il periodo fascista. La riforma formalmente non prevede tale conseguenza, però di fatto rende i pubblici ministeri sostanzialmente autonomi rispetto ai giudici, con il rischio che il passaggio successivo sia quello che poi i pubblici ministeri possono essere sottoposti a maggiori controlli. Inoltre, c’è il rischio che il PM, sganciato dal punto di visata organizzativo dai giudici, possa diventare sempre più di parte, meno attento alle garanzie del cittadino, una sorta di “avvocato della polizia”, molto più autoreferenziale; proprio tale autoreferenzialità potrà poi portare a introdurre meccanismi di controllo sull’esercizio del potere e quindi a collocarlo sotto l’egida del governo».
«All’interno del CSM sono previste una componente laica ed una togata, ovvero vi sono rappresentanti della magistratura e rappresentanti eletti dal Parlamento. Con questa riforma i rappresentanti eletti dai magistrati saranno integralmente estratti a sorte. Si tratta a mio avviso di una scelta sbagliata, anche offensiva nei confronti della categoria, cioè si dà per scontato che i magistrati non siano in grado di eleggersi i propri rappresentanti. Si dice che questo servirebbe ad eliminare le correnti, probabilmente lo farà, ma azzererà la rappresentatività della componente togata con quella che diventa una specie di estrazione del “lotto”. Il CSM è molto importante nella vita dei magistrati, per esempio per nominare tutti gli incarichi direttivi, e tutta la vita dei magistrati è scandita da quest’organo, ecco perché questa parte della riforma ha un’incidenza negativa sulla gestione dell’intero sistema».
«All’interno del Consiglio Superiore della Magistratura c’è una sezione, chiamata sezione disciplinare, che si occupa degli illeciti disciplinari. Invece (con la riforma) si crea un organismo ad hoc che si occupa degli illeciti disciplinari dei magistrati ordinari, cioè dei giudici e dei PM, ma non per esempio dei giudici amministrativi, o di quelli contabili, con una logica che anche in questo caso fa intravedere una visione punitiva nei controlli della magistratura ordinaria. Questa idea di una giustizia disciplinare separata dal CSM finisce per essere un altro meccanismo che può incidere sull’autonomia della magistratura. È vero che della Corte faranno parte anche magistrati oltre che esperti nominati dal Parlamento, ma la giustizia disciplinare può essere un’ulteriore minaccia per l’indipedenza e l’autonomia della magistratura. Ribadisco, poi, che la logica di creare solo per la magistratura ordinaria questo organo, dà l’idea di una riforma che in qualche modo sia punitiva per la magistratura ordinaria».
«Onestamente la parola correntocrazia, nel suo carattere del tutto dispregiativo e negativo non mi piace e non la ritengo del tutto rispondente alla realtà; le correnti in magistratura nascono con un obiettivo nobile, quello di rappresentare diverse sensibilità culturali all’interno del corpo ed hanno avuto un in passato un ruolo fondamentale anche per l’evoluzione dell’intero sistema, per farlo aprire di più verso i cittadini e nel renderlo meno autoreferenziale. È indiscutibile che si è assistito in alcuni casi ad una degenerazione del ruolo delle correnti che sono diventate uno strumento per promuovere la carriera dei propri iscritti. Questa deriva, io credo si sia molto attenuata negli ultimi tempi e ovviamente è giusto tenere alta la guardia perché certe distorsioni non avvengano più. Eviterei, però, di demonizzare il ruolo delle correnti nel CSM, perché esse hanno svolto un ruolo anche positivo, di garantire una rappresentatività territoriale. Un organismo, composto di 30 persone, che deve fare moltissime nomine e che conosce i magistrati solo sulla carta rischia di diventare un organo solo burocratico, incapace di valutare gli effettivi meriti, senza comunque avere un qualche collegamento territoriale. Infine, l’eliminazione totale delle correnti poterebbe ad una magistratura piatta e chiusa in sé stessa che non può e non deve essere la magistratura di un sistema democratico. Va bene, quindi, ridurre la correntocrazia ma evitiamo di “buttare con l’acqua sporca anche il bambino».
PAROLA AI CITTADINI
Occorre dunque, secondo il dott. Cantone, ridimensionare il concetto del sistema delle correnti e della magistratura ordinaria in generale per razionalizzare e sviscerare a fondo gli scopi e la filosofia di fondo che questa riforma porta con sé. Cantone non è il primo, infatti, tra i magistrati, ad esprimere perplessità sulla riforma, soprattutto per la paura di creare una magistratura sottomessa ad un potere esterno. La palla passa, a seguito dell’approvazione finale in Senato, ai cittadini italiani, che con un referendum (stavolta senza quorum) avranno la responsabilità della scelta finale.
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