
Violenza. Nell’ultimo periodo si è assistito a una tale impennata di quest’aberrante fenomeno che ha come principali vittime le donne. Abusi, stupri, violenza domestica, omicidi: l’elenco di comportamenti ignobili nei confronti del genere femminile è corposo, la quantità di casi sempre più preoccupante. L’incremento nell’ultimo decennio di omicidi perpetrati da partner o ex partner a fronte di un abbandono o una minaccia di separazione da parte della donna, è un fatto ormai tristemente noto. Le ultime stime parlano di una donna ogni 3 giorni vittima di femminicidio e nella maggior parte dei casi il fatto illecito si è consumato tra le mura domestiche. Ma quali sono le caratteristiche di tale fenomeno? Per provare a far luce abbiamo intervistato Roberta Bruzzone, criminologa e psicologa forense.
«La violenza sulle donne ha radici socioeducative e poggia su una serie di stereotipi di genere che confinano la donna in un ruolo di subalternità rispetto ad un uomo. Quindi, nel momento in cui un uomo considera una donna di sua proprietà e non in grado di prendere decisioni autonome e la violazione del suo codice di mascolinità, porta inevitabilmente alla violenza. Qualsiasi tipo di violenza, che sia esplicita, fisica o psicologica, sfoggia su presupposti di natura socioculturali. La maggior parte degli stereotipi di genere sono i principali imputati delle storie che poi sfociano nella violenza: questi uomini sono convinti che “le loro donne” appartengano a loro e che non abbiano il diritto di lasciarli».
«Io credo che pensare di risolvere la problematica della violenza di genere puntando sul contratto sia inevitabilmente una scelta fallimentare. Se si arriva dinnanzi al giudice o alle forze di polizia, vuol dire che è già troppo tardi. Noi dovremmo cercare di lavorare nel creare dei modelli di genere improntati alla parità, cosa che al momento siamo lontanissimi dall’aver fatto. Oggigiorno, purtroppo, la maggior parte delle famiglie italiane è improntata ad uno stile educativo che pone delle grosse differenze e dei limiti alle donne. Quindi, tutte le scelte che portano ad una maggiore autonomia, in questo tipo di società, da parte delle donne vengono fortemente disincentivate. Il problema non è il contratto in sede giudiziaria (lì è già troppo tardi); bisogna lavorare per cambiare la mentalità delle persone».
«In realtà il profilo dell’autore di questo tipo di reati è molto diffuso; non abbiamo uno specifico ambito. La maggioranza di questi soggetti non ha problematiche di interesse psichiatrico. Anche la fascia di età di questi uomini è estremamente variabile, perché abbiamo sia casi tra giovanissimi che tra persone over 65. La maggior parte di loro è cresciuta da una famiglia fortemente orientata da un’asimmetria di potere tra padre e madre. Quindi, hanno assorbito quel tipo di modello convinti che la donna debba avere una condizione di subalternità rispetto a loro senza avere il diritto di prendere scelte autonome, soprattutto riguardo alla decisione che per loro è intollerabile, ossia di porre fine alla relazione. Le caratteristiche sono abbastanza variegate: non c’è limite né di area geografica di riferimento né di collocazione anagrafica. Non è neanche il tipo di livello culturale né il tipo di livello reddituale un fattore caratterizzante: abbiamo molti casi di donne che sono autonome economicamente, ma purtroppo non lo sono dal punto di vista psicologico e comunque, sono assoggettate ad un clima di violenza domestica. La problematica è estremamente ampia, si fa fatica a fare un quadro specifico perché realmente sono questioni trasversali sotto ogni punto di vista».
«Perché nelle narrazioni che sfociano nel maltrattamento, addirittura il femminicidio, la maggior parte della narrazione è improntata a giustificare l’atteggiamento dell’uomo affidando la colpa alla donna. Purtroppo ancora oggi pensare che una donna sia libera ed autonoma è qualcosa di profondamente preoccupante. Quindi le donne che comunque vivono la loro vita adottando condotte di maggiore libertà ed espressione sessuale vengono immediatamente trasformate in carnefici di sé stesse. “Alla fine è un po’ come l’eredità di Eva: è sempre stata colpa di Eva e non del serpente”».
«Loro non devono prevenire, ma devono contrastare. La prevenzione si deve adottare in altri ambiti: famiglia e scuola; ma le forze dell’ordine e la magistratura devono essere lì per contrastare la violenza. La prevenzione spetta a noi, soprattutto nella quotidianità. Quando trasmettiamo messaggi ambigui o addirittura beceri colpevolizzando una ragazza a cui è successo qualcosa di male: ecco questo è ciò che bisogna evitare».
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