
Roberto Conchiglia è il coordinatore del reparto d’ Oncologia di Frattamaggiore, da sempre impegnato in attività di volontariato per i malati oncologici. Venerdì scorso, presso l’istituto “Mondo Libero”, lui e i suoi colleghi dell’ospedale Civile San Giovanni di Dio hanno lasciato i loro camici bianchi e le loro divise in ospedale per indossare un altro tipo di camice, più leggero, più semplice, con meno responsabilità. Sono stati camerieri per una cena a scopo beneficio, per poter fronteggiare le diverse difficoltà economiche che i pazienti incontrano ogni giorno e per l’acquisto di caschi refrigeranti utili a rallentare la caduta dei capelli durante le sedute di chemioterapia.
La missione principale di Roberto è soprattutto quella di prendersi cura della persona colpita da tumore a 360 gradi. Prima le cure salvavita. Poi quelle per l’anima. A pochi giorni dalla prima edizione della “Cena di Beneficenza”, abbiamo intervistato Roberto, per farci raccontare le iniziative, e che cosa lo spinge a manifestare empatia nei confronti di chi si trova ad affrontare un percorso chemioterapico.
«Grazie a te per questo spazio. Come la nasce la mia missione? Sono uno specialist per impianti d’accessi vascolari denominati Picc. Sono degli accessi vascolari che, impiantati nelle vene ti aiutano a somministrare la chemioterapia evitando che le vene possono distruggersi e quindi rovinarsi a causa dalla forte tossicità del farmaco chemioterapico. In tutti questi anni di lavoro, non ho fatto altro che ascoltare i pazienti venuti da me dalla prima visita e accompagnarli in questo percorso, da qui è nata tutta la passione per l’oncologia. Da pochi anni, sono diventato anche il coordinatore del reparto di oncologia di Frattamaggiore, e qui mi sono fermato a pensare: “se fossi io un paziente del reparto oncologico che cosa vorrei ricevere?”. E vorrei ricevere proprio quello che sto facendo io in realtà! Noi non ci prediamo cura solo del paziente, come numero di una cartella clinica, ma ci prendiamo cura soprattutto della persona; dal momento della somministrazione della chemioterapia e a tutti gli altri aspetti che lo circondano».
«Quella della cena è stata un’iniziativa di cui abbiamo parlato a partire dall’estate, perché doveva essere un qualcosa che desse il giusto significato al Natale. Non parliamo solo di consumismo ma parliamo di un aspetto benefico. E tutte le realtà locali di Sant’Arpino, tutti i commercianti si sono fatti portavoce creando tutto il menu della festa. Insieme si sono riuniti dividendosi i ruoli in cucina, per cosa e chi doveva cucinare, ma giustamente mancavano i camerieri per servire ai tavoli. E qui siamo entrati in gioco noi, del reparto, lasciando i nostri camici e le nostre divise nell’armadietto dell’ospedale»
«Il ricavato sarà devoluto per le attività di sostegno dei pazienti del reparto suddetto. Molte volte riscontriamo delle difficoltà economiche nei confronti dei pazienti. Molte volte hanno difficoltà anche a spostarsi da casa autonomamente per venire da noi per poter effettuare la chemioterapia, e noi come una piccola “coccola” li aiutiamo; pagandogli una corsa di un taxi, o un accompagnatore. E quindi questi soldi serviranno proprio per affrontare le difficoltà economiche dei pazienti, oltre all’acquisto dei caschi refrigeranti».
«La campanella è uno dei gesti più significativi, appena ho messo piede nel reparto ho voluto fortemente questa cosa. Quando il paziente di mattina viene da noi per effettuare la chemioterapia, guarda quella campanella come un segno di speranza. Non ti nego che ci sono stati molti pazienti che l’avrebbero voluta suonare, ma che invece non ce l’hanno fatta. Anche Roberta, una ragazza di ventotto anni, che è morta quest’estate. Una ragazza che desiderava laurearsi, siamo riusciti a farle discutere la tesi; pensa che ha fatto l’ultimo esame durante una delle ultime chemioterapie. E anche in questa storia abbiamo visto l’effetto benefico umanitario. Io stesso mi sono messo in contatto con il rettore dell’università l’Orientale e, con i suoi docenti, i suoi relatori, abbiamo organizzato la sua seduta di laurea in ospedale. Però di lì a poco è deceduta, perché aveva un tumore di una malignità molto elevata che non le ha permesso di vincere la propria battaglia. È stata una bella cosa perché abbiamo pensato a soddisfare il suo desiderio ultimo. E quindi accompagnare il paziente alla campanella è una bellissima emozione. Infatti, quando noi del reparto sappiamo che c’è un paziente che ha terminato le cure, ci fermiamo tutti per festeggiare. Per noi è una grande soddisfazione, perché significa che tutti i sacrifici che facciamo ogni mattina per andare al lavoro e garantire le chemioterapie ai nostri pazienti non sono vani, anzi a volte ci regalano lacrime preziosissime».
«Per le iniziative future, ci sarà sicuramente una sfilata di moda che faremo con le donne oncologiche, le quali indosseranno le loro parrucche, si sentiranno belle per una sera. Stiamo cercando di capire come organizzare qualcosa per l’otto marzo, legato alla bellezza e all’immagine della donna, che molte volte viene spesso sottovalutato questo importante aspetto. Noi non ci fermiamo, stiamo sempre in continua evoluzione per alleggerire e regalare sorrisi a chi si trova ad affrontare un nemico come il cancro».
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