
A poche ore dalla chiamata a Roberto Scaini, Responsabile medico dei progetti di Medici senza frontiere nella Striscia di Gaza, fissata alcuni giorni prima per una intervista allo scopo di avere una testimonianza diretta dalle terre del conflitto, accade un fatto quasi inaspettato, almeno per quella giornata: Israele ha appena cominciato l’invasione nella parte sud del Paese, a Rafah.
«Ho ricevuto poco fa il video del carro armato che spiana, investe e distrugge il cartello con la scritta “I love Gaza”, che si trova proprio nel punto dove si arriva al valico di frontiera di Rafah, tra la Striscia e l’Egitto. Il valico è stato preso, e questo cambia di molto le dinamiche perché era l’unico punto di ingresso e uscita dalla città. Adesso, sia per gli aiuti che per il personale che arriva e va via, diventa molto complicato. Quando si chiude una porta, dal punto di vista strategico, il messaggio che si vuole lanciare è chiaro», mi dice Roberto subito dopo essersi presentato. È visibilmente scosso, addolorato e, per certi versi, affranto, ma non ha la faccia di chi ha intenzione di arrendersi. È lì da diversi mesi insieme alla sua organizzazione per offrire supporto e assistenza agli sfollati, ma non solo.
«Di Medici senza Frontiere, a livello internazionale, esistono diverse sezioni e attività. In primo luogo supportiamo alcune strutture come l’ospedale di Al-Aqsa, ma abbiamo a disposizione anche nostre cliniche per l’assistenza primaria e field hospital per prestazioni più ospedaliere. Attualmente non possiamo contare su ambulatori mobili, ma è una cosa che potremmo far funzionare benissimo. L’ostacolo principale di oggi è la sicurezza nella mobilità, la quale sarebbe utile perché ci permetterebbe di raggiungere i posti dove si trovano gli sfollati. Pertanto, almeno per ora è meglio lavorare in zone ben definite, quelle “deconflittualizzate”, nelle quali gli israeliani non dovrebbero in teoria sferrare attacchi. Dico in teoria perché i membri del nostro staff hanno già subito attacchi in passato, proprio mentre si trovavano in infrastrutture “sicure”. Nel momento in cui si entra a Gaza c’è un rischio: non c’è mai la garanzia totale di sicurezza, che incide sulle difficoltà che riscontriamo nello svolgimento delle nostre attività. Non ci sono posti sicuri, ne abbiamo la testimonianza ogni giorno. Io stesso mi trovavo recentemente all’ospedale di Al-Aqsa, quando all’improvviso un missile ha colpito una tenda che era a dieci metri dalla struttura, provocando 4 morti e 17 feriti, nonostante gli accordi internazionali. Al posto degli ospedali di Gaza oggi ci sono solo macerie».
«Ci sono diversi ospedali a Gaza. Quello di Nasser si trova nella zona intermedia del Paese ed è stato funzionante a fasi alterne, ma recentemente è stato di nuovo attaccato e reso inattivo. Ma comunque prima dell’attacco le sue attività erano sospese per motivi di sicurezza, fuori c’erano i carri armati che sparavano. Sono pochi gli ospedali che funzionano: a nord, a parte quello di Al-Shifa, distrutto e inagibile, ci sono solo due ospedali che funzionano, ma solo parzialmente. Anche al centro se ne contano sulle dita di una mano, di cui uno è Al-Aqsa, mentre i più funzionanti sono a Rafah, al sud. La sua completa invasione comprometterebbe le ultime strutture operanti e già se ci saranno scontri al loro esterno, sarà impossibile accedervi».
«Medici senza frontiere è qui da prima che iniziasse la guerra. Con l’inizio delle ostilità, abbiamo dovuto abbandonare gli ospedali del nord in cui lavoravamo sospendendo le attività, per poi ripristinarle a dicembre, reinventando nuovi posti dove lavorare e nuovi servizi, in quanto i bisogni erano cambiati. Alla fine dell’anno abbiamo ricominciato tutto ciò che è in corso oggi, molto probabilmente prestazioni diverse rispetto a quelle che faremo domani. Il contesto è talmente variabile che le operazioni possono essere ridefinite in qualsiasi istante ed è complicato adattarsi ad una situazione che cambia in maniera imprevedibile. I luoghi dei combattimenti sono cambiati in continuazione: prima a nord, poi al centro di Gaza e ora nella zona sud. Ripeto, dal punto di vista operativo e in termini di sicurezza diventa molto complicato per noi».

«Tantissima resilienza, non vedo mai spazio per la disperazione. Si tratta di un popolo che della resilienza ne fa una necessità, e questo al di là di ogni retorica. L’impressione che ho avuto è che la popolazione è molto concentrata sul quotidiano, sulla necessità di oggi, che è sopravvivere. Probabilmente non siamo ancora nella fase del pensare al domani, perché il loro domani sarà sicuramente fatto di macerie che non si ricostruiscono in un giorno. Il lavoro di domani non ci sarà, la scuola di domani non ci sarà a Gaza, però per adesso vedo le persone molto concentrate sul resistere».
«Non sono solito ad entrare in discussioni politiche. Mi sembra però molto ipocrita arrivarci adesso. Con l’invasione di Rafah la guerra è ormai finita, è stato distrutto tutto e sono state massacrate tante persone innocenti. Fermare gli aiuti ora è pura ipocrisia, così come votare risoluzioni che non sono mai state rispettate senza che ci fosse alcun provvedimento serio da parte della comunità internazionale».
«Non saprei. Per il momento sappiamo soltanto che ci sono vittime, e tante. Noi siamo interessati alla pace perché conosciamo bene le conseguenze di una guerra, che vengono pagate sempre da persone che non c’entrano niente. Questo conflitto è andato avanti per troppo tempo, devono smetterla subito. Di certo siamo arrivati ad un punto in cui le sue ripercussioni non saranno risolte con la pace. Ormai il livello di distruzione fisica e psicologica è talmente grande che, anche con un accordo, le gravi conseguenze della guerra rimarranno».
«Sì, gli aiuti arrivano ma sono filtrati. Faccio riferimento soprattutto a macchinari e attrezzature mediche: alcune vengono negate dallo screening di Israele. Prima Gaza era già dipendente dagli aiuti esterni, figuriamoci adesso che i bisogni sono aumentati. Credo che la popolazione palestinese sia grata ai Paesi che l’hanno aiutata. Poi però fa un po’ riflettere il fatto che a livello internazionale uno aiuta e l’altro distrugge».
«Quando spengo la luce ho la migliore garanzia di perpetuare tutto quello che voglio, è pericolosissimo. Se spegniamo la luce, si verifica un evento e non ne parliamo, l’evento stesso non esiste, ma si verifica solo per quei pochi che lo vivono. L’informazione è una potente arma usata nei conflitti di quest’epoca, durante i quali con un telefonino posso far vedere in tempo reale cosa accade. È dunque chiaro che ci sarà sempre un tentativo di spegnere e di manipolare l’informazione: purtroppo, spegnere da una parte e manipolare dall’altra sono meccanismi che fanno parte delle guerre stesse».
«Una follia essere in guerra per otto mesi. In realtà anche un solo giorno di conflitto portato avanti in questo modo è una follia, e non hanno fatto altro che moltiplicarlo per otto mesi».
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