
La guerra nella Striscia di Gaza ha ufficialmente un altro capitolo: il bombardamento di Rafah e il controllo del suo valico da parte delle truppe israeliane. Martedì mattina i mezzi blindati delle Idf hanno attraversato la recinzione di confine nell’area di Kerem Shalom, avanzando nei quartieri a est della periferia della città. Lo stesso giorno, alcune ore dopo, avevo un appuntamento in videochiamata con Roberto Scaini, responsabile medico dei progetti Medici senza frontiere a Gaza, per discutere proprio delle ultime novità sul confitto, il quale dura ormai da sette mesi.
«Purtroppo la situazione è ulteriormente cambiata. Ho ricevuto poco fa il video del carro armato che spiana, investe e distrugge il cartello con la scritta “I love Gaza”, che si trova proprio nel punto dove si arriva al valico di frontiera di Rafah, tra la Striscia e l’Egitto. Il valico è stato preso, e questo cambia di molto le dinamiche perché era l’unico punto di ingresso e uscita dalla città. Ora per gli aiuti e per il personale che arriva e va via diventa molto complicato. Per il momento il valico è chiuso, vedremo per quanto tempo. Quando si chiude una porta, dal punto di vista strategico, il messaggio è piuttosto chiaro», sono le prime parole di Scaini subito dopo esserci presentati e salutati.
«Suppongo che, con le notizie di questa notte, con l’invasione di Rafah, tutto sia in fase di evoluzione. Probabilmente si starà vedendo come rispondere a questo ulteriore attacco, il quale sicuramente comporterà un nuovo movimento di gente. Sono un milione e mezzo le persone ammassate a Rafah. Dove andranno? A sud o a nord? Ciò che è complicato è adattarsi ad una situazione che cambia in maniera imprevedibile, soprattutto per quanto riguarda le tempistiche. Io sono arrivato nella Striscia di Gaza a metà marzo, e sembrava ci si stesse preparando ad un’invasione imminente, mentre invece è accaduto stanotte. Inoltre, le zone dei combattimenti sono cambiate in continuazione: erano concentrati prima nella zona nord, poi nella zona intermedia di Gaza e dopo sono cambiate di nuovo. Purtroppo, dal punto di vista operativo e in termini di sicurezza, diventa molto complicato».
«Mi sembra, a titolo del tutto personale, molto ipocrita arrivarci adesso perché la guerra ormai è finita. Se devo considerare le dinamiche di come è stato condotto nelle altre zone del paese, quello di Rafah sarà un conflitto breve, sarà un massacro per tutte le persone che vivono lì. Fermare gli aiuti adesso è ipocrisia, così come votare risoluzioni che non sono mai state rispettate senza che ci fosse alcuna reazione seria da parte della comunità internazionale. Non vedo veramente alcuna volontà nel fermare quello che sta succedendo».
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