
Il Josi & Loni Project Mediterranea è un collettivo di insegnanti, studenti, attivisti e attiviste a lavoro dal 2019. Oggi conta 40 persone che lavorano per assistere i rifugiati illegalmente respinti in Libia e internati nei lager libici. Negli ultimi anni 93 mila persone sono state catturate in mare e deportate illegalmente nei lager libici (JL Project, database dei respingimenti in Libia) nella più grande deportazione di massa di questo secolo. L’art.33 della Convenzione di Ginevra sancisce il principio di non-refoulement (respingimento), a intendere qualsiasi forma di allontanamento forzato di persone verso territori dove la vita o la libertà sarebbero minacciate.
È illegale. Per la Corte europea dei diritti dell’uomo, il divieto si applica indipendentemente dall’avvenuto riconoscimento dello status di rifugiato. Si parla in termini legislativi non a caso: il JL Project opera attraverso denunce, azioni legali e processi giudiziari. A questo proposito abbiamo intervistato Sarita Fratini, giornalista, scrittrice, attivista fondatrice del collettivo.
«Il JL Project aiuta i rifugiati illegalmente respinti nei lager libici a far valere i loro diritti. Noi proviamo che erano lì ritrovando foto e video che li immortalano e per ogni caso troviamo le prove del coinvolgimento europeo. Facciamo delle indagini forensi pro bono per persone che non possono permettersi un investigatore privato, stiamo aiutando anche degli italiani che hanno problemi con i datori di lavoro. Abbiamo 30.000 persone respinte che, contattando il JL Project, potranno avere aiuto per provare la loro presenza in un respingimento illegale.
Ci sono leggi su leggi – europee, italiane – che vietano il respingimento collettivo di stranieri alla frontiera. Infatti, ci sono state delle sentenze, come il caso Asso28 in Italia, dove il comandante è stato punito con la galera per aver deportato 108 persone nei lager libici. O il caso Orione del 2009, il caso Irsi: tutte le sentenze sono state a favore dei rifugiati respinti. L’Italia adesso rischia di pagare milioni e milioni di euro di risarcimenti ai rifugiati che ha illegalmente respinto in Libia. Noi a un certo punto abbiamo detto che avevamo prove per fare 2000 cause, ma ci siamo tenuti bassissimi.
Ci stupiamo del fatto che il secolo scorso c’era chi lottava contro le deportazioni nei lager, però doveva farlo illegalmente, perché c’erano leggi che consentivano di deportare e uccidere bambini, donne, uomini; adesso la legge è dalla nostra parte, questi governi lo stanno facendo illegalmente. Non serve lottare parallelamente o contro la legalità, noi siamo per la legalità e quindi lottiamo nei tribunali, noi gli facciamo causa. Noi siamo la legalità. È chi deporta le persone che è nell’illegalità. Normali cittadini sono per la legalità e invece il nostro governo fa passare delle situazioni illegali e non se ne occupa, illegali e pericolose».
«Abbiamo un metodo: studiamo, insegniamo. Per ogni vittima facciamo un dossier per cui riusciamo a provare che era a bordo. È un dossier che la vittima può mandare all’avvocato e ne scriviamo due: uno per la vittima e uno sul caso, quest’ultimo a volte lo diffondiamo. Al momento stiamo lavorando su 48 casi e ne abbiamo già chiusi una quindicina. Casi con vittime, tutti quanti. Alcuni casi hanno tante vittime. Non abbiamo nessuna altra fonte se non quelle pubbliche e abbiamo già indagato su alcuni casi, inoltre, in cui vedevamo tra rotte di aerei spie di Frontex sorvolare gommoni prima dell’arrivo dei libici.
Abbiamo incrociato le rotte di questi aerei con le testimonianze dei sopravvissuti ai respingimenti e ci siamo fatti un quadro indiziario in cui veniva fuori che probabilmente i libici potevano essere stati chiamati da Frontex o dall’Italia o dall’MRCC di Roma. Questo quadro è stato poi confermato dal database di Frontex, in cui sono indicati esattamente quei casi su cui stavamo indagando noi, indicati come “operazioni Themis” da Frontex, che dice “questa è un’operazione europea, è un respingimento europeo”. Abbiamo avuto accesso al database dell’operazione Themis, un’operazione di Frontex e governo italiano con la collaborazione di alcuni stati europei e abbiamo scoperto che tantissimi dei respingimenti su cui stavamo indagando, per la precisione 588, sono operazioni Themis, quindi organizzati e compiuti dall’Europa e quindi sono illegali».
Il JL Project ha recentemente fatto luce sulla possibile identità dietro l’account Twitter @rgowans e del blog “Migrant Rescue Watch”. Dal 2017, il suddetto account ha pubblicato più di 16.000 tweet e curato il blog sopra citato, piattaforme dove condivide ancora attualmente foto e video della Guardia costiera libica o della Marina italiana.
Rgowans ha costruito nel tempo un’immagine salvatrice di chi opera i respingimenti in Libia, spesso curando il montaggio dei video ritraenti la Guardia costiera libica durante un respingimento/deportazione con tagli delle parti più atroci per restituire al pubblico una visione manomessa della realtà. «Da tantissimi anni – continua Fratini – intervistando i nostri assistiti, abbiamo racconti dei guardia coste che affondano i gommoni a colpi di fucile e compiono degli atti allucinanti. In un caso hanno preso le persone a bordo a bastonate, facendone morire diverse e cadere in mare, da cui non sono più risalite. Quindi hanno compiuto anche degli omicidi, questi guarda coste in mare.
La narrazione di Rgowans è assolutamente falsa, poiché noi siamo in contatto con le persone che vengono deportate nei lager libici, sappiamo cosa succede lì dentro e ci siamo subito chiesti chi ci fosse dietro questo profilo e per chi lavorasse, perché questa operazione sistematica di spaccio di narrazione falsa secondo noi aveva una regia, quindi l’abbiamo monitorato per un bel po’. Quando poi ha minacciato pubblicamente su Twitter don Mattia Ferrari e il giornalista Nello Scavo abbiamo messo un po’ il turbo a queste indagini e ci siamo messi a leggere tutto quello che scriveva.
Questa persona cercava di proteggere la sua identità, ma non è stata molto brava e soprattutto il mio gruppo ha iniziato a leggere tutto il materiale che Frontex, con un accesso agli atti, ha ceduto ad alcuni giornalisti internazionali, il materiale è pubblico. La cosa che ci stupisce è che Frontex sapeva da tempo chi fosse Rgowans, perché ce l’aveva nel suo database. Questa persona si chiama Robert Bxxxxx e abbiamo trovato un omonimo in Polonia che è il direttore del data center di una società che ha preso l’appalto per il controllo delle frontiere di Frontex, del fronte europeo. Il JL è stato molto corretto, il dossier l’abbiamo mandato soltanto alla polizia, che contiene tutto quello che abbiamo scoperto, che però poteva scoprirlo qualunque persona dotata di un computer.
Abbiamo chiesto ai nostri parlamentari che hanno chiesto al governo di chiarire se è la stessa persona, se il Robert B. che è indagato dalla procura di Modena e Como per aver minacciato un prete e un giornalista e che viene definito un portavoce della mafia libica è la stessa persona che gestisce il direttore del data center del sistema di controllo delle frontiere europee. Se così fosse, sarebbe inquietante. Tre giorni fa Schlein e altri due parlamentari del PD hanno fatto un’ottima interrogazione parlamentare in cui fanno le domande che abbiamo fatto noi, ovvero: diteci se è la stessa persona, perché bisogna fare qualcosa, in quel caso. Intanto interrompere immediatamente l’appalto con questa società e fare qualcosa di urgente perché ci sono dei rischi, perché Rgowans pubblica anche materiale militare italiano, che è materiale sensibile e ci chiediamo perché sia nelle sue mani».
L’aver reso nota la doppia natura di questo profilo Twitter porta alla luce qualcosa che era già noto: che in Libia non accadono cose belle e che gli attuali governi europei predispongano in ordine di importanza accordi economici ai diritti umani fondamentali e alla vita stessa. Sulla mia indagine dello stupore per tali scoperte, Fratini mi ha risposto di no. Nessuno stupore, eccetto quello di aver rilevato informazioni che erano già alla portata del mondo intero.
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