
La bacheca del’Italbasket continua ad arricchirsi di riconoscimenti prestigiosi. La nazionale italiana formata da atleti con sindrome di Down vola in Portogallo e domina il mondiale per la terza volta consecutiva. Un’impresa che entrerà nei libri di storia, per dei ragazzi che hanno voglia di abbattere i pregiudizi a suon di canestri. Con il loro coach, Giuliano Bufacchi, abbiamo calcato virtualmente il parquet per farci raccontare tutti i segreti di questa impresa titanica.
«Ripetersi non è mai facile, aumentano le responsabilità, come aumenta la consapevolezza di essere la squadra da battere. Per continuare a vincere, a mio avviso, bisogna lavorare ancora di più, perché siamo il punto di riferimento di tutto il movimento mondiale, il che è bellissimo e riempie di orgoglio tutti, ma allo stesso tempo hai “il timore” che anche un argento sarebbe visto come un mezzo fallimento. Le soddisfazioni alla fine sono sempre più grandi, segnale che il lavoro che stiamo facendo è quello giusto».
«Questi ragazzi e, soprattutto atleti, come tutti quelli che fanno parte del gruppo nazionale, sono fantastici: sanno cosa vuol dire lavorare in campo e fuori dal campo, pronti al sacrificio per raggiungere l’obiettivo prefissato. Tutte questa caratteristiche non sono solo di campo, ma di vita, e lo stare insieme in queste occasioni è un’esperienza: in primis si esce fuori da quella che è la loro comfort zone abituale, e in seconda battuta rappresenta uno stimolo a raggiungere una propria autonomia, in quanto questi ragazzi sono valutati sì in campo, ma soprattutto fuori dal campo».
«L’importanza del gruppo, come in tutti gli sport, è fondamentale, se si sta bene insieme, se c’è amicizia e rispetto, poi il lavoro in campo è tutto più facile; il gruppo a mio avviso parte da chi lo gestisce, ovvero io e i miei due assistenti, Mauro Dessì e Francesca D’Erasmo; tra noi c’è unione, amicizia e coesione, tutti aspetti che trasmettiamo al gruppo».
«Questo è un discorso complesso, l’accesso alle strutture è difficoltoso già per i normodotati, figuriamoci per altri, quindi non è un discorso di inclusività, ma proprio di strutture sportive e cultura in generale. La visibilità mediatica è importante laddove però viene esaltata la prestazione sportiva e non la disabilità, come purtroppo spesso accade. Allora a mio avviso, in questo caso, è meglio non averla».
«Beh, emozioni tante, grazie a loro ho vinto tre mondiali e due europei come allenatore; la soddisfazione maggiore, a prescindere dal risultato, è quella di vedere in campo giocatori di pallacanestro».
«Il mio sogno è che questa nazionale, così come tutte le nazionali composte da atleti con sindrome di down, di tutti gli sport, possano finalmente partecipare alle Paralimpiadi, partecipazione che al momento non gli è concessa. Ci si sta lavorando ad alti livelli, noi siamo qui ad attendere questo momento, che significherebbe riconoscere quanto fatto da tutti questi ragazzi e da tutti gli allenatori che li seguono giorno per giorno».
«Che lo sport è una palestra di vita per tutti, e tutti devono avere la possibilità di poter fare sport, a qualunque livello e categoria. Dico spesso che da quando ho l’opportunità di guidare questa nazionale, il sogno azzurro deve essere per tutti, tutti devono avere la possibilità almeno di sognarlo, se non raggiungerlo».
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