
La Siria è libera. Dopo 24 anni di regime di Assad, sono bastati 11 giorni per sovvertire il suo regno. La velocità con cui tutto ciò è accaduto ha sorpreso tutti, la popolazione siriana in primis. Con la stessa rapidità, ora si deve ricostruire uno Stato dalle sue macerie. Questo è quanto ci ha raccontato in un’intervista esclusiva Ammar Al Selmo, membro del consiglio dei White Helmets, un’organizzazione di difesa civile fondata nel 2013 in Siria per fornire aiuto umanitario e sanitario.


«I siriani aspettavano questo giorno da 13 anni. L’8 dicembre sarà un giorno nazionale per tutti noi, perché è da quel giorno che la famiglia Assad non è stata più in grado di uccidere i siriani. Decine di prigioni sono state aperte e migliaia di detenuti, specialmente coloro che erano scomparsi per motivi politici, sono stati liberati. È un sentimento di gioia, felicità, libertà. Sembra di stare dentro un sogno. Ma al tempo stesso, Assad ha lasciato dietro di sé un’enorme quantità di problemi, anche a livello sociale. Le istituzioni governative erano diventate oramai macchine di morte, non servizi per i civili. Ora non abbiamo istituzioni e non abbiamo un esercito, perché i siriani non permetteranno all’attuale esercito di continuare ad esistere, dal momento in cui ha partecipato all’uccisione di un milione di persone».
«I White Helmets hanno 3000 volontari e all’inizio operavano principalmente nel nord-ovest della Siria. Dal primo dicembre ci stiamo espandendo in tutte le città: Damasco, Aleppo, Hama, Homs, Latakia. Non siamo legati a nessun partito o corpo militare. Il nostro obiettivo è riempire il vuoto lasciato dallo Stato. Offriamo ricerca e soccorso, recupero di corpi, identificazione delle vittime, servizi antincendio, disinnescamento bombe inesplose e supporto negli ospedali principali. Tuttavia, la preoccupazione principale in questo momento è garantire il ritorno sicuro di moltissimi siriani nelle loro case. Circa un milione di persone sta cercando di tornare. Migliaia di famiglie in questo momento stanno chiedendo che fine hanno fatto le persone a loro care che sono scomparse».
«Le prigioni in Siria erano un inferno. La loro liberazione è stata uno dei punti cardine della ribellione, perché con Assad venivi incarcerato per 20 anni con un processo di soli 6 minuti. La prigione di Sednaya, ad esempio, era una delle peggiori: venivano ammassate dieci persone, in assenza di cibo, in stanze di 2 metri quadri. Io ci sono stato e non so se nel 2024 qualcuno avrebbe mai potuto immaginare che esistessero ancora le ‘stanze di sale’: luoghi in cui, dopo le torture, i cadaveri venivano ammassati nelle sale per giorni. La maggior parte dei detenuti rilasciati da Sednaya aveva perso la memoria. Cosa gli è stato fatto per perdere la memoria? Prima che le prigioni fossero liberate, alcuni detenuti sono stati uccisi prima che potessero essere salvati. E Sednaya era una prigione legale, ma abbiamo ragione di credere che ci siano ancora prigioni segrete».
«Gli ospedali, in particolare a Damasco e Aleppo, stanno tornando operativi grazie alle organizzazioni locali. Anche se c’è stato un attacco aereo all’inizio di dicembre che ha colpito sette ospedali di Aleppo. Dopotutto, le istituzioni sotto Assad erano al collasso. Gli ospedali erano usati per uccidere i detenuti, non per curare i pazienti. Persino i vigili del fuoco erano in realtà milizia del regime. Quando siamo arrivati ad Aleppo erano tutti scappati. Questo è quello che ci è stato lasciato in eredità dal regime. Ora stiamo ripristinando i servizi fornendo le attrezzature necessarie, ma c’è ancora una carenza. Le città siriane hanno diritto di avere accesso alla salute e a tutti i tipi di servizi essenziali».
«No, è stato un sogno da cui abbiamo ancora paura di risvegliarci. Nessuno pensava che potesse succedere in 2 anni, figurati in pochi giorni. È stato evidente che quando è venuto a mancare il supporto delle milizie iraniane e di Hezbollah, Assad non è riuscito a resistere neanche un giorno. È l’unica spiegazione possibile».
«Sì, siamo più sicuri ora, anche se ci sono ancora preoccupazioni. Ma non sono preoccupazioni comparabili a quelle che avevamo con Assad. Ora c’è il rischio che le famiglie delle vittime cerchino vendetta contro coloro che hanno sostenuto il regime, il che potrebbe portare a una guerra civile. Ci sono sentimenti di perdono e riconciliazione ma al contempo vogliamo giustizia. Non possiamo consentire a coloro che hanno ucciso di poter vivere le loro vite tranquillamente. Le famiglie delle vittime non sarebbero d’accordo».
«Stiamo osservando accuratamente ciò che al-Jolani e il suo governo stanno facendo. Fino ad ora ha inviato segnali positivi ai siriani, alle minoranze e all’Occidente. È importante che faccia in modo di avere buoni contatti diplomatici con l’Occidente. Ha evitato saccheggi, protetto i centri pubblici e limitato l’ingresso di armi nelle città come Aleppo. Inoltre, nelle sue dichiarazioni, ha detto di voler proteggere le minoranze e di voler garantire la libertà di parola. È importante giudicare le sue azioni attuali, non il passato. Lo stiamo osservando attentamente, e speriamo che continui su questa strada. Basti pensare che, quando ha governato a Idlib, ci sono state centinaia di proteste contro di lui e ha garantito la libertà di protesta. Tuttavia, non c’è solo l’HTS. C’è anche il Syrian National Army e altre fazioni come quelle di Daraa. Speriamo che queste forze lavorino insieme e controllino la sicurezza nazionale. Dobbiamo dargli una possibilità».
«La Siria non è Idlib. La Siria è composta da diverse città, religioni, culture. Ora il primo ministro ad interim ha una grande responsabilità: deve rappresentare tutti i siriani, non solo un gruppo o una regione. Ci sono diverse forze e spero che si eviti a tutti i costi una guerra civile. Per ora le premesse sono buone. Speriamo che tutte le forze diventino un solo corpo militare. Non sono d’accordo al 100% con coloro che sono al potere ora, ma quanto meno ora ho libertà di parola, ho internet, le persone stanno tornando alle loro case e non ci sono più le prigioni. I siriani hanno una voce forte, sono persone acculturate, ci sono tantissimi attivisti. Insomma abbiamo una civiltà che ci può permettere di superare questa situazione. Speriamo di avere la nostra libertà ed elezioni democratiche legittime».
«Avete fallito in Siria per 13 anni. Assad ha usato armi chimiche e bombardato ospedali, uccidendo un milione di persone e sfollandone 13 milioni. Ora stiamo ricostruendo, ma abbiamo bisogno di supporto. È fondamentale fare pressione sugli attori coinvolti per accelerare la transizione verso una Siria democratica. La presenza diplomatica in città come Damasco è cruciale per sostenere i siriani nei loro diritti e nella loro libertà. Chiediamo alle Nazioni Unite di venire in Siria ad aiutarci. Di venire a cercare le armi chimiche, di visitare le prigioni e di garantire che ciò che è accaduto in Siria non si ripeta mai più».
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