
Napoli sta vivendo, anzi subendo, un turismo incredibile, facendo errori di cui si sono pentite già molte città europee. Informare ha incontrato Raffaele Cercola, Professore Ordinario di Marketing Strategico presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli e presso l’IPE Business School, in passato Presidente della Mostra d’Oltremare, per parlare dell’argomento.
«Quando parliamo di turismo dobbiamo fare un discorso qualitativo ed uno quantitativo. Partiamo da quest’ultimo: dopo il covid, Napoli ha una grande ripresa, è tra le città d’arte che sta recuperando di più. Poi va fatto un discorso qualitativo, poiché il turismo è un business legato alle persone. Quindi non parliamo di turismo ma di turismi: c’è quello pleasure; fieristico, congressuale, business; per affetti, che porta migliaia di persone a tornare nei luoghi di origine in momenti come il Natale e la Pasqua; della terza età; religioso; militare; scolastico; finanche il turismo penitenziario. Ecco, Napoli ha un po’ di tutto; abbiamo grandi numeri, ma c’è una piccola area dove si concentrano i flussi turistici, il centro storico, dove cresce il malessere dei residenti, spesso costretti a lasciare le case per il caro fitti, con la conseguente distruzione anche del tessuto commerciale. Noi stiamo forzando la città, perché mancano gli spazi, e non mi riferisco solo al problema dei parcheggi».
«Un sabato pomeriggio, in pieno centro storico, mi sono trovato di fronte a una fila interminabile: famiglie, giovani e turisti in attesa di cenare in una nota trattoria, alle 18:00. D’altronde, mi dissi, anche in altre città i turisti si accontentano spesso di street food o di cibi di bassa qualità per risparmiare. Purtroppo, l’area (ristretta) della città invasa dai turisti si è trasformata in un tappeto di bandiere azzurre, con immagini di Maradona ovunque, tavolini abusivi disseminati per strada, souvenir economici e una folla impressionante di persone che consumano qualsiasi cosa: fritture, caffè sospesi, gelati, genovesi, ragù, pasta e patate con provola, babà, taralli, sfogliatelle, kebab, graffe, pizze, pizze, pizze… e ovunque ci sono rifiuti e puzza di fritto. Questa nuova cultura collettiva, focalizzata esclusivamente sull’aspetto alimentare, rappresenta un fenomeno che coinvolge l’intero Paese. Tuttavia, mi sembra che a Napoli si sia esagerato nel promuovere tutto ciò come una neapolitan experience, allontanandosi dalla vera tradizione, specialmente considerando che molti di questi locali sono aperti da poco. Dovremmo anche cercare di capire come certe volgarità siano state normalizzate nel nostro linguaggio e nella nostra cultura. Oggi il murale di Maradona attira più visitatori della Cappella di Sansevero o delle sette opere della Misericordia di Caravaggio, mentre la musica neomelodica ha preso il posto della canzone classica napoletana. Quando e perché il degrado è stato confuso con la tradizione? Indubbiamente, i social media hanno reso tutto veloce e soprattutto visivo. Molti dei turisti vengono a Napoli per controllare se è vero quello che hanno visto in post e stories, vengono e se ne vanno soddisfatti. Invece, Napoli, la provincia e tutta la regione possono spalmare i flussi turistici su altre aree poco frequentate».
«Innanzitutto, una città ha bisogno di un piano strategico. A Napoli, per il turismo, l’ultimo tentativo fu fatto nel 2006, quando era sindaco Rosa Russo Jervolino; era quello delle tre “c”: competenza, connessione e creatività. Nulla di fatto! Dall’analisi si arriva a un processo strategico, che poi deve essere condiviso, comunicato, aggiornato, controllato, monitorato. Non se ne fece nulla. C’è bisogno di programmazione, ma anche di comunicazione, servizi, mobilità. Io punterei su conoscenza e ricerca: abbiamo le università, si deve fare di più. Poi la logistica: le aziende più grandi sono il porto di Napoli (10% del PIL campano), l’aeroporto, l’interporto. Poi, sicuramente, il turismo, che fra diretto e indiretto, rappresenta dal 10% al 20% del PIL, valorizzando l’artigianato locale. Infine, il mare, che vuol dire cantieristica, diportistica, ecc.».
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