
Avete presente quando due mondi apparentemente separati s’incontrano e dalla collisione nasce un qualcosa che straordinariamente funziona? Ecco, questo è ciò che ci dimostra il pittore napoletano Francesco Filippelli, che unendo la terza arte al mondo della chimica, rompe tutti gli schemi, creando dei veri e propri quadri che si trasformano.
«Si, nasco come pittore, la pittura è una costante della mia vita. Non volevo però seguire la strada dei relativi studi accademici, soprattutto per evitare che il mio concetto di espressione grafica fosse sottoposto al giudizio. E nel caos delle alternative possibili, ho scelto di conseguire gli studi in chimica, materia che avevo studiato meno al liceo, forse proprio per compensare questa mancanza. E poi man mano mi sono appassionato a questa di materia che anzi, è riuscita paradossalmente a risolvere un problema che mi creava angoscia: l’idea del solipsismo. Siamo soli e non c’è possibilità di mostrare che la realtà che viviamo sia effettivamente reale e non una nostra percezione. Ed ecco che, grazie alla chimica, ho realizzato che la realtà è così complessa che è impossibile da immaginare e questa complessità mi affascina. Per non parlare poi appunto dell’aspetto pratico, dell’applicazione della chimica alla pittura. I colori fanno parte di uno spettro visibile ed ognuno ha una propria energia. Pigmenti, solventi, sono tutti composti chimici con una propria struttura molecolare. Ecco che il binomio pittura-chimica non è poi così bizzarro da immaginare».
«La mia pittura parla di metamorfosi. Ciò che conta non è tanto il prima e il dopo quanto piuttosto il passaggio tra i due momenti. La scelta stessa dei soggetti protagonisti di queste opere parte proprio dalla trasformazione che voglio rappresentare. Questa trasformazione di cui parlo è realizzata attraverso la chimica. È una trasformazione reale della tela, senza alcuna digitalizzazione o proiezione. Utilizzo dei colori reattivi che subiscono una trasformazione chimica cambiando l’aspetto dei quadri. In questo modo ottengo un’inversione del processo percettivo del fruitore. Non è più lui ad immaginare questo cambiamento al soggetto dell’opera, sono io stesso a fornirgli questa proiezione. E tutto ciò ne ribalta il ruolo. Se l’arte è uno specchio all’interno del quale l’osservatore riflette sé stesso e le sue sensazioni, io propongo il processo inverso: attraverso la metamorfosi del quadro, sono io ad indurre questa proiezione, non è più il quadro a adattarsi all’occhio dello spettatore quanto piuttosto quest’ultimo ad adattarsi al cambiamento dell’opera. Riesco a toccare determinate corde che un dipinto statico difficilmente fa».
«Nel titolo troviamo tutti i concetti prima anticipati. Temporama riprende quel concetto fisico che descrive il tempo come una linea estesa. Ecco il gioco di parole: come davanti ad un panorama siamo in grado di vedere un’ampia porzione di spazio, così davanti al temporama riusciamo a vedere una porzione, un frammento di tempo. Ed ancora il concetto di Alchimia, antenata della chimica: una trasformazione della materia che abbraccia il tema della spiritualità. Questa trasformazione chimica del quadro sottintende infatti una trasformazione interiore dell’osservatore. La mostra in sé si compone di sei dipinti e la metamorfosi di ognuno porta con sé un significato diverso. Ogni opera vuole toccare tasselli differenti dell’interiorità. Penso tra tutti all’allegoria del 21esimo secolo che rappresenta l’immagine di una donna che diventa anoressica, simbolo proprio del consumo dell’esperienza che viviamo nella nostra epoca. E preparatevi, perché probabilmente nei prossimi progetti ritroverete la stessa tecnica ma in una chiave concettuale totalmente nuova».
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