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INTERVISTA. Una sanità pubblica d'eccellenza, il percorso al contrario del Dott. Alfredo Bucciero

Antonio Casaccio
Antonio CasaccioRedazione Informare
17 dicembre 20248 min di lettura

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INTERVISTA. Una sanità pubblica d'eccellenza, il percorso al contrario del Dott. Alfredo Bucciero

Indice (13)

  • 1Dott. Bucciero, in genere ci sono medici che passano dal pubblico al privato. Lei invece ha fatto il percorso opposto. Cosa è cambiato? Perché questa scelta? 
  • 2Quello che dice va un po’ oltre la narrazione che si fa del pubblico negli ultimi tempi, file interminabili e budget che finiscono, problemi che le sanità pubblica ancora si trascina… 
  • 3Qual è l’obiettivo che vuole raggiungere qui? 
  • 4Visto il suo curriculum da luminare nella neurochirurgia, qualcuno le avrà detto “ma che sta facendo”? 
  • 5Che ambiente ha trovato qui? 
  • 6Come è stato possibile? 
  • 7Vi state concentrando in primis sui numeri delle operazioni chirurgiche e sulla qualità? 
  • 8Quali sono secondo lei le pubblicazioni più importanti di quest’anno nel settore della neurochirurgia? Ci sono aree di ricerca che sta seguendo in questo momento? 
  • 9Lei crede che si stiano facendo passi in avanti in quel settore? Prima o poi ci si arriverà? 
  • 10Che ne pensa della riforma sull’accesso alla facoltà di Medicina. La convince?  
  • 11Cosa significa questo nell’operatività? 
  • 12Quali sono le regole da osservare per fare una buona prevenzione sulla colonna vertebrale? 
  • 13La sua intervista sarà pubblicata sull’ultimo numero del 2024. Cosa si augura per il 2025? 

Dobbiamo avere fiducia nella sanità pubblica? In Italia vi è un grande dibattito sulle inefficienze delle strutture ospedaliere, ci si lamenta spesso di una gestione lacunosa e di attese interminabili. In questo numero abbiamo scelto di raccontarvi una storia diversa, all’insegna della speranza verso un sistema che va migliorato ma che rappresenta ancora a pieno quei valori di solidarietà che trovano fondamento nella Costituzione.  

Siamo a Sessa Aurunca, in un ospedale che anni fa cadeva proprio in quel turbine di retorica e malessere che caratterizza tantissimi ospedali pubblici al Sud. Da quattro mesi l’ospedale ha dato il benvenuto ad un’eccellenza della neurochirurgia, il dott. Alfredo Bucciero, Dirigente Medico di Neurochirurgia dello stesso PO. Quell’ospedale bistrattato dalle cronache ha già effettuato, in quattro mesi, ben 160 interventi chirurgici che riguardano tutte le patologie della colonna vertebrale; il tutto in un reparto medico nuovo di zecca e dotato di tutte le strumentazioni necessarie.  

Il dott. Bucciero era primario presso il Pineta Grande Hospital, ma ha deciso di gettarsi in una nuova esperienza nell’ambito ospedaliero più vessato. Stipendi più bassi e minori avanguardie sono tra gli ostacoli, ma a questi compensano i benefici umani che hanno sempre animato la vita professionale del dott. Bucciero. Un pubblico efficiente e di qualità può finalmente mettere fine ai viaggi per le cure mediche al Nord, così come ricostruire una nuova fiducia con le fasce più fragili della cittadinanza.  

Abbiamo incontrato il dott. Bucciero nel suo reparto a Sessa Aurunca, dove ci ha accolto con un grande spirito di gioia alimentato dalla nuova avventura che sta vivendo. 

Dott. Bucciero, in genere ci sono medici che passano dal pubblico al privato. Lei invece ha fatto il percorso opposto. Cosa è cambiato? Perché questa scelta? 

«Pensavo già da un po’ alla scelta di cambiare. Ho avuto una bellissima esperienza al Pineta Grande Hospital, che è stata la mia casa madre, ma ho deciso di iniziare un nuovo capitolo nel pubblico perché ho capito che nei presidi ospedalieri pubblici ci può essere ancora possibilità di lavorare e lavorare anche bene, sebbene oggi questo settore sia bistrattato. Tengo molto a ribadire che non è così. Nel pubblico si può lavorare bene, fermo restando che il pubblico e il privato accreditato – non quello dei ricchi – devono interagire perché hanno filosofie diverse, ma possono dare una risposta seria e concreta all’utenza. Il privato accreditato si configura da un punto di vista aziendale e imprenditoriale; invece il pubblico ha una funzione più etica, più sociale. Trovo solamente delle piccole differenze tra il privato accreditato dove ho lavorato, e il pubblico in cui adesso sto prestando servizio. Bisogna darsi da fare, bisogna interagire con la governance e, se si ha volontà di fare, si possono avere delle soddisfazioni».  

Quello che dice va un po’ oltre la narrazione che si fa del pubblico negli ultimi tempi, file interminabili e budget che finiscono, problemi che le sanità pubblica ancora si trascina… 

«Il budget finisce anche nel privato accreditato, perché quest’ultimo, senza i finanziamenti del pubblico, come può andare avanti? Io, in questo nuovo ospedale che è stato tanto bistrattato in passato, sto cercando di portare anche una mentalità più dinamica per ottenere dei risultati. Le dico subito: oltre ai 160 interventi chirurgici che riguardano tutte le patologie della colonna vertebrale, abbiamo operato anche un caso di tumore di midollo spinale, con la tecnologia e i monitoraggi adeguati. C’è stata anche una paziente che, nel giro di una settimana, venuta qui al pronto soccorso per una grave invalidità agli arti inferiori, è andata via con le sue gambe». 

Qual è l’obiettivo che vuole raggiungere qui? 

«Fare bene, che significa dare una risposta all’utenza. Questa è una zona di confine e molte persone che avevano necessità di cura, di affrontare una patologia neurochirurgica, spesso viravano verso il Lazio o il Molise. Adesso molti restano in zona e afferiscono al nostro reparto. È un motivo di orgoglio. Abbiamo una lunghissima lista di attesa, sia per gli ambulatori che per l’attività chirurgica. E ho l’orgoglio e l’onore di dire che i nostri sono ambulatori pubblici, dove i pazienti arrivano con la ricetta e quindi pagano il minimo ticket. Alcuni sono anche esenti. Lo faccio perché mi piace il mio lavoro e per me l’importante è lavorare bene, indipendentemente dal posto». 

Visto il suo curriculum da luminare nella neurochirurgia, qualcuno le avrà detto “ma che sta facendo”? 

«Qui guadagno di meno. Ma nella vita si vive anche di soddisfazioni. C’era qualcuno che diceva “lui va lì perché si va a riposare”, qualcun altro più maligno diceva “viene qui soltanto a fare le ernie al disco”. E invece dieci giorni fa ho operato un tumore al midollo spinale. Nella vita non c’è solo il denaro, si vive anche di soddisfazioni, fermo restando che poi si hanno degli obblighi economici nei confronti della propria famiglia, moglie, figli. Guadagno di meno ma mi basta, ho voluto fare una nuova esperienza». 

Che ambiente ha trovato qui? 

«L’ambiente è ottimo, partendo dalla direzione sanitaria fino alle altre figure professionali e agli altri reparti che si pongono in rapporto con noi. Un altro “mito” che stiamo sfatando è che siamo un reparto che è riuscito a ottenere la possibilità di operare anche di sabato». 

Come è stato possibile? 

«Abbiamo presentato una lunga lista di attesa e, con l’obiettivo di abbattere le code, ci hanno dato la disponibilità di operare anche il sabato. Siamo un piccolo ospedale, e quindi le possibilità di sala operatoria sono ridotte, quindi si tratta di un risultato davvero importante».  

Vi state concentrando in primis sui numeri delle operazioni chirurgiche e sulla qualità? 

«Sì. Ho iniziato progressivamente perché dovevo farmi conoscere e dovevo conoscere le altre figure professionali, compresi per esempio gli infermieri di sala operatoria, che non avevano idea di cosa fosse la neurochirurgia della colonna vertebrale. Allora ho iniziato lentamente e man mano ci stiamo spostando verso i tumori, le stabilizzazioni, le ernie cervicali ecc.». 

Quali sono secondo lei le pubblicazioni più importanti di quest’anno nel settore della neurochirurgia? Ci sono aree di ricerca che sta seguendo in questo momento? 

«Sì. Ho avuto notizia di quello che poi è stato sempre il mio “pallino”, cioè l’impianto di cellule staminali nel cervello di pazienti con malattie neurodegenerative. Credo che possa avere un risvolto, e se si riuscirà a superare il gap biologico dell’impianto delle cellule staminali e avere dei risultati, quello sarà il futuro. Parliamo di malattie come il Parkinson. Per l’impianto di cellule staminali nel midollo spinale dei pazienti ci vuole un’organizzazione ben diversa». 

Lei crede che si stiano facendo passi in avanti in quel settore? Prima o poi ci si arriverà? 

«Sì. Le cellule staminali sono state sempre un mio pallino perché ho sempre visto e guardato oltre le barriere biologiche iniziali». 

Che ne pensa della riforma sull’accesso alla facoltà di Medicina. La convince?  

«È una legge con delle limitazioni. Molte volte ci sono anche dei giovani brillanti e preparati che hanno dei piccoli intoppi e non riescono a superare il primo anno. Se li tagli durante il corso del primo anno e poi devono cambiare percorso, serve a poco. Secondo me il numero dovrebbe essere aperto perché c’è necessità di medici, sia nel pubblico che nel privato. In tutti gli ospedali si fa ormai ricorso a cooperative di medici». 

Cosa significa questo nell’operatività? 

«Significa che si riduce la possibilità di rispondere all’utenza in modo drastico». 

Quali sono le regole da osservare per fare una buona prevenzione sulla colonna vertebrale? 

«La prevenzione sulla colonna vertebrale va fatta dall’infanzia. Per prima cosa bisogna individuare già dall’infanzia quei casi che poi nel tempo svilupperanno delle deformità, la scoliosi in primis. Questo è compito dei pediatri di base: sensibilizzare le scuole, cercare di alleggerire il carico sulle giovani schiene dei bambini. Mi riferisco a tutti quegli zaini così pesanti che bisognerebbe evitare. La prevenzione però riguarda anche chi ha uno sviluppo normale, cercando poi nel tempo di ritardare i processi degenerativi con una buona attività fisica e con una congrua alimentazione». 

La sua intervista sarà pubblicata sull’ultimo numero del 2024. Cosa si augura per il 2025? 

«È ovvio dire un benessere fisico per tutti perché come esseri umani dobbiamo augurarci che tutti stiano bene. Noi medici dobbiamo fare in modo che le persone stiano bene e dobbiamo essere messi in condizione di operare bene, in serenità e con tranquillità. La sanità ha bisogno di incrementare le proprie capacità tecnologiche, oltre che il numero di medici e di infermieri. L’augurio è di aumentare tutto quello che c’è da riempire negli ospedali: tecnologie, risorse umane devono interagire affinchè le persone possano essere curate nel miglior modo possibile».  

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  • #dott. alfredo bucciero
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Antonio Casaccio
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