
Michela Murgia, immensa e purtroppo recentemente perduta (certo, solo fisicamente), disse che la prima cosa che da forma al mondo è il modo in cui lo chiami. In un altro momento, più vicina alla morte, disse che il mondo non è brutto, dipende dal mondo che ti fai. Intrecciando queste due informazioni, si potrebbe pensare che parlando possiamo cambiare il mondo. E allora varrebbe la pena chiedersi: le parole possono influenzare la nostra realtà? O meglio, le parole che ognuno di noi sceglie di utilizzare agiscono nella nostra immagine del mondo? Fino a che punto? Possono renderlo più bello o più brutto?
Partendo dal contributo di Murgia, la sociolinguista e docente universitaria Vera Gheno (nonché ex-Accademia della Crusca) ci ha risposto così: «Michela Murgia è stata una grande amica. Non pensavo di perderla così presto, che il cancro se la sarebbe portata via. Ricordo molto bene il giorno della sua morte: è stato un trauma. Michela aveva un dono speciale, quello di dire cose che sembravano semplici, quasi ovvie, ma che in realtà non lo erano affatto. Con queste parole ci dice qualcosa che molti avevano teorizzato prima di lei, una vera e propria scuola di pensiero: quella della relatività linguistica. Quest’ultima, in sostanza, afferma che le parole che scegliamo di usare influenzano la realtà, in qualche modo. Ma non siamo in Harry Potter e le parole non sono trucchi di magia. Se si preferisce la forma “avvocata” ad “avvocato” non scompare il divario di genere. Quello che la lingua può fare, però, è modificare il modo in cui vediamo le cose».

Per avviare questo processo, tuttavia, è necessario comprendere come è fatta la realtà. Vera Gheno ci dice che la realtà è un continuum infinito, e noi, con le parole, tracciamo dei confini: «Parlando, decidiamo di dare un nome a qualcosa e, così facendo, non è che lo creiamo – c’era già – ma dandogli un nome gli diamo visibilità. Nominarlo ci permette di parlarne, e il modo in cui lo facciamo è tutt’altro che irrilevante». Pertanto, è questo processo di “nominazione” a generare nelle nostre menti immaginari e narrazioni, che non sono contenuti nella parola in sé, il significante, ma nell’insieme di significati che le attribuiamo. I nostri significati dipendono dai nostri mondi di riferimento, quindi dai nostri principi e dalla nostra sensibilità, oltre che dall’imponente (ma non inattaccabile) sostrato culturale e sociale del nostro ambiente.
Ma quindi oggi non si può più dire niente? Gheno afferma: «Non credo sia così. Penso piuttosto che oggi siamo più educati ed educate. Poi certo, se c’è bisogno di nominare le cose brutte, le nomino. Cerco comunque di utilizzare un linguaggio non offensivo, almeno non oltre il banale quotidiano. Tendenzialmente evito termini che possano scadere in preconcetti o forme di discriminazione. Il termine “mongoloide”, ad esempio, ho capito che è meglio non utilizzarlo; a Firenze, ancora oggi, per indicare una persona avara si dice che sia “focomelica”, una patologia congenita che comporta avere arti molto corti. Sarebbe ideale evitare di alludere a patologie fisiche o mentali in generale, tantomeno a retaggi e pregiudizi. Insomma, la parola ha la capacità di creare narrazioni nella nostra testa e, se lavoriamo su queste narrazioni, potremmo persino voler cambiare la realtà stessa- e spesso succede.»

È un detto comune che conoscere molte parole renda liberi e che chi conosce più parole potrà sempre raggirare chi ne conosce meno. Alla fine di 1984, capolavoro di George Orwell, il protagonista viene convinto dalle autorità (e, di riflesso, dal grande fratello) che la somma di due più due fa cinque, non quattro. Questo avviene perché Winston è piegato dalle torture fisiche e psicologiche, ma non si può tralasciare che parte fondamentale del processo si debba all’estrema riduzione delle parole tradizionali, convertite nella “neolingua”. Nel romanzo si legge: «noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno, stiamo riducendo il linguaggio all’osso». E ancora: «lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero. Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere». Sul lungo termine, infatti, una società gerarchizzata poteva aversi solo basandosi sulla povertà e sull’ignoranza. Partendo da queste constatazioni, le parole possono essere una forma di resistenza? Come si può calare questa riflessione nella politica odierna? Vera Gheno afferma: «Il distopico 1984 è una sorta di metafora del nazismo. Dimostra le modalità in cui uno stato autoritario interviene sulla lingua: a meno parole equivalgono meno pensieri. Questo processo è comune ad ogni regime che si rispetti; Il fascismo, per esempio, l’ha fatto molto bene: il tricolon “credere, obbedire, combattere”, di loro invenzione, ne è un esempio lampante. Da sempre la destra lavora molto sugli slogan, memore del ventennio. Un esempio è lo slogan “MAGA” (Make America Great Again) di Trump, oppure “giù le mani da..” di Salvini. Un altro esempio che può aiutare a comprendere questo processo è il romanzo Vox di Christina Dalcher: alle donne viene imposto di indossare un braccialetto che permette loro di utilizzare al massimo 100 parole al giorno, pena scariche elettriche di intensità crescente. La cosa interessante è che le donne abbiano accettato di indossare il braccialetto perché state convinte che fosse per il loro bene. È proprio questa la chiave passe-partout di tutte le derive verso gli stati autoritari: le persone sono convinte di star facendo la cosa giusta anche quando si danno la zappa sui piedi. Quindi sì, avere più parole permette di fare scudo al canto delle sirene, di resistervi con forza».
All’interno di Grammamanti – Immaginare futuri con le parole, ultimo libro di Vera Gheno che è attualmente presentato dalla stessa autrice in molte scuole d’Italia, tra cui il liceo A. Manzoni di Caserta, il filo conduttore scelto è quello dell’amore. Vengono narrate quattro “storie d’amore”, tutte incentrate sulla parola. Sì perché parlare, per Vera Gheno, è un atto d’amore. Dal libro: «molto di quello che succede tra noi esseri umani e il λόγος, lógos, la capacità di comunicare tramite le parole, è imputabile a una qualche forma d’amore. Per questo mi sono inventata la parola grammamante, che serve a descrivere chi ha, con le proprie parole, una vera e propria relazione amorosa: una relazione sana, basata sul benessere reciproco, matura, capace di reggere la complessità». Ci sono poi i grammarnazi, ovvero coloro che difendono la lingua «chiudendosi dentro a una fortezza di certezze tanto monolitiche quanto quasi sempre esili». Questi ultimi sono convinti fedeli del «linguapiattismo», ossia la convinzione che le parole che usiamo siano sacre, immobili e immutabili.
Ma Vera Gheno scrive: «per fortuna, malgrado la volontà violenta di chi le vorrebbe sempre uguali a loro stesse, le parole cambiano: alcune si modificano, altre muoiono, ma altre ancora, nel contempo, nascono. È tempo di smettere di essere grammarnazi e tornare ad amare la nostra lingua, apprezzandola per quello che davvero è, ovvero uno strumento potentissimo per conoscere sé stessi e costruire la società migliore che tutti vorremmo».
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