
L’ultima copertina del 2024 avremmo voluto fosse un’altra. Negli ultimi mesi tutto è sembrato sfuggirci di mano, soprattutto a Napoli e provincia, dove le notizie di cronaca nera si rincorrevano l’un l’altra e tutte erano legate da un dato: la violenza armata di minorenni. Le periferie vivono i drammi di un disagio sempre più importante, acuito dalla percentuale spaventosa di disoccupazione giovanile e dalle poche opportunità per i giovani. Secondo l’Eurostat, la direzione generale della Commissione europea che raccoglie dati provenienti dagli Stati membri dell’UE a fini statistici, la Campa- nia è al primo posto sul podio in materia di disoccupazione; i dati raccolti, relativi all’anno 2022, registrano che le regioni a più alta disoccupazione sono Campania (47,3%), Calabria (47%) e Sicilia (46,2%).
A ciò si aggiunge un disagio culturale profondo, conseguenza della scomparsa dei luoghi classici della cultura e dell’avvento della subcultura social, che si propaga attraverso i principali social network. La disastrosa condizione dell’economia e lo svilimento della cultura moderna sono l’humus perfetto per la criminalità organizzata. I clan creano attrazione per molti giovani che vivono il disagio economico e che vedono nei profitti del traffico di droga un porto sicuro per “guadagnare” in tempi brevi.
Come si è arrivati a tanto? Come affrontare la realtà? Per provare a dare delle risposte, abbiamo ascoltato le parole del fondatore dell’Associazione Centro Studi Officina Volturno, associazione giovanile impegnata dal 2002 sul territorio di Castel Volturno ed ente editore di Magazine Informare. Da oltre vent’anni Tommaso Morlando si occupa di formazione giovanile, iniziando nel periodo più buio del litorale domitio, in cui l’egemonia politico-economica era viziata dalla costante presenza del clan dei casalesi. Le strade erano pericolose e i conflitti a fuoco minavano la socialità dei giovani, così Tommaso decise di creare per loro un’oasi felice in cui poter esprimersi attraverso la creatività, l’arte, l’attivismo sociale e il volontariato. Dopo 22 anni l’Associazione è ancora attiva e conta oltre 50 giovani impegnati nel giornale e in tutte le altre attività di Officina Volturno. La profonda esperienza maturata da Tommaso lo rende un osservatore speciale della realtà odierna, così ne abbiamo approfittato per fare con lui un punto della situazione sul disagio giovanile contemporaneo.

Tommaso, l’emergenza legata alla violenza giovanile ha connotati nuovi. Come hai reagito d’istinto alle notizie dei passati mesi?
«È una situazione molto difficile, ho difficoltà anche a parlarne dato il dolore per i troppi ragazzi che hanno perso la vita. Chi mi conosce sa che sono abituato ad agire nel sociale e sono sempre stato diretto nelle mie esposizioni, ecco perché dico: sono veramente incazzato per le morti di questi ragazzi, diventati ormai una consuetudine. È assurdo che ragazzi si colpiscano a morte per motivi futili e spesso incomprensibili. Siamo giunti al punto che il silenzio, il cordoglio, le belle parole, le passerelle dei soliti noti e le commemorazioni sono diventate inutile retorica. Se non si trovano soluzioni immediate tutto resterà continuamente inalterato».
Secondo te c’è un disinteresse verso i giovani? Come affrontarlo?
«Bisogna avere il coraggio di denunciare ciò che manca ai giovani, perché quando si parla dei ragazzi lo si fa con ipocrisia. Occorre alzare la voce, farsi sentire e gridare la rabbia e lo sdegno che ci colpisce nella parte più intima, sia come genitori che come educatori. Non voglio entrare nello specifico episodio, ma fare riflessioni a voce alta e cominciare dalle responsabilità della politica, almeno di quella che dal dopoguerra ad oggi si è alternata a governare questo Paese, le nostre città e i territori più difficili».
Ci sono responsabilità politiche sui pochi spazi destinati ai giovani?
«Il discorso della «malapolitica» è certamente generalizzato, c’è ancora una parte sana a cui mi rivolgo e che vorrei maggiormente impegnata sui territori e vicino ai giovani. Quella parte “sana” sia di sinistra sia di destra, composta da referenti regionali, del comune di Napoli e infine per giungere alla nostra Castel Volturno, costoro da 22 anni, nelle ricorrenze o eventi nazionali da noi promossi, ci elogiano, ci danno medaglie e promettono di starci vicino, ma non essendo schierati politicamente e mai supini al “potente” di turno, veniamo discriminati. Lo stesso avviene per l’affidamento di un bene confiscato alla criminalità organizzata, opportunità che non spetta alla nostra Associazione perché non schierata e con coerenza, facendo un’informazione LIBERA».
Quali altri episodi hai dalla tua esperienza?
«Un episodio clamoroso, che porteremo all’attenzione nazionale dei media, visto che i referenti amministrativi e istituzionali sono silenti e colpevolmente assenti. L’arroganza del potere regionale e le pecore degli amministratori locali, hanno consentito e consentono che una struttura costata 2 milioni di euro (fondi del Ministero dell’interno) per l’aggregazione giovanile sia donata ad un ente regionale che gode di ampio bilancio. Parliamo di una struttura bellissima e ideale per le associazioni, ma che incredibilmente viene negata proprio a quest’ultime. Il Comune di Castel Volturno ha assegnato, per volontà politica, il bene immobile in questione all’Ente Riserva, un ente regionale con un proprio bilancio e che con il volontariato e l’associazionismo non c’entra nulla. L’arroganza e la prepotenza della Regione Campania continua come il nichilismo del nostro comune».
E oggi?
«Oggi quella struttura, attrezzata e arredata per le associazioni del comune di Castel Volturno, è in mano ad aziende ed Enti regionali. Queste sono le stesse persone che parlano di recupero giovanile e d’impegno sociale: falsi, ipocriti, i soliti mestieranti della politica che sfruttano posizioni dirigenziali, e senza alcuna competenza, sia per nomina politica sia per “creare” consenso elettorale. Se mancano strutture sportive, luoghi d’aggregazione, scuole adeguate, investimenti mirati nella cultura senza dare spazi e mezzi adeguati alle associazioni, tranne quelle schierate e politicizzate, queste di fatto sono lasciate sole».
Se provassimo a condensare quanto detto, che riflessione doneresti ai lettori?
«Credo che la sintesi sia semplice: nessuno nasce criminale, ma se non si interviene alla radice, nelle famiglie, sulla formazione e prevenzione, ci sarà sempre più criminalità giovanile e morti innocenti. La politica continua a dare cattivi esempi: grazie al lavoro delle procure, decine di amministrazioni risultano indagate e con relativi arresti e concussioni intrecciate tra politici, imprese, dirigenti e corrotti di ogni genere. Noi come giornalisti facciamo informazione e crediamo che l’unico modo per incidere sia quello di fare buona informazione, denunciando la mistificazione e il potere della politica, ma anche andando nelle carceri, ascoltando coloro che hanno sparato e ucciso un loro simile. Resto della convinzione che anche chi spara muore dentro, il loro rimorso, gli incubi e le loro pene li perseguiteranno per tutta la vita. Agli “altri” giovani di quella provenienza, occorre far conoscere il “dopo” di un’azione criminale. La conoscenza delle conseguenze a cui si va incontro è già un ottimo deterrente».
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