
Secondo gli ultimi report delle Nazioni Unite più di 14 milioni di persone sono scappate dall’Ucraina dall’inizio della guerra. Statistiche e dati nascondono le vite degli altri, esistenze come quelle di Yulia Paskhalova e la sua famiglia, tormentate dalla guerra. Lei fa parte della quaranta persone salvate dal funzionario ONU Alberto Andreani, che lo scorso marzo ha intrapreso una missione di salvataggio di civili ucraini. Oggi, Yulia si trova a Torino e conserva il ricordo del giorno che ha cambiato la sua vita, assieme a quella di suo marito ed i suoi figli. Ho colto l’occasione per ascoltare la preziosa testimonianza di una madre che ha vissuto l’inizio della guerra in uno dei territori maggiormente colpiti dagli attacchi dell’esercito russo. Per capire come l’umanità riesce a sopravvivere anche in momenti tanto bui.
«Eravamo nella nostra casa a Kyiv, nell’area est della capitale, vicino il distretto di Brovary. La notte del 24 febbraio, giorno dell’invasione, ero in casa con i miei figli. Mi svegliai con i suoni delle bombe. Erano le 5 di notte e sinceramente non realizzammo nulla di cosa stava accadendo – provai a guardare dalla finestra, per cercare delle tracce di quelle esplosioni. Ho sentito solo i boati, ma non ho visto nulla. Mentre le sirene di allarme, invece, non si sono attivate subito. I principali bombardamenti avevano colpito le aree attorno a Kyiv, soprattutto gli aeroporti. Sul centro eravamo coperti dai sistemi antimissile. Ho cercato messaggi sul telefono, poi sono stata avvertita su un gruppo di miei concittadini del fatto che Putin aveva iniziato la sua “campagna speciale”, ossia la guerra. Era la conferma dell’invasione».
«I militari erano stati informati diversi giorni prima di ciò che sarebbe potuto accadere. In un certo senso erano preparati all’idea di un attacco su suolo ucraino. So che degli agenti dei servizi segreti russi, l’FSB, hanno passato informazioni sull’inizio della guerra alla intelligence ucraina e americana. Il nostro esercito, quindi, era già preparato agli attacchi che si sono tenuti in aree come l’aeroporto di Gostomel o attorno Kyiv. Molti degli aerei, ad esempio, furono salvati allontanandoli in anticipo».
«Nei primi momenti abbiamo cercato di capire cosa fare. A pochi chilometri da casa era caduto un missile molto potente, l’Iskander, che aveva fatto vibrare tutte le finestre. Era il secondo attacco ad una piccola base militare lì vicino. Tra l’altro, il primo attacco fu mancato dai militari russi».
«Nonostante la paura avevamo scelto di non spostarci da lì: in quei momenti le strade da e per la nostra capitale erano completamente intasate. Così, mentre eravamo rimasti nella nostra casa, avevamo iniziato a produrre difese anticarro. Con dei pezzi di metallo saldati insieme costruivamo degli spuntoni per fermare i mezzi militari russi. Mio marito aveva tutti gli strumenti, i militari andavano e venivano, e c’era sempre qualcosa da fare per aiutarci tra noi. Ad esempio, una mia vicina aveva due figli piccoli ed era sola, e facevamo di tutto per aiutarla continuamente».
«Di fronte casa nostra si trovava il sistema antimissile della contraerea: ogni notte, quando gli attacchi si intensificavano, sentivamo delle fortissime esplosioni. I miei figli dicevano: “Mamma! Non preoccuparti, è il sistema antimissile”. Casa nostra, però, continuava a vibrare. A circa 10 chilometri da casa erano arrivate le truppe russe».
«Così decidemmo di andare a casa di mia sorella in Ucraina occidentale, vicino Ternopyl. Siamo rimasti lì per tre settimane. Non avevo piani, la mia idea era di tornare a casa. La nostra speranza era di stare di nuovo lì per Pasqua. Dopo ho scoperto del piano ideato da Alberto di un bus per spostarci verso un luogo sicuro. Alberto è venuto un sabato direttamente a Ternopyl con la sua carovana, la domenica ci hanno avvisato che il giorno dopo saremmo partiti e dovevamo prendere velocemente le nostre cose. Nel frattempo, piovevano dal cielo pezzi di missile distrutto dai nostri sistemi di difesa. Ma Ternopyl, che era una città occidentale e più difficile da colpire per i russi che arrivavano dall’area orientale del paese, fu bersagliata relativamente poco dai bombardamenti nemici. Nonostante ciò, le sirene d’allerta continuavano ad esserci ed il pericolo, come in ogni parte dell’Ucraina, era costante».
«Mio marito Yegor è un avvocato, anche se dopo il 2015 ha ricevuto una preparazione militare. Ha imparato a sopravvivere nelle foreste, usare le armi e mantenere le posizioni, le basi per ogni soldato. Molte università e scuole ucraine forniscono infatti preparazione militare, mentre studi devi formarti anche su quell’aspetto. Ora fa parte delle forze di difesa territoriali, che hanno iniziato ad organizzarsi nel dicembre dell’anno scorso. È stato promosso a comandante, e dirige una colonna di 26 persone. Si trova ancora a Brovary, vicino la nostra casa».
«Sono orgogliosa di lui. Fortunatamente per tenersi in contatto i soldati usano Starlink, il sistema internet fornito da Elon Musk agli ucraini. In questo modo parliamo senza problemi su WhatsApp, quasi ogni giorno tra l’altro. Ogni tanto devono interrompere le comunicazioni perché si allontanano oppure manca la corrente elettrica».
«Dopo la partenza da Ternopyl siamo arrivati sul confine, l’abbiamo passato a piedi. Ci aspettava un altro pullman. Ci siamo spostati a Varsavia per cinque giorni, c’erano dei test medici da fare. Quindi siamo arrivati a Torino, dove abbiamo delle case. Alberto chiese se ci fosse qualcosa che volevamo. Dissi che sarebbe stato bello se i miei bambini potessero continuare a giocare a calcio. Ora Danylo e Glib vanno a scuola calcio due volte a settimana. A breve, tra l’altro, c’è un torneo».
«Oggi la situazione a Kyiv è migliorata rispetto a come l’abbiamo dovuta lasciare. La nonna, che è rimasta lì, è rientrata nella nostra casa e sta curando il giardino. I miei figli ogni mattina mi chiedono di tornare a casa. È un sogno che coltiviamo ogni giorno. Molte persone hanno perso le case, ed è difficile da realizzare. Nonostante gli aiuti, è difficile. Almeno casa nostra si è salvata. Per agosto, il nostro sogno è di tornare. Qui in Italia, ad esempio, è difficile trovare lavoro. Mentre in Ucraina lavoravo per certe aziende internazionali, qui è difficile a causa della lingua. Quando tornerò spero di poter fare qualcosa di utile per il mio paese, magari relazioni internazionali, per la ripresa del paese. Per ora, preghiamo per il nostro esercito e i principali paesi che ci aiutano».
«Molti amici mi hanno detto che in Italia potrei avere un futuro migliore, ma nulla riesce a rendermi felice. Dall’inizio della guerra non sono stata felice per un secondo. Per me non c’è futuro fuori dall’Ucraina. Lì c’è mio marito, i miei genitori. Tutta la mia vita è lì. L’unica cosa bella è vedere i miei figli più calmi rispetto allo stress che erano costretti a sopportare sotto le bombe».
La storia di Yulia è anche un racconto di fortuna, di chi ce l’ha fatta. Perché ad oggi, in Ucraina, sono più di 4mila i civili uccisi. Un antico detto diceva che nella guerra la prima a morire è la verità. Così anche nel conflitto ucraino sembra non essercene da nessuna parte, disintegrata dalla propaganda politica di una fazione o dell’altra. L’unica verità è che in una guerra – spiegava anni fa Gino Strada – il 90% delle vittime sono civili, cioè chi il fucile non lo imbraccia mai. «La guerra piace a chi non la conosce», diceva. E allora viene da pensare che l’unico soldato giusto è chi diserta, il fucile migliore è quello che si inceppa, l’unica bomba intelligente è quella che non esplode.
Di Ciro Giso
500mila euro per trasformare un gioiello in un cantiere fantasma. Oggi l’impianto sportivo è fermo, costretto a sbrogliars...
Era l’equinozio di autunno, precisamente il 21 settembre dell’anno 19 a. C., quando il Vate lasciò le sue spoglie mortal...
Il cortile del Maschio Angioino è pronto a trasformarsi in un vero e proprio palcoscenico a cielo aperto di musica e teatro....
Qualche mese fa Villa Literno è finita al centro delle cronache nazionali quando i risultati di un monitoraggio sulle acqu...