
Mimmo Beneventano si ribellava contro ogni effimero meccanismo, ogni ingiustizia, ogni sopruso di gruppi affaccendati in un esercizio di potere, alla ricerca spasmodica di mercificare ogni aspetto della vita. Come la neve sciogliendosi mostra ogni imperfezione del paesaggio, così questo episodio mostra la pochezza e la miseria umana a cui il guadagno a ogni costo conduce. Sotto il metaforico manto di neve compare così, come prima vittima ferita e lacerata profondamente, la cultura della legalità.
Il 7 novembre 1980, Mimmo Beneventano, medico, consigliere comunale e attivista contro la camorra, veniva barbaramente assassinato ad Ottaviano. Un giovane appassionato, convinto del potere emancipatorio della politica e dell’unità sociale, che ebbe il coraggio di denunciare il clima oppressivo di intimidazioni ed ostacolare i piani criminali di arricchimenti illeciti e speculazioni sul territorio.
Mimmo Beneventano nasce l’11 luglio 1948 a Petina, in provincia di Salerno. Fin da giovane dimostra una spiccata sensibilità verso le problematiche sociali e una forte passione per la politica. Aiutare il prossimo è come una seconda o forse una prima, più vera natura per lui, una tendenza che lo spinge a laurearsi in Medicina e a specializzarsi in Chirurgia. Inizia quindi a lavorare come chirurgo presso l’ospedale San Gennaro di Napoli e come medico di base ad Ottaviano.
Come uomo, e poi come medico, Mimmo agisce tra la gente, non potendo ignorarne le sofferenze e le difficoltà. Avverte la forte esigenza di caratterizzarsi in modo inequivocabile e definitivo per il superamento delle diseguaglianze, ispirato da un principio fondamentale che ne orienta l’azione in un disegno libero e altruistico. Matura dunque la decisione di candidarsi come consigliere comunale con il PCI ad Ottaviano e viene eletto nel maggio del 1975.
Proprio ad Ottaviano, Mimmo si scontra con la dura realtà della camorra, con lo “stragismo” e la “recrudescenza” della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. La sua attività di consigliere è precisa e intensa: si pone in diretto contrasto con le speculazioni edilizie e gli appalti nell’area adiacente al Vesuvio, denunciando le aggressioni al patrimonio naturalistico e il traffico illegale di rifiuti.
Mimmo si oppone con tutte le sue forze ad un sistema di potere corrotto, porta avanti una sfida ferrea, con le sole armi dell’intelligenza e della parola, nella tenace determinazione e ostinata perseveranza di proteggere il territorio e la comunità. La mattina del 7 novembre 1980, mentre sta salendo in macchina per andare al lavoro, Beneventano viene sorpreso dai sicari: viene ucciso lì, a trentadue anni. La sua voce, ferma e risoluta, viene soffocata per sempre da proiettili assassini.
Un’eco che risuona nel silenzio, un lamento soffocato, un grido che lentamente si spegne nella sorda indifferenza. Il processo per omicidio, avviato nell’86, vedrà alla sbarra Raffaele Cutolo e altri sei imputati, condannati all’ergastolo in primo grado e assolti in appello con formula dubitativa.
Da quella mattina di novembre sono passati 44 anni, la battaglia contro le mafie continua, ma con armi nuove. Il tempo ha segnato un profondo solco, sono cambiate le modalità di azione delle mafie, ma soprattutto si è trasformato il modo in cui affrontiamo il fenomeno mafioso. La risposta della società civile e delle istituzioni è diventata più articolata e complessa. È cambiato il modo di dire e fare antimafia da parte delle forze dell’ordine, della magistratura, della Chiesa, della politica e del giornalismo. È nata un’antimafia sociale, una nuova forma di resistenza, un impegno silenzioso e diffuso che nasce dal basso e si alimenta di valori civili e culturali.
Nel 1989, nasce ad Ottaviano il Circolo di Legambiente intitolato a Mimmo Beneventano, tenace portavoce delle sue battaglie per la tutela dell’ambiente naturale e del patrimonio culturale del territorio, fervente sostenitore di comportamenti civili responsabili e di una reale coscienza ambientalista.
Nel 2012 il ministero dell’Interno riconosce Mimmo Beneventano come vittima della criminalità mafiosa. Nel novembre dello stesso anno viene istituita la Fondazione Mimmo Beneventano, che nasce per ricordare e continuare a tenere viva la figura di Mimmo, il suo impegno instancabile per la giustizia sociale e la tutela del territorio. Attraverso progetti e iniziative concrete, la Fondazione si propone di promuovere lo sviluppo sostenibile delle nostre comunità, valorizzando le coscienze libere di tutti quei cittadini, forze sane della società civile, che sono parte sociale attiva e che condividono i valori di solidarietà e legalità, princìpi cardine di uno sviluppo socio-economico sostenibile e duraturo.
Sviluppare e sostenere la cultura della legalità significa diffondere la conoscenza dei fenomeni ecomafiosi e criminali in tutte le loro manifestazioni, nonché delle azioni di contrasto sviluppate dallo Stato e dalla società. Significa favorire iniziative sulle tematiche ambientali nel mondo delle istituzioni, della scuola e in ogni altro ambito sensibile a tali tematiche, favorendo la crescita del confronto sociale, civile e culturale. Ma soprattutto significa contrastare la devianza della sub-cultura camorristica e delle altre forme di illegalità.
La storia ci insegna che l’illegalità è un fenomeno complesso, con radici profonde nel tessuto della ragnatela sociale. Per sradicarla, è necessario conoscere le sue dinamiche, i suoi meccanismi e le sue evoluzioni. Ecco che per poterci muovere in avanti, per poter migliorare, fondamentale è l’esercizio di non dimenticare. È necessario riflettere sugli episodi storici, capirli, analizzarli, non solo come punti su di una retta, ma come elementi vitali della catena del nostro DNA. Mimmo ci ha insegnato che la storia è il labile e sottile filo che lega il passato al futuro.
Se recidiamo quel filo, perdiamo la nostra identità collettiva. Mimmo ci insegna che la cultura della legalità è legata ad un pronome: NOI.
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