
Vi è mai capitato di sentire un senso di forte straniamento nel percepire che il nostro mondo è sull’orlo del collasso, e nel mentre voi siete costretti alla vostra normalità, come se nulla stia succedendo? Se sì, siete affetti da una delle condizioni più tipiche del nostro tempo: l’ipernormalizzazione. Questo neologismo sembra essere stato introdotto nel 2005 dallo studioso russo Aleksej Yurchak, in un articolo sulla vita quotidiana nell’Unione Sovietica, ed è tornato in voga grazie a un reel dell’antropologa digitale Rahaf Harfoush, che così definisce l’ipernormalizzazione: «Quella sensazione viscerale di essersi svegliati in una linea temporale alternativa, con la consapevolezza profonda, fisica, che qualcosa non va – ma senza avere la minima idea di come rimettere le cose a posto, è leggere un articolo sui bambini vittime di carestia o su un genocidio, e subito dopo scorrere giù verso una lista spensierata delle celebrità meglio vestite, o un quiz frivolo del tipo: “Che tipo di merendina sei?”».
L’ipernormalizzazione colpisce inevitabilmente tutti noi: in un mondo segnato dalla costante imprevedibilità geopolitica, acuita da un senso di completa impotenza di fronte al cambiamento climatico e al collasso delle democrazie occidentali, è quasi un meccanismo di autodifesa. Il nostro tempo, il tempo della post-verità, nel quale “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”, la nostra “normalità” diventa uno schermo che ci protegge dalla realtà che ci circonda, risultando come una sorta di anestetico, di negazione di quel senso di essere vivi proprio quando tutto sta crollando. Questo è, secondo il filosofo inglese Mark Fisher, il “realismo capitalista”: un sistema che, pur avendo consapevolezza della sua decadenza, non riesce a esprimere un’alternativa concreta a sé stesso.
Questa “normalità” che tutti ostentiamo (e che, in un certo senso, ci è necessaria per sopravvivere) ha un prezzo. Al di sotto dell’apparente serenità dei microcosmi in cui viviamo scorre un vero e proprio fiume di sensazioni ed emozioni represse, che tendono a venire fuori in contesti e attraverso mezzi ben precisi. Lo stesso Fisher, anni fa, tendeva a collegare i fenomeni di progressivo distanziamento delle masse dalla politica, ormai sempre più sfiduciate, alla dilagante pandemia di ansia, depressione e altri problemi mentali. Questi disturbi sarebbero l’altra faccia della medaglia delle grandi masse ormai anestetizzate: senza la possibilità, a causa del sistema post-capitalistico, di poter lottare per condizioni di vita migliori, le persone si ripiegano in un estremo individualismo, votato alla ricerca del successo personale, arrivando a ignorare la realtà sociale e politica che le circonda. L’individualismo estremo e l’incertezza, uniti a sentimenti di malessere sociale, generano ansia e depressione, certo, ma soprattutto rabbia. I social, il grande schermo dove si mostrano in diretta streaming le guerre e i genocidi del nostro tempo, hanno alimentato questo senso di alienazione. La rabbia sociale e la deumanizzazione dell’interlocutore sono i toni prevalenti nel discorso social, improntato a una velocità e impulsività complete. Questi toni sono poi i toni adottati anche dalla politica degli ultimi anni, in particolare delle destre, che sfrutta questo senso di sfiducia nei confronti di un sistema malato attraverso un linguaggio aggressivo e continuo ricorso a capri espiatori, come le minoranze.
A ben vedere, l’ipernormalizzazione potrebbe essere quasi una formula magica, una parola autoassolutoria che ci libera dalla responsabilità di lottare per un mondo migliore. È vero, l’ipernormalizzazione è un meccanismo naturale, che risulta quasi necessario per non impazzire di fronte all’immensità dei problemi del nostro tempo. Eppure, quando ricondividiamo l’ennesimo post su Gaza, o l’appello social per la fine di tutte le guerre, per tornare poi sereni e acritici alle nostre case e vite di sempre, dovremmo piuttosto chiederci: “credo davvero in un mondo migliore, o forse sto solo ipernormalizzando?”.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...