
In Iran un anno dalla morte di Mahsa Amini le proteste sono state represse con la violenza, ma le forme di opposizione al regime continuano. Mahsa Amini aveva ventidue anni quando ha perso la vita dopo essere stata messe in custodia perché non portava correttamente il velo.
Quelle innescate dall’uccisione di Mahsa Amini sono state, infatti, le proteste di piazza più significative e diffuse. Eventi simili risalgono a più di 40 anni fa, un movimento eterogeneo riuscì a porre fine alla dittatura dello scià Mohammad Reza Pahlavi. Internet è il canale che ha permesso una diffusione ampia e rapida del movimento in tutto il paese. Il mondo osserva attonito quanto accade nelle piazze iraniane, chiedendosi se la sollevazione possa trasformarsi nel capitolo finale della teocrazia iraniana.
Nei cortei, si alzava uno slogan: «Da Zahedan a Teheran, siamo un solo Iran». Lungo i viali, si vedevano i primi manifesti e cartelli arcobaleno. Dalle finestre alte delle case, nelle notti metropolitane, si univano voci anonime che auguravano «morte al dittatore».
Con l’inizio del 2023 il regime decide di adottare un approccio duale, continuando con esecuzioni pubbliche e repressione ma, allo stesso tempo, mostrando segni di distensione nei confronti della popolazione. Il 5 febbraio, ad esempio, in occasione del 44esimo anniversario della rivoluzione Khamenei concede la grazia decine di migliaia di prigionieri. Tuttavia, nei mesi successivi, sospetti casi di avvelenamento contro studentesse in varie zone del paese hanno ulteriormente posto in cattiva luce la Repubblica islamica. Le proteste, non sono riuscite a forzare cambiamenti nel sistema politico, nella gestione del potere e nella legislazione iraniana. Anche le parziali concessioni fatte dal regime, come il ritiro della polizia religiosa, sono state solo temporanee. A luglio per le strade delle città in Iran sono ripresi i pattugliamenti. I manifestanti hanno però ottenuto un risultato meno tangibile, e comunque importante, cioè quello di riuscire a trasformare le proteste in una forma di resistenza costante, fatta soprattutto da donne e giovani.
in vista dell’anniversario della morte di Amini, il regime iraniano ha represso duramente chiunque potesse rappresentare una qualche forma di pericolo per lo stesso regime, con l’obiettivo di bloccare nuovi tentativi di proteste. La tomba di Mahsa Jina Amini è stata profanata e il suo giovane zio, Safa Aeli, trentenne fratello della madre, è “sparito” dopo essere stato prelevato dalle forze di sicurezza. Ma la resistenza in Iran continua attraverso la memoria. Il compito di non dimenticare, come chiede Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran. Non dimenticare le storie delle ragazze, cadute teenager sotto i colpi dei bastoni. Quelle dei giovani impiccati alle gru gialle. Quelle degli sportivi, delle attrici e degli artisti costretti all’esilio professionale.
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