
La vittima più recente di questa storia aveva “osato” togliere il velo in metro, ed è stata aggredita fino alla morte. Aveva 16 anni ed era una studentessa. Si chiamava Armita Garavand. È questo quello che ci ha chiesto Katayoon quando l’abbiamo conosciuta: ricordate i nomi, ricordate i volti. In Iran il governo teocratico dell’ayatollah Khamenei ha imposto alle donne restrizioni sul modo di vivere e vestire dal ’79, quando una rivoluzione islamica depose l’ultimo Shah di Persia. Da allora le donne devono per legge coprire i propri capelli e il proprio corpo. Chi infrange il codice islamico rischia rimproveri pubblici, multe e arresti, fino ad arrivare alla morte. Ma per quanto la Repubblica Islamica possa provare a imporre leggi, il popolo stanco dell’oppressione risponde con proteste che lanciano un grido in tutto il mondo. L’ultima rivolta è scoppiata con la morte di Mahsa Ahmini, 22enne picchiata dalla polizia morale di Teheran. Dal suo inizio, nel Settembre 2022, ad oggi sono più di 500 i manifestanti uccisi, 20mila quelli arrestati. Questa lotta per la vita che unisce migliaia di persone l’ha vissuta anche Katayoon, dissidente iraniana: «Sono una giornalista, vivo a Parigi dal 2010 come rifugiata politica. Ho partecipato al Movimento Verde nel 2009, lì in Iran. Oggi che si torna a lottare e sono lontana dal mio paese voglio aiutare i giovani che protestano e muoiono. Voglio essere una voce per loro e aiutarli nel parlarne fuori dal paese, raccontare la nostra verità».
«Perché sia chiaro: non è solo un problema di hijab o religione, non vogliamo solo un vestito diverso. Vogliamo che non esista più questa dittatura fascista su base religiosa, dove le persone vengono uccise solo perché vogliono libertà. Voglio che vengano detti i nomi di chi è morto in strada: per chi, per cosa sono morti? Almeno parliamone. Dargli voce è tutto. È molto importante ora. Poi si potrà aiutare con fondi e donazioni, ma prima di tutto abbiamo bisogno di solidarietà».
Katayoon è arrivata a casa di una nostra giornalista quest’estate. Si trova a Napoli in vacanza, ma anche in questo contesto il suo primo pensiero resta strappare al silenzio e alla disinformazione mediatica il grido di libertà del suo Paese. Parlare di Iran, della sua esperienza di lotta, è quasi inevitabile. Ѐ proprio per questo che ce l’hanno presentata. Il giorno in cui ci siamo conosciuti, chiacchierando di fronte ad un piatto di pasta, ci siamo resi conto di quanto prendesse spazio in lei l’ambivalenza tra la voglia di raccontare e raccontarsi e la paura di riprecipitare nell’incubo, che lei o la sua famiglia in Iran venissero rintracciate, ancora.
«Nel 2009 ero alle proteste per le elezioni di Mousavi e Ahmadinejad. Lavoravo come presentatrice in una radio di Teheran, quell’anno noi eravamo come tutti per le strade. Col Movimento Verde protestavamo contro le elezioni farsa. Anche lì ci fu tanta violenza, molti sono stati picchiati a morte in prigione. Era 10 anni fa, ora è diverso. Prima volevamo solo una riforma, ora un altro sistema. Oggi vogliamo solo rovesciare questo regime fascista».
Ѐ nell’ambito di queste proteste che Katayoon viene arrestata. Non è facile per lei raccontarci la storia che precede la sua fuga a Parigi. «Lavorando in radio ho molte relazioni diplomatiche con gli ambasciatori francesi, molti rapporti importanti. È per questo che mi hanno arrestata. Quando i miei amici vennero arrestati chiamai un mio amico giornalista negli USA e gli dissi i loro nomi perché fossero pubblicati sui giornali statunitensi. Avevo un amico in Francia che scriveva di cinema, avevamo una storia d’amore, parlavo con lui a volte della situazione per le strade. Ma il mio telefono era controllato e la mia radio apparteneva al regime: ero controllata ovunque. Tutti mi consigliavano di scappare, così presi dei biglietti per Parigi. Ottenni il visto, era il dicembre del 2010. Preparai le valigie e mi arrestarono».
«Non voglio scendere nei dettagli perché i ricordi mi feriscono. Mi arrestarono il giorno della mia presunta partenza. Mi chiamarono dandomi un indirizzo dove andare. Ci andai perché ero sicura ormai che il mio passaporto non sarebbe risultato valido, infatti fu così. Mi dissero che non potevo andarmene e che ero in arresto. Non mi torturarono fisicamente, ma mi portarono in una casa per un interrogatorio. La casa privata è più pericolosa della prigione: possono stuprarti, ucciderti, e nessuno lo verrà a sapere. Mi tennero lì per 10 giorni, poi mi liberarono e mi chiesero di lavorare per loro, volevano tenere dalla loro parte i giornalisti. Non accettai, dovevo scappare. Penso mi abbiano lasciata partire perché sapevano che in Francia sarei stata senza soldi, senza famiglia, senza la possibilità di tornare in Iran, avrei perso tutto: perché non lasciarmi andare? A Parigi mi ammalai per lo shock, avevo subito una tortura psicologica. Non sapevo che fare, la mia famiglia era in Iran e avevo paura fosse in pericolo. Così ho richiesto lo status di rifugiata».
Nell’affrontare un discorso sull’Islam con Katayoon, come con qualsiasi donna o uomo di origini iraniane, bisogna tenere conto della specificità storica e politica di questo Paese. La religione musulmana, infatti, così come la cultura araba, non hanno nulla a che fare con la matrice persiana di questa popolazione. Non c’è un vero background culturale condiviso né una tradizione comune con i vicini islamici. L’Islam è calato sull’Iran imponendo un codice mai riconosciuto dai suoi cittadini. Se per diverse donne arabe, ad esempio, il velo può avere un ruolo identitario e configurarsi come una scelta, per le donne iraniane non è mai stato nient’altro che un’ennesima cancellazione dei propri diritti.
«Quando l’Islam è arrivato in Iran abbiamo dovuto accettarlo con la forza. La maggioranza islamica uccise i seguaci del zoroastrismo, che non è una religione ma una filosofia, o li costrinsero a convertirsi, alcuni scapparono in India. Non puoi avere la tua religione in un paese musulmano. E non ci sono diritti umani per le donne. Questo regime è più interessato all’aspetto capitalistico, per controllare menti e soldi delle persone usano l’Islam. Dopo l’instaurazione del regime, avevo 10 anni ed ero sempre in giro con i miei amici in bicicletta. Un giorno un mio professore disse a mio padre che non potevo più girare con la bici senza velo in strada, o non sarei più potuta andare a scuola. Questo è fanatismo. L’Islam è sicuramente la religione più violenta al mondo oggi».
«Noi donne non abbiamo niente in Iran, nessun diritto. Dopo la Rivoluzione del ‘79 le donne scesero in piazza contro il regime islamico. 20 anni fa nelle università di Teheran ci fu una protesta di studenti. Il governo li uccise tutti. Solo una decina fuggì e la protesta finì. 10 anni dopo anche io ero nelle strade a protestare. Pure in questa occasione furono in tanti a morire e molti, come me, vennero arrestati». In strada uomini e donne combattono insieme. «La mia generazione già manifestava, ma la nuova è ancora più coraggiosa. I giovanissimi muoiono per le strade. Torture e stupri in prigione sono all’ordine delgiorno e la polizia spesso chiede soldi per la restituzione dei cadaveri. Noi combattiamo contro una religione fascista ma nessuno ne parla, gli iraniani sono soli. Parlarne è la mia missione ora per il mio Paese. Sono libera, vivo in Francia, ma la mia testa è lì, con i giovani».
«I giovani non aspettano una rivoluzione, la esigono. In passato c’è chi ha provato a tornare alla monarchia. Ma oggi i giovani non vogliono neanche quello. Né monarchia, né Islam. Solo democrazia e secolarismo. Non posso dire quando, ma molto presto la dittatura finirà. In qualche modo, è già finita. Questi sono gli ultimi respiri del regime». «Siamo pronti a morire per la libertà» dicono in strada cantando Bella Ciao. «Noi vogliamo cambiare ad ogni costo, se io muoio, un mio amico arriverà al mio posto. Siamo in tanti».
di Ciro Giso e Marianna Donadio
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