
Quasi la metà degli italiani non ha redditi oppure non li dichiara. Questo è quanto emerge dalla dodicesima indagine dell’Osservatorio sulle dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef, realizzata dal Centro studi e ricerche di Itinerari Previdenziali. Secondo lo studio, un italiano su due non versa neanche un euro ai fini Irpef, l’imposta che contribuisce a finanziare assistenza sociale, sanità e istruzione. Inoltre, tra chi paga, circa 12% versa appena 26 euro l’anno in media. In pratica, oltre 22 milioni di cittadini (l’equivalente di di Lombardia, Lazio, Campania e oltre ) pagano meno di 100 euro all’anno in Irpef. Genericamente si potrebbe dire che chi guadagna “molto” finisce con il coprire anche chi non contribuisce: chi percepisce oltre 60 mila euro è spesso chiamato a “pagare per due”. Ma andiamo a vedere quali sono i punti chiave.
Secondo l’indagine dell’Osservatorio sulle dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef, condotta dal Centro studi itinerari previdenziali con il contributo di Cida, emerge che:
“Si dice spesso che l’Italia sia un Paese oppresso dalle tasse. Ma è davvero così? I numeri dicono di no. Il problema non è che tutti paghino troppo, ma che pochi paghino per tutti. Quasi un cittadino su due non versa nemmeno un euro di Irpef, e così poco più di un quarto dei contribuenti si fa carico da solo di quasi l’80% dell’imposta. Questo squilibrio logora il ceto medio, scoraggia i giovani e mette a rischio il futuro del Paese. Ecco perché, alla vigilia della legge di bilancio, chiediamo alla politica scelte coraggiose: meno evasione, più equità, investimenti veri su lavoro e salari”, sottolinea Stefano Cuzzilla, presidente CIDA.
“Il totale dei redditi prodotti nel 2023 e dichiarati nel 2024 ai fini Irpef è ammontato a 1.028 miliardi, per un gettito generato, al netto di TIR e detrazioni, di 207,15 miliardi (di cui 185,58 miliardi, l’89,9%, di Irpef ordinaria): valore in aumento del 9,43% rispetto all’anno precedente. Crescono sia i dichiaranti (42.570.078, numero addirittura superiore a quello record del 2008) sia i contribuenti/versanti, vale a dire coloro che versano almeno 1 euro di Irpef, che toccano quota 33.540.428”, sottolinea Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.
“Mentre salgono sia i contribuenti con redditi compresi tra i 20 e i 29mila euro (9,7 milioni) sia quelli con redditi medio-alti dai 29mila euro in su, diminuiscono i dichiaranti per tutte le fasce di reddito fino a 20mila euro, che calano da 22,356 a 21,241 milioni”.
Poi, aggiunge: “Basti pensare che, malgrado il miglioramento di PIL e occupazione – precisa Brambilla – il 43,15% degli italiani non ha redditi e, di conseguenza, vive a carico di qualcuno. Sono invece 1.184.272 i soggetti (in aumento di oltre 170mila unità sullo scorso anno) che denunciano un reddito nullo o negativo, non pagando quindi né tasse né contributi”.
In vista della Legge di Bilancio 2026 si stanno valutando alcune misure. Si parla del taglio della seconda aliquota, cioè la possibilità di ridurla dal 35 % al 33 % per i redditi fra 28.000 e 50.000 euro senza portarla fino a 60 mila euro. Inoltre, si pensa a modalità misurate, calibrate, per alleggerire il carico su chi ha carichi familiari. Il ministero della Salute, ad esempio, ha già segnalato la volontà, in coordinamento con l’Economia, di reperire da 2 a 3 miliardi aggiuntivi per la sanità, per potenziare personale e servizi. E il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha richiamato alla prudenza nei conti, malgrado le spinte politiche sui tagli fiscali, in particolare rivolti al “ceto medio”.
Parte della sfida è culturale: spiegare ai cittadini che il contributo (più che solo “tassa”) è vincolato ai servizi, ai diritti sociali, all’equilibrio della collettività. Riconquistare legittimazione politica richiede trasparenza, efficacia e convinzione. Sostanzialmente è difficile accettare che metà degli italiani viva con circa “10 mila euro lordi all’anno“, se si considerano i consumi reali, stili di vita, proprietà, mobilità. Questo quadro genera automaticamente una serie di dubbi e perplessità. Si tratterebbe quindi, presumibilmente, di:
Tali discrepanze alimentano la percezione (e alcuni casi concreti) che una parte dei redditi e della ricchezza risultano “invisibili” al fisco.
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